Mese: dicembre 2014

Aprire una impresa in Italia come stranieri: luoghi comuni da sfatare – II

Proseguiamo il dialogo con una persona straniera interessata ad avviare una impresa in Italia analizzando un altro argomento spesso impiegato a sproposito: la eccessiva tassazione sulle imprese.
Non è sempre così, dipende. Per un piccolo imprenditore senza dipendenti, la tassazione del reddito oscilla tra il 25 e il 35%, mentre vi sono regimi fiscali agevolati che possono farla scendere di molto, addirittura al 5%. E’ vero che se si assumono dipendenti, il meccanismo fiscale dell’IRAP può portare a percentuali di tassazione molto alte.
La tassazione in Italia potrebbe diminuire se si diminuisse l’evasione fiscale. I sistemi di controllo sull’evasione sono ormai molto sofisticati, quello che però continua a rimanere immutato è lo scarso senso nazionale degli italiani. Pagare le tasse è visto da molti come un dovere imposto da uno stato nemico. Secoli di dominazione straniera hanno indebolito la coscienza nazionale, così la scelta di trasferire all’estero l’azienda come ha fatto la Fiat di Marchionne non viene vista come offensiva (pensiamo come reagirebbero i tedeschi se la Volkswagen si trasferisse all’estero), ma come un fatto “normale”. I rappresentanti del governo del resto non si indignano, ma si onorano dell’”amicizia” di questi imprenditori, accentuando così il declino dell’industria nazionale.
Vero è invece che in Italia sono molto alti i costi previdenziali, per le pensioni degli imprenditori e dei dipendenti. In Italia il versamento pensionistico non si può evitare, e deve essere fatto obbligatoriamente all’INPS (salvo i casi di liberi professionisti dotati di ordini e casse previdenziali autonome). Questo vale anche per cittadini stranieri che lavorino in Italia.
La crisi economica che dura dal 2008 ha determinato un pesante calo dell’occupazione e quindi dei versamenti pensionistici, mentre l’età delle persone fortunatamente è continuata ad aumentare. Di qui una pressione sul sistema previdenziale, con continui aumenti delle aliquote contributive, allungamenti dell’età pensionistica e abbassamenti delle prestazioni. Versare sempre di più, lavorare fin oltre i 70 anni, ricevere pensioni basse: sembra questo il destino del lavoratore, che quindi dovrà provvedere alla propria vecchiaia con forme di rendita integrative.
Altro problema che c’era fino a qualche anno fa, e che sopravvive in alcuni settori (alberghi, negozi nei centri commerciali): i costi immobiliari. La crisi sta riequilibrando i valori, e proprio per uffici, capannoni e negozi questo è un ottimo momento per affittare ed eventualmente anche per comprare.
Non a caso (soprattutto per immobili di vacanza) gli acquisti da parte di stranieri sono frequenti.
E’ certo, comunque, che la tassazione sulla proprietà degli immobili sta salendo rapidamente ed è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Per chi vuole iniziare un’attività in Italia la formula dell’affitto è senz’altro la più consigliabile.
L’energia. Questo tema interessa soprattutto le aziende di produzione, che hanno impianti ad alto consumo energetico, mentre quelle di servizi sono meno colpite. La rete energetica italiana garantisce un servizio valido, ma costoso, se confrontato a quello di altri paesi europei.
E’ consigliabile, per quanto possibile a livello di piccola impresa, dotarsi di sistemi a basso consumo, dai pannelli fotovoltaici alla illuminazione a Led.
CONTINUA

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Quanti Business Plan sbagliati!

Le cronache economiche ci hanno informato, negli ultimi anni, di tanti Business Plan sbagliati: da quella della compagnia aerea che rischia il fallimento perché non prevede la concorrenza dei treni veloci, a quella di una casa automobilistica che pensa sia facile competere con le industrie tedesche e giapponesi, dalla banca che pensa di diventare un colosso europeo con una crescita basata sull’indebitamento, fino alla catena commerciale che pensa che la stagione degli ipermercati duri all’infinito, anche nei periodi di crisi.
Alla base di questi errori stanno cattive previsioni, sottovalutazioni dei problemi, una eccessiva attenzione alla immagine esterna piuttosto che alla sostanza.
Errori che la piccola impresa non può permettersi, e che certo non può evitare solo affidandosi alla capacità di improvvisazione e alla flessibilità che normalmente sono uno dei suoi punti di eccellenza.

Aprire una impresa in Italia come stranieri: luoghi comuni da sfatare – Parte I

L’Italia è un paese in cui il numero di nuove imprese aperte da cittadini stranieri è molto alto e supera l’ 8% del totale.
Questo dato statistico sembra confermare che l’Italia sia un paese aperto e ospitale verso le persone provenienti dall’estero.
Se dovessimo però spiegare a un cittadino straniero quali sono gli elementi che possono rendere attraente l’apertura di una piccola impresa nel nostro paese, cosa diremmo?
Dovremmo spiegargli innanzitutto che l’Italia è un paese grande e molto variegato, in cui ci sono fortissime differenze culturali ed economiche tra una zona e l’altra. Dal punto di vista pratico questo significa non abbandonarsi a generalizzazioni, ma analizzare bene le diverse aree in cui ci si potrebbe insediare.
Il luogo comune della presenza in Italia della Mafia va molto relativizzato; una presenza opprimente della criminalità organizzata, sotto forma di “pizzo” sulle attività, esiste senz’altro in alcune zone (basta seguire le cronache), ma assolutamente non nella gran parte del paese.
Anche l’idea che la burocrazia italiana sia pesante e inefficiente è sbagliata. Molti servizi pubblici sono altamente informatizzati (dal Registro delle imprese al catasto immobiliare, dai pagamenti fiscali tramite conti bancari fino alle anagrafi) e funzionano bene.
Certo, dove l’amministrazione è gestita dalle Regioni, le differenze si vedono: le prenotazioni delle visite sanitarie specialistiche sono facilissime in regioni come l’Emilia-Romagna (tramite farmacie o servizi USL) mentre in altre regioni possono diventare un incubo.
La corruzione dei pubblici dipendenti è un altro mito da sfatare. Su grossi affari le cronache hanno messo in evidenza alcune clamorose malversazioni, ma sulle normali operazioni burocratiche che interessano il piccolo imprenditore, non esistono in linea di massima problemi di questo tipo.
E’ vero invece che il Parlamento italiano è troppo attivo (lo si accusa invece di lavorare poco!). Troppe leggi, decreti, continue “riforme” che cambiano le regole. Il quadro cambia continuamente: è molto difficile quindi operare senza essere assistiti da esperti (commercialisti, avvocati, geometri, ecc.) che possano fare evitare errori.
A livello nazionale e locale, la politica vive molto di più che in passato alla giornata, senza capacità progettuale ed esprimendo personaggi spesso di basso spessore culturale. La preoccupazione di molti amministratori è quella di “fare cassa”: le sanzioni sono pesanti e la comprensione per il cittadino poca. In dieci anni le cose sono cambiate decisamente in peggio. CONTINUA.

Eco-bio cosmesi: continua lo sviluppo

Il segmento eco-bio del cosmetico ha superato il 10% del mercato complessivo, un mercato che nonostante la crisi ha mostrato una sostanziale tenuta (-1,2% nel 2013, dati UNIPRO).
La sensibilità per le problematiche ecologiche ha prima caratterizzato una modesta nicchia di mercato, si è poi ampliata molto, tanto che oggi questa nicchia interessa anche le grandi marche.
Per quanto questa concorrenza delle grandi marche sia aggressiva (con accaparramento ad esempio di alcune materie prime), non vi è dubbio che il mercato eco-bio continua a presentare buone opportunità per le piccole imprese, dato il fatto che la produzione green richiede minori barriere tecnologiche all’ingresso.
La vendita dei prodotti eco-bio avviene anche nei centri di estetica e acconciatura (tanto che inizia ad esserci in Italia qualche “bio-parrucchiere”), ma soprattutto nelle profumerie, erboristerie e (para)-farmacie.
Secondo i dati UNIPRO una novità del settore è lo sviluppo rapido (+4,4%) della vendita diretta a domicilio.
In sviluppo è anche il canale Internet, che rimane però ancora marginale.