Mese: giugno 2015

Pochi “Unicorni” tra le start up italiane

Ciò che dovrebbe caratterizzare una start up tecnologica, rispetto a una generica nuova impresa, è la sua capacità di crescere rapidamente, raggiungendo elevati livelli di fatturato e di valore economico.
Spesso in Italia questo non avviene, a causa del contesto esterno, ma anche dei limiti manageriali degli start upper, molto concentrati sugli aspetti tecnici e spesso poco dotati dal punto di vista delle conoscenze economiche e finanziarie.
Una indagine pubblicata sul Financial Times e la Frankfurter Allgemeine Zeitung è impietosa: se si prendono le Start Up tecnologiche che sono riuscite a raggiungere un valore di borsa superiore al miliardo di dollari si scopre che in Europa queste sono Per il 40,4% britanniche, per il 26,5% Svedesi, per il 18,0% tedesche, per il 7,4% finlandesi, per il 6,7% francesi.
L’Italia, che ha più di 5 volte gli abitanti della Svezia e più di 10 volte quelli della Finlandia, si ferma all’ 1,9%, poco più in alto dell’Irlanda!
Tra le più brillanti Start Up europee (quelle che lo studio chiama “unicorni”) vi sono gli e-commerce di moda Zalando (Germania) e Boohoo (Gran Bretagna), l’online food-ordering service Delivery Hero (Germania), la piattaforma di music-streaming Spotify (Svezia), il portale di viaggi eDreams (Spagna), il più grande portale europeo per l’arredamento Home 24 (Germania), la compagnia per i pagamenti telefonici Monitise (Gran Bretagna) e il gruppo per pagamenti online Klarna (Svezia).

Cosa insegna alle imprese il Barcelona Futbol Club

Gli straordinari successi del Barcellona Calcio nell’ultimo decennio (ultimo la Champion League contro la Juventus) sono senz’altro da attribuire a un gruppo di straordinari giocatori e allenatori, ma non soltanto.
A questi risultati si è arrivati non per caso, ma grazie a un modello organizzativo che può insegnare tanto anche alle imprese, e soprattutto a quelle che stanno nascendo.

Il primo dato utile riguarda la proprietà. In Italia siamo abituati a squadre possedute da un “riccone”. C’è quello illuminato e raffinato, quello cafone e trafficone, quello italiano e quello straniero, ma la proprietà e le decisioni sono sempre molto concentrate. Sorti di monarchie, che si tramandano per dinastia; talvolta (come in tutte le monarchie) anche a discendenti stupidi.
Il Barça è invece simile a una delle tanti polisportive che pure esistono in Italia, senza però riuscire a fare il salto di qualità agli alti livelli: azionariato popolare, elezioni dei dirigenti, rotazione delle cariche.
Non c’è da stupirsi quindi che questa squadra (che si definisce “Més que un club”: ”Più di un club”, cioè una famiglia, una comunità, ecc.) abbia lo stadio sempre pieno (con relativi incassi) e una partecipazione molto ampia alla vita della squadra.
Deriva probabilmente da questo tipo di coinvolgimento il fatto che gli Ultras siano un fenomeno sconosciuto: chi è un vero tifoso non sfascia gli stadi e non malmena i propri giocatori quando la squadra perde, cioè nel momento in cui bisognerebbe sostenerla di più.
La squadra che è patrimonio di una comunità e non semplice trastullo per una dinastia di ricchi tende a investire nel lungo periodo, come fa ogni azienda lungimirante. In primo luogo sul vivaio, come la mitica Cantera del Barça in cui si sono formati decine di campioni, seguiti fin da bambini, come nel celeberrimo caso del piccolo talento Lionel Messi curato a spese del club da una gravissima malattia infantile.
Il fatto che un “lavoratore” (come Messi, Iniesta o Xavi) trascorra tutta la sua vita nella stessa squadra può sembrare qualcosa di noioso, in un mondo assetato di finta mobilità, in cui i media rincorrono di continuo voci di mercato vere o false.
Eppure funziona. Ogni organizzazione si regge su strutture stabili, che certo vanno rinnovate di continuo (con inserimenti mirati di campioni che vengano dall’esterno, portando nuove esperienze). Per raggiungere l’eccellenza occorre tempo. L’assillo del risultato immediato è controproducente (mandare via un allenatore o vendere un giocatore dopo poche partite fallimentari è assurdo, e serve solo agli affari dei procuratori). “Nel calcio bisogna vincere, ma noi del Barcellona purtroppo sappiamo vincere solo giocando bene”, disse una volta l’allenatore Pep Guardiola.
Volere vincere a tutti i costi, anche senza qualità, porta invece a ragionamenti come quelli del simpatico (quando parla) Chiellini: “Certi goal di Messi nel campionato italiani non sarebbero possibili”. Sottinteso: “Noi difensori lo stenderemmo prima, non lo faremmo giocare, impediremmo lo spettacolo”.
Comunque sia Messi e il Barcellona alle squadre italiane di goal ne hanno sempre fatti tanti. E a forza di puntare alle gambe degli avversari molte squadre italiane hanno dimenticato il pallone, e non sanno più mettere insieme tre passaggi di fila. Come l’imprenditore che a forza di cercare clienti si dimentica di come si fa a produrre.
La qualità però, in un gioco collettivo, si raggiunge con la squadra, non da soli. In Italia vige un iper-individualismo (in tutti i campi, compresa la politica), che porta a credere che una partita la possa vincere un singolo giocatore, grazie a una performance individuale. Gelosie, presunzione, esibizionismo sono all’ordine del giorno.
Il primo goal del Barcellona alla Juve è un inno, oltre che alla tecnica individuale, alla collaborazione: vedendolo si capisce quanto siano importanti l’affiatamento, la conoscenza del compagno, il controllo del proprio Ego che potrebbe altrimenti spingere a sparare in porta per segnare il proprio goal.