Società e impresa

La Flat Tax: si farà?

La promessa di una “Tassa piatta” (Flat Tax) è forse quella più importante fatta nel corso della campagna elettorale. Ora che le forze che l’anno fatta propria sono al governo, c’è da attendersi che la promessa sia messa in atto.

Ma è possibile?

Il concetto di Flat Tax riguarda le imposte sul reddito, quindi non l’IVA, le accise o le imposte comunali.

Una imposta sul reddito può definirsi “piatta” quanto non si basa su aliquote progressive, ma su un’aliquota unica per tutti i contribuenti.

E’ quanto già avviene, da sempre, per la tassazione del reddito delle imprese che hanno una personalità giuridica (srl, spa, cooperative).

Attualmente le imposte sul reddito di queste imprese sono due: l’IRES (imposta nazionale) che è del 24% e l’IRAP (imposta regionale, che è del 3,9%.

Si tratta di aliquote “piatte”: se una impresa ha un utile di 1.000 Euro pagherà il 27,9%, quindi 279 Euro; se una impresa guadagna 1.000 volte di più (1 milione di Euro) pagherà una imposta 1.000 volte più alta, quindi 279 mila Euro.

Quando si passa a considerare la tassazione delle persone, incontriamo invece in quasi tutti i paesi, delle aliquote progressive. Nella UE la Flat Tax esiste solo nei 3 piccoli paesi baltici, mentre Repubblica Ceca e Slovacchia, dopo averla introdotto all’indomani della caduta del Muro, l’hanno abbandonata per introdurre una tassazione progressiva. Nella Russia di Putin, dove lo Stato non garantisce alcun servizio al cittadino e dove l’evasione fiscale è alle stelle, la Flat Tax esiste.

Tutti gli Stati ritengono giusto fare gravare di più la tassazione sui cittadini che guadagnano di più, per lasciare ai più poveri un maggiore potere di acquisto per sopravvivere, e per finanziare servizi pubblici (scuola, sanità, ecc.) che se messi a pagamento discriminerebbero ancora una volta i più poveri.

Poiché in democrazia anche i poveri votano, e sono molto più numerosi dei ricchi, è molto difficile penalizzarli eccessivamente dal punto di vista fiscale.

Ricordiamo che attualmente in Italia le aliquote su qualunque reddito percepito da persone fisiche (da lavoro dipendente, impresa, pensione, ecc.) sono le seguenti.

Aliquota IRPEF
0-15mila Euro 23,00%
15-28mila Euro 27,00%
28-55mila Euro 38,00%
55-75mila Euro 41,00%
>75mila Euro 43,00%

In altre parole un cittadino che percepisce in un anno 10.000 Euro (lordi) pagherebbe una IRPEF del 23%, quindi complessivamente di 2.300 Euro.

Un cittadino dieci volte più benestante (100.000 Euro di reddito) non pagherebbe dieci volte di più, cioè 23 mila Euro, ma molto di più, in quanto fino a 15 mila Euro pagherebbe come l’altro cittadino, ma sui redditi da 15 a 28 pagherebbe il 27%, e così via.

Su 100 mila Euro pagherebbe quindi 36.500 Euro. In questo modo finanzierebbe le spese dello Stato necessarie a sostenere anche i cittadini più poveri.

Introdurre una Flat Tax significa abolire ogni discorso di redistribuzione e giustizia sociale, facendo ovviamente una politica a favore dei ceti più ricchi.

Possibile che ciò avvenga? Io ritengo di no, in quanto se l’aliquota della Flat Tax fosse addirittura del solo 15% (come qualcuno propone), tutti pagheremmo meno imposte (anche quelli che attualmente pagano il 23%.

Si aprirebbe però un tale buco del bilancio statale che sarebbe inevitabile mettere a pagamento interi servizi che attualmente sono gratuiti o semigratuiti (cioè offerti al cittadino a un prezzo molto inferiore al costo). Pensiamo ad esempio quanto costerebbe l’iscrizione a una scuola elementare o media, o anche all’Università (le tasse universitarie attualmente non superano 10% del costo di queste strutture).

Non credo che gli stessi promotori politici della Flat Tax se la sentano di fare un tale salto nel buio, e di sfidare la prevedibile ira popolare.

Cosa potrebbe succedere quindi?

Ovviamente è difficile da dire, ma è prevedibile che alcuni abbassamenti di aliquote personali vengano attuati, ma in misura limitata, ad esempio accorpando da un lato le prime due (23 e 27%), e accorpando dall’altro le tre più alte (38%, 41% e 43%).

Non sarebbe una Flat Tax, ma un regime a due aliquote, con comunque una buona dose di progressività.

Potrebbero poi essere concesse aliquote particolarmente basse per alcune categorie di contribuenti, come già avviene per i lavoratori autonomi, che con un reddito dichiarato fino a 30 mila Euro, possono godere di un’aliquota del 15%.

Il limite dei 30 mila Euro  potrebbe essere alzato (si parla di alzarlo a 80 mila Euro, ma solo per i liberi professionisti), senza toccare tutto il resto.

Staremo a vedere. Senz’altro la partita è grossa, sia per le imprese, sia per i cittadini.

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Italia Argentina un confronto ingiusto

L’avvicinarsi di un governo meno allineato alla finanza internazionale, ha sollevato un fuoco di sbarramento mediatico in cui è riemerso spesso il raffronto tra Italia e Argentina. Ha iniziato l’opinionista del Corriere della Sera Federico Fubini: «L’Argentina è in difficoltà, meno male che noi siamo nell’Euro altrimenti lo saremmo anche noi».

Hanno risposto a muso duro gli economisti della Lega Borghi e Bagnai, sostenendo che proprio l’Euro è invece la causa della crisi italiana.  “Argentina e Italia sono Paesi profondamente diversi. In Argentina il settore agricolo pesa il quadruplo rispetto all’Italia, e questo incide sulla composizione dell’export, che in Italia è composto per l’84% da prodotti manifatturieri, mentre in Argentina solo per il 31%.”

In agricoltura, affermano i due leghisti, la domanda di materie prime (quelle che l’Argentina esporta) è rigida (se il prezzo la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli), mentre nel manifatturiero (settore in cui l’Italia esporta), la domanda dei prodotti è elastica al prezzo, e a questo punto quale valuta si adotti e come la si gestisca diventa rilevante. Un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero.

Fin qui la schermaglia politica, tra i due esponenti del nuovo corso leghista e un esponente dell’establishment. Ricordiamo che Fubini ha affermato qualche giorno fa che una democrazia non deve rispondere soli ai cittadini-elettori, ma anche ad altri, ovviamente non a chi crea ricchezza, cioè lavoratori e imprese, ma ai “risparmiatori”, includendo nella categoria anche i grandi fondi speculativi che detengono parte del nostro debito di Stato.

Ma Italia e Argentina sono paesi veramente simili?

Indubbiamente, tra i due paesi ci sono affinità culturali, a partire dal fatto che gran parte degli argentini odierni sono di origini italiane (a partire dal campionissimo di calcio Lionel Messi, origini marchigiane), e che lo sono stati tanti uomini politici, primo fra tutti il più grande leader populista di tutti i tempi Juan Domingo Peron (origini venete). Il Tango, ballo tipico della zona portuale di Buenos Aires, era nato in un ambiente malavitoso fortemente segnato dalla presenza italiana, e ancora oggi in Italia la parola “tanghero” ha una forte connotazione negativa.

La miscela culturale argentina ricorda per molti versi quella della nostra Italia meridionale, con una religiosità superstiziosa, una vita “slow”, tanta inclinazione alla retorica e al romanticismo musicale e non (si pensi a Diego Armando Maradona, che solo a Napoli sarebbe potuto diventare un personaggio mitico, semi-divino). In fondo sia l’Argentina che il nostro Sud sono stati plasmati entrambi, nella storia, dalla dominazione spagnola: province periferiche e subalterne di un impero coloniale.

I cicli economici e politici argentini sono stati cicli brutali di arricchimento e dissipazione. Dall’Argentina paese fra i più ricchi al mondo a fine ‘800 a ripetuti default (1949, 1976)  fino all’ultimo drammatico del 2001 , dopo che l’Argentina si era ritenuta capace di agganciarsi al Dollaro (abolendo il Peso), fino al glorioso ciclo di ripresa post-svalutazione gestito dal leader neo-peronista Nestor Kirchner (morto prematuramente nel 2007) e poi più blandamente dalla consorte Cristina.

Individualismo, familismo (Evita, Isabelita, Cristina), razzie dei beni pubblici (il ministro Domingo Cavallo che scappa in elicottero), fiumi di esportazioni di capitali negli USA o nel vicino Uruguay (la “Svizzera” del Sud America), corruzione, personaggi pittoreschi che eccitano gli animi (pensiamo ancora a Maradona), ribellismo anarchico (spesso sfociante in terrorismo), inflazione, bestiali dittature che per qualche anno mantengono il consenso con la promessa di portare “ordine”, poi a loro volta depredano il paese, infilandolo in guerre disastrose come quella delle Malvinas/Falkland.

Questo paese perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, e del default finanziario, ricorda indubbiamente l’Italia, ma con tono amplificati, da quadro espressionista degli anni ’20.

Eppure l’Italia è ormai profondamente diversa, anche perché è in Europa e perché è un paese industriale. Legami con l’Europa e industrializzazione sono due aspetti profondamente legati. L’Italia è un paese industriale perché fin dall’800 ha potuto interagire da vicino con l’economia tedesca (si pensi alla chimica e alla meccanica), francese, in parte britannica e americana. L’Argentina è rimasta isolata in un territorio immenso, dominato economicamente dall’imperialismo “yanqui”, a tutto interessato fuorché allo sviluppo industriale dell’America Latina. Potenzialmente più democratica, perché fondata da masse di immigrati che fuggivano dalla miseria e dal feudalesimo delle campagne italiane, l’Argentina ha sviluppato invece con difficoltà una base democratica e dal punto di vista economico non ha mai visto nascere un ceto medio esteso e dinamico come quello italiano.

Nel dopoguerra l’Italia ha gestito sapientemente una riforma agraria (che il fascismo aveva soffocato, alleato com’era ai latifondisti), creando la base per consumi di massa, ma anche per atteggiamenti micro-imprenditoriali che si sarebbero ben presto trasferiti nell’artigianato e nel piccolo commercio. La robusta infrastrutturazione degli anni ’50 e ’60 (anche con l’aiuto del piano Marshall) ha creato squilibri e anche brutture ambientali, ma ha gettato anche le basi per una enorme crescita economica e culturale (alti tassi di scolarizzazione), che ebbe i suoi sbocchi politici nei movimenti di emancipazione del ’68 e seguenti.

Il ruolo dell’Europa, del Mercato Comune, e successivamente della CEE, è stato fondamentale, per farci partecipare (anche se spesso in modo subalterno) a un club di pochi paesi avanzati, che hanno abolito le barriere doganali, condiviso politiche, normative, mercati.

Regioni come l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, già culturalmente abbastanza omogenee al nord-Europa per la lunga storia di dominazioni e liberazioni da popoli gallici e germanici (Vandali, Ostrogoti, Longobardi e via andare) sono diventati pezzi pregiati di una Europa dinamica e pacificata, in presa diretta con l’Europa tramite l’asse del Brennero.

Però l’Italia non è solo Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, non ha solo 20 milioni di abitanti ma 60, è molto diversificata e complessa, non è addossata tutta alle Alpi, ma si prolunga per mille chilometri nel mare Mediterraneo.

Questo però è stato ignorato da chi ha deciso l’ulteriore salto di qualità della integrazione europea rappresentato dall’Euro, e poi da chi ha gestito le politiche della moneta comune.

Siamo anticonformisti: parliamo bene della burocrazia italiana!

Questo mio Post andrà senz’altro controcorrente, perché intende parlare bene della burocrazia italiana. Pensate un po’!

La burocrazia italiana è storicamente pesante, e i politici dei vari partiti hanno la tendenza a complicare le normative, complicando la vita ai cittadini.

Tuttavia la nostra burocrazia da circa 20 anni ha compiuto passi da gigante sotto molti aspetti, grazie alla applicazione dell’informatica e allo snellimento di molte procedure.

La completa informatizzazione del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio rende oggi possibile scaricare a costi molto bassi visure e bilanci d’Imprese, per i quali non tanto tempo fa era necessario fare lunghe file agli sportelli, addirittura presso la Camera dove aveva sede l’impresa di cui volevo il documento.

Significava che se volevo trovare il bilancio di una s.r.l. avente sede a Sassari, dovevo andare in Sardegna, ed eventualmente sentirmi dire che dovevo ritornare, perché occorreva tempo per recuperarlo dagli archivi. Alla fine ci si affidava a un’agenzia del luogo, con relativi costi.

Persino il tanto vituperato Catasto, da molti preso a sinonimo di burocrazia “borbonica” è oggi informatizzato!

Se voglio avere un quadro delle proprietà di un cittadino, è possibile richiedere una visura che verrà sfornata in pochi minuti.

E ancora: la Posta Elettronica Certificata (PEC) ha semplificato le comunicazioni con la pubblica amministrazione, azzerando i costi delle lettere Raccomandate.

E poi ancora: la possibilità di firmare atti ufficiali apponendo una firma elettronica a distanza ha fatto guadagnare tempo e denaro.

Per firmare un contratto con una pubblica amministrazione, ad esempio, bisognava prendere l’appuntamento con l’ufficio, andare sul posto, fare la fila, firmare alla presenza del funzionario dopo il controllo del documento. Oggi è possibile andare sul portale dell’amministrazione, entrare, accedere agli atti da firmare e apporvi la firma elettronica del legale rappresentante (in caso di società).

Pochi esempi, non esaustivi, ma senz’altro incoraggianti

Qi Ye Jia: l’imprenditore nella visione cinese

Se vogliamo capire meglio la cultura economica e aziendale cinese, può essere utile riflettere sul fatto che nella loro lingua il concetto di imprenditore (Qi Ye Jia) viene espresso accostando tre parole:
■ Qi, che significa “guardare al futuro” (visione),
■ Ye, che significa “responsabilità” (affidabilità),
■ Jia, che significa “lavoro di gruppo” (collaborazione).

L’imprenditore, quindi, è un soggetto che guarda al futuro, affidabile e capace di sviluppare una collaborazione di gruppo.
Una visione completamente differente da quella occidentale di stampo anglosassone, che esalta invece i concetti di “massimizzazione del profitto”, di “aggressività”, all’esterno (verso i concorrenti) e all’interno (verso i dipendenti) e di “vincente”. Quindi: indifferenza verso gli altri, in nome dell’interesse individuale.
Sarà forse un caso che l’economia cinese stia andando da tempo meglio della nostra?

https://www.facebook.com/events/220643978472473/

Di qui al 2030

Il libro dell’economista e futurologo francese Jacques Attali si è cimentato, in un recente libro (Finalmente dopodomani, Salani editore, Milano) con il tema dei cambiamenti che si verificheranno di qui al 2030 (dopodomani).
Se si guarda alle tecnologie, sostiene Attali, vi sarà una enorme ondata di innovazioni. La potenza dei computer si sta avvicinando a quella del cervello umano, e grazie a questa potenza sarà più facile elaborare grandi masse di dati anche a fini previsionali. Il dialogo uomo-macchina e macchina-macchina (arriveremo a 130 miliardi di oggetti connessi, con un mercato di questi prodotti che supererà il 7,5% del PIL mondiale) porterà all’automazione progressiva di molte funzioni.
Le stampanti 3D consentiranno alle persone di fabbricarsi oggetti su misura; la realtà aumentata in 3D consentirà la creazione di ambienti virtuali per il lavoro, lo svago o l’arte. Le neuroscienze consentiranno di capire meglio i processi di apprendimento.
L’intelligenza artificiale consentirà ai robot di imparare, conversare e stimolare emozioni; le nanotecnologie consentiranno di creare materiali nuovi (ad esempio tessuti autoriparanti); le tecniche di terapia genica e biotecnologica (genomica) consentiranno di rigenerare tessuti partendo dalle cellule staminali e diventerà normale clonare gli animali.
Gli edifici riusciranno a produrre più energia di quanta ne consumano (smart building); grazie ai sensori l’agricoltura potrà monitorare la crescita delle piante e regolare l’uso di acqua e calore; grazie alle nuove batterie litio-ossigeno, dieci volte più potenti di quelle attuali.
Le automobili saranno sempre più elettriche o ibride (un’autonomia di 600 km con una ricarica); le automobili autonome con ricettori optronici e intelligenza artificiale costituiranno gran parte di quelle prodotte; il car sharing diventerà la regola; la cosiddetta “Sharing economy”crescerà il giro di affari di 30 volte; il contatto diretto tramite la rete (ad esempio Linedin) tra imprese e lavoratori potrà contribuire a una crescita del PIL del 2%, secondo quanto sostiene un rapporto della McKinsey.
Nonostante, però, questa enorme ondata di innovazioni non creerà necessariamente un mondo armonioso e felice. La situazione ambientale continua a deteriorarsi. Vi sono enormi questioni geopolitiche che potranno scatenare addirittura una nuova guerra mondiale.
In ogni caso, vi saranno enormi contraccolpi sul mondo del lavoro. Metà dei mestieri, soprattutto quelli a bassa qualifica, scompariranno; il 47% dei lavoratori USA sono a rischio, soprattutto nella ristorazione, nella logistica, nella finanza e nelle assicurazioni. Meno minacciati sono i lavoratori che hanno una elevata manualità, svolgono attività manageriali, attività creative, svolgono compiti nel settore della salute e della istruzione.

Costi e importanza della buona politica

Ossessionati a partire da Tangentopoli (1992) dal problema dei “costi della politica”, gli Italiani hanno sottoscritto nello stesso anno il cosiddetto Trattato di Maastricht, che di fatto trasferisce le grandi scelte del nostro paese all’Europa, cioè ai paesi più forti, in primis la Germania.
Così facendo l’Italia ha indubbiamente ridotto i costi della politica, perché non ha più dovuto pensare, informarsi, approfondire la conoscenza dei problemi. La politica italiana si è trasformata in comunicazione e propaganda, in faziosità medievale, non in soluzione dei problemi. A livello internazionale i politici italiani si sono presentati con gag, vanagloria e pacche sulle spalle, ma senza strategie precise.
Bisogna essere consapevoli che i paesi forti, i quali hanno una politica robusta e molto attenta agli interessi nazionali, e mai perderebbero tempo in quisquilie quali i rimborsi spese dei loro politici, da 25 anni stanno amministrando il potere di decisione che l’Italia gli ha incautamente regalato, nel loro esclusivo interesse economico, non nel nostro.

Una piccola ripresa c’è: cosa sta cambiando?

Per quanto modesta, una ripresa ormai c’è, in molti settori. Questo è importante soprattutto perché sta cambiando l’atteggiamento e le aspettative di molte persone e molti imprenditori. La priorità è sempre meno quella di difendersi dalla crisi, e sempre più quello di sviluppare idee nuove per partecipare alla nuova fase economica, senza farsi sfuggire le opportunità che emergono.
L’incertezza ovviamente regna sovrana, perché la ripresa potrebbe rimanere asfittica, ma potrebbe anche accelerare.
Meglio quindi prestare la massima attenzione (lo stare in allerta, l’“alertness” è proprio il termine impiegato da alcuni studiosi anglo-sassoni), prepararsi adeguatamente e sviluppare atteggiamenti pro-attivi.

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-dallidea-al-progetto-il-business-plan-farlo-usarlo-finanziarlo-34582219349?aff=es2

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

L’importanza del lavoro autonomo per la integrazione sociale

Il programma del governo tedesco per la integrazione dei profughi, denominato “Ankommen in Deutschland” (“Arrivare in Germania”) è giunto al primo anno di attuazione. Ha lo scopo di offrire percorsi concreti di inserimento professionale e lavorativo a una parte del gran numero di profughi che raggiunto la Germania negli ultimi anni (oltre un milione, e 227 mila nel solo ultimo anno).
Il programma coinvolge oltre 800 enti e 14 mila imprese, e in ogni territorio si basa su strategie specifiche (analiticamente descritte nella pubblicazione di Genesis “I profughi come risorsa Progetti e attività in Germania per la integrazione, la formazione e l’inserimento lavorativo dei migranti”).
Il bilancio del primo anno di attività presenta alcuni dati interessanti:
• il 71% dei profughi ha usufruito dei servizi dei Centri per l’impiego (Agenturen für Arbeit);
• il 91% è passato attraverso scuole di formazione professionali (Berufsschulen);
• il 58% ha frequentato corsi di lingua;
• i Comuni hanno collaborato nel 95% dei casi;
• le associazioni degli stranieri nel 92%;
• i sindacati nel 48%.
(*)
Nell’ambito dei progetti i profughi hanno usufruito di molteplici servizi:
• il 92% di servizi di orientamento professionale;
• stessa percentuale per percorsi di formazione professionale in azienda;
• il 58% è stato aiutato a costruire un progetto di lavoro autonomo (Existenzgründung). Questa percentuale molto elevata è dipesa dall’elevato numero di profughi che già nel loro paese (ad esempio in Siria) svolgevano attività autonome, e di quelli che pur non avendo esperienze, si orientano verso il lavoro autonomo per trovare un’occupazione.

(*) Da notare che diversi di questi soggetti, considerati in Germani fondamentali per la soluzione dei problemi di occupazione, sono stati negli ultimi anni indeboliti e privati di risorse in Italia (vedi Centri per l’Impiego).

Chi crea Start Up tecnologiche?

Una indagine del tedesco Kreditanstalt fuer Wiederaufbau ha mostrato che su 100 donne che aprono una nuova impresa, il 13% offre prodotti o servizi digitali. La percentuale sale invece fra gli uomini, con in quali diventa del 23%.
Distinzioni significative, anche se non nettissime, emergono anche per le diverse fasce età.
Su 100 giovani tedeschi di 18-30 anni che prono una nuova impresa il 23% si indirizza verso prodotti e servizi digitali. La percentuale scende al 18% fra i creatori di 31-40 anni, e al 14% fra quelli di 41-50 anni, ma risale al 15% fra quelli di 51 anni e oltre.