Società e impresa

Qi Ye Jia: l’imprenditore nella visione cinese

Se vogliamo capire meglio la cultura economica e aziendale cinese, può essere utile riflettere sul fatto che nella loro lingua il concetto di imprenditore (Qi Ye Jia) viene espresso accostando tre parole:
■ Qi, che significa “guardare al futuro” (visione),
■ Ye, che significa “responsabilità” (affidabilità),
■ Jia, che significa “lavoro di gruppo” (collaborazione).

L’imprenditore, quindi, è un soggetto che guarda al futuro, affidabile e capace di sviluppare una collaborazione di gruppo.
Una visione completamente differente da quella occidentale di stampo anglosassone, che esalta invece i concetti di “massimizzazione del profitto”, di “aggressività”, all’esterno (verso i concorrenti) e all’interno (verso i dipendenti) e di “vincente”. Quindi: indifferenza verso gli altri, in nome dell’interesse individuale.
Sarà forse un caso che l’economia cinese stia andando da tempo meglio della nostra?

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Di qui al 2030

Il libro dell’economista e futurologo francese Jacques Attali si è cimentato, in un recente libro (Finalmente dopodomani, Salani editore, Milano) con il tema dei cambiamenti che si verificheranno di qui al 2030 (dopodomani).
Se si guarda alle tecnologie, sostiene Attali, vi sarà una enorme ondata di innovazioni. La potenza dei computer si sta avvicinando a quella del cervello umano, e grazie a questa potenza sarà più facile elaborare grandi masse di dati anche a fini previsionali. Il dialogo uomo-macchina e macchina-macchina (arriveremo a 130 miliardi di oggetti connessi, con un mercato di questi prodotti che supererà il 7,5% del PIL mondiale) porterà all’automazione progressiva di molte funzioni.
Le stampanti 3D consentiranno alle persone di fabbricarsi oggetti su misura; la realtà aumentata in 3D consentirà la creazione di ambienti virtuali per il lavoro, lo svago o l’arte. Le neuroscienze consentiranno di capire meglio i processi di apprendimento.
L’intelligenza artificiale consentirà ai robot di imparare, conversare e stimolare emozioni; le nanotecnologie consentiranno di creare materiali nuovi (ad esempio tessuti autoriparanti); le tecniche di terapia genica e biotecnologica (genomica) consentiranno di rigenerare tessuti partendo dalle cellule staminali e diventerà normale clonare gli animali.
Gli edifici riusciranno a produrre più energia di quanta ne consumano (smart building); grazie ai sensori l’agricoltura potrà monitorare la crescita delle piante e regolare l’uso di acqua e calore; grazie alle nuove batterie litio-ossigeno, dieci volte più potenti di quelle attuali.
Le automobili saranno sempre più elettriche o ibride (un’autonomia di 600 km con una ricarica); le automobili autonome con ricettori optronici e intelligenza artificiale costituiranno gran parte di quelle prodotte; il car sharing diventerà la regola; la cosiddetta “Sharing economy”crescerà il giro di affari di 30 volte; il contatto diretto tramite la rete (ad esempio Linedin) tra imprese e lavoratori potrà contribuire a una crescita del PIL del 2%, secondo quanto sostiene un rapporto della McKinsey.
Nonostante, però, questa enorme ondata di innovazioni non creerà necessariamente un mondo armonioso e felice. La situazione ambientale continua a deteriorarsi. Vi sono enormi questioni geopolitiche che potranno scatenare addirittura una nuova guerra mondiale.
In ogni caso, vi saranno enormi contraccolpi sul mondo del lavoro. Metà dei mestieri, soprattutto quelli a bassa qualifica, scompariranno; il 47% dei lavoratori USA sono a rischio, soprattutto nella ristorazione, nella logistica, nella finanza e nelle assicurazioni. Meno minacciati sono i lavoratori che hanno una elevata manualità, svolgono attività manageriali, attività creative, svolgono compiti nel settore della salute e della istruzione.

Costi e importanza della buona politica

Ossessionati a partire da Tangentopoli (1992) dal problema dei “costi della politica”, gli Italiani hanno sottoscritto nello stesso anno il cosiddetto Trattato di Maastricht, che di fatto trasferisce le grandi scelte del nostro paese all’Europa, cioè ai paesi più forti, in primis la Germania.
Così facendo l’Italia ha indubbiamente ridotto i costi della politica, perché non ha più dovuto pensare, informarsi, approfondire la conoscenza dei problemi. La politica italiana si è trasformata in comunicazione e propaganda, in faziosità medievale, non in soluzione dei problemi. A livello internazionale i politici italiani si sono presentati con gag, vanagloria e pacche sulle spalle, ma senza strategie precise.
Bisogna essere consapevoli che i paesi forti, i quali hanno una politica robusta e molto attenta agli interessi nazionali, e mai perderebbero tempo in quisquilie quali i rimborsi spese dei loro politici, da 25 anni stanno amministrando il potere di decisione che l’Italia gli ha incautamente regalato, nel loro esclusivo interesse economico, non nel nostro.

Una piccola ripresa c’è: cosa sta cambiando?

Per quanto modesta, una ripresa ormai c’è, in molti settori. Questo è importante soprattutto perché sta cambiando l’atteggiamento e le aspettative di molte persone e molti imprenditori. La priorità è sempre meno quella di difendersi dalla crisi, e sempre più quello di sviluppare idee nuove per partecipare alla nuova fase economica, senza farsi sfuggire le opportunità che emergono.
L’incertezza ovviamente regna sovrana, perché la ripresa potrebbe rimanere asfittica, ma potrebbe anche accelerare.
Meglio quindi prestare la massima attenzione (lo stare in allerta, l’“alertness” è proprio il termine impiegato da alcuni studiosi anglo-sassoni), prepararsi adeguatamente e sviluppare atteggiamenti pro-attivi.

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-dallidea-al-progetto-il-business-plan-farlo-usarlo-finanziarlo-34582219349?aff=es2

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

L’importanza del lavoro autonomo per la integrazione sociale

Il programma del governo tedesco per la integrazione dei profughi, denominato “Ankommen in Deutschland” (“Arrivare in Germania”) è giunto al primo anno di attuazione. Ha lo scopo di offrire percorsi concreti di inserimento professionale e lavorativo a una parte del gran numero di profughi che raggiunto la Germania negli ultimi anni (oltre un milione, e 227 mila nel solo ultimo anno).
Il programma coinvolge oltre 800 enti e 14 mila imprese, e in ogni territorio si basa su strategie specifiche (analiticamente descritte nella pubblicazione di Genesis “I profughi come risorsa Progetti e attività in Germania per la integrazione, la formazione e l’inserimento lavorativo dei migranti”).
Il bilancio del primo anno di attività presenta alcuni dati interessanti:
• il 71% dei profughi ha usufruito dei servizi dei Centri per l’impiego (Agenturen für Arbeit);
• il 91% è passato attraverso scuole di formazione professionali (Berufsschulen);
• il 58% ha frequentato corsi di lingua;
• i Comuni hanno collaborato nel 95% dei casi;
• le associazioni degli stranieri nel 92%;
• i sindacati nel 48%.
(*)
Nell’ambito dei progetti i profughi hanno usufruito di molteplici servizi:
• il 92% di servizi di orientamento professionale;
• stessa percentuale per percorsi di formazione professionale in azienda;
• il 58% è stato aiutato a costruire un progetto di lavoro autonomo (Existenzgründung). Questa percentuale molto elevata è dipesa dall’elevato numero di profughi che già nel loro paese (ad esempio in Siria) svolgevano attività autonome, e di quelli che pur non avendo esperienze, si orientano verso il lavoro autonomo per trovare un’occupazione.

(*) Da notare che diversi di questi soggetti, considerati in Germani fondamentali per la soluzione dei problemi di occupazione, sono stati negli ultimi anni indeboliti e privati di risorse in Italia (vedi Centri per l’Impiego).

Chi crea Start Up tecnologiche?

Una indagine del tedesco Kreditanstalt fuer Wiederaufbau ha mostrato che su 100 donne che aprono una nuova impresa, il 13% offre prodotti o servizi digitali. La percentuale sale invece fra gli uomini, con in quali diventa del 23%.
Distinzioni significative, anche se non nettissime, emergono anche per le diverse fasce età.
Su 100 giovani tedeschi di 18-30 anni che prono una nuova impresa il 23% si indirizza verso prodotti e servizi digitali. La percentuale scende al 18% fra i creatori di 31-40 anni, e al 14% fra quelli di 41-50 anni, ma risale al 15% fra quelli di 51 anni e oltre.

La crisi bancaria e l’impatto sulle piccole imprese

Quanto l’attuale crisi bancaria impatterà sul mondo delle piccole e delle nuove imprese?
I casi del Monte dei Paschi, delle popolari venete, di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, per citare quelli più importanti, mostrano la fragilità del sistema bancario italiano. Nonostante questa fragilità fosse stata tenacemente negata dai governi, e anzi, si fosse provocatoriamente alluso alla debolezza di banche di altri paesi (la Germania), alla fine chi ha dovuto stanziare 20 miliardi di Euro per salvare banche e risparmiatori è stata l’Italia, non la Germania. 20 miliardi ovviamente sottratti ad altri impieghi, ad esempio scuole, ricerca e infrastrutture.
Le banche tedesche da alcuni anni lamentano il fatto che con dei tassi così bassi non riescono ad avere adeguati margini, le italiane invece, che come le tedesche beneficiano dei tassi bassissimi della BCE, hanno sperperato risorse enormi. Ma come hanno potuto farlo?
Qui vale la pena di notare che la crisi bancaria italiana è molto diversa da quella scoppiata nel 2007-2008, con fallimenti come quello di Lehman Brothers.
Nel mondo anglosassone la crisi scoppiò a causa di spericolate operazioni speculative, e alla invenzione di prodotti finanziari “bidone” rifilati a livello globale. Un eccesso di “innovazione” finanziaria, in uno scenario di globalizzazione, insomma.
In Italia, non a caso qualche anno dopo, è andato in pezzi un sistema bancario colpito alla base dalla crisi del sistema di imprese fiaccato proprio dalla crisi iniziata nel 2007 e aggravata dalle politiche di stagnazione messe in atto a livello europeo. Un problema grave delle banche italiano sono i prestiti “non performanti”, cioè in parole povere prestiti non restituiti, da parte di clienti (soprattutto imprese) che avevano dato in garanzia il classico “collaterale” italiano: un immobile. Di qui banche piene di immobili pignorati ma invendibili, con conseguente crisi di liquidità.
Questo sistema cambierà? Probabilmente no. Se dovesse cambiare, però, una evoluzione favorevole sarebbe quella per cui le banche iniziassero a dare finalmente più importanza, di fronte a una richiesta di finanziamento da parte di una nuova impresa, ad esempio, alla qualità del progetto aziendale e non al valore (teorico) degli immobili dati in garanzia.

Toglietevi dai piedi!

Le tristi e crudeli esternazioni del ministro del lavoro Poletti riguardo ai giovani e alla loro ricerca di lavoro fanno capire non solo quanto la politica sia caduta in basso, ma quanto sia importante per tante persone (giovani e non) trovare una soluzione lavorativa mettendosi in proprio.
Se persino il ministro del lavoro non sa andare oltre ai voucher e non è in grado di promettere altro che impieghi flessibili a basso salario, bisogna allora auto-organizzarsi e fare leva sulle proprie capacità progettuali.
In fondo, le cooperative erano anticamente nate con questo scopo. Giuliano Poletti, che viene proprio dal mondo cooperativo, ha forse dimenticato quella lezione.

Potere, potere, potere…

La riforma della Costituzione è mossa dal principale intento di accentrare i poteri politici ed economici in un gruppo ristretto di persone e di gruppi di interesse, per dominare le istituzioni senza contrappesi democratici (enti locali, regioni, magistratura, associazioni imprenditoriali e sindacali, ecc.), dominare i Media e muovere all’assalto dell’economia privata imbracciando poteri straordinari.
Si potranno quindi fare, senza obiezioni, ponti sullo Stretto di Messina, disastri ambientali, nomine di famiglia in banche e imprese, tassazioni straordinarie per ripianare gli sprechi di ministri vanagloriosi e spreconi (addirittura una passeggiata con la portaerei Garibaldi in occasione della visita della Merkel).
E’ un progetto che spaventa, e che ricorda un lontano e triste passato, ma che piace non a caso alla Germania di Wolfgang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, che ha sempre teorizzato un ruolo periferico e sottomesso dell’Italia.
La Germania ha bisogno di fedeli pro-consoli e ha potuto verificare in questi 3 anni che il nostro paese, pur guidato da rappresentanti ciarlieri, si è sempre allineato docilmente alle scelte europee, anche quando queste nuocevano ai suoi interessi. Schäuble, che a suo tempo aveva quasi sbranato la povera Grecia di Tsipras, ha espresso pieno appoggio alle “riforme” di Renzi.
La strada giusta non è però questa. L’Italia ha bisogno di ripartire mobilitando le sue energie migliori, non di rottamare chiunque non è allineato.
Ha bisogno di leader inclusivi, non di maestri medievali dell’arte dell’inganno (“stai sereno”)
L’autorevole Financial Times ricorda agli italiani che il problema del nostro paese non è quello di fare e rifare le leggi, modificare costituzioni e accentrare poteri nelle mani di autocrati presenti e futuri, ma di affrontare i problemi reali del paese.
Ad esempio il Parlamento italiano ha varato in pochi anni ben tre riforme degli appalti pubblici (l’ultima delle quali, 2015, la più confusa di tutte), complicando ulteriormente le procedure, e aumentando i costi per cittadini e imprese.
“Ciò di cui l’Italia ha bisogno non sono più leggi da approvare più rapidamente ma meno leggi e migliori”, dice il Financial Times, aggiungendo che “le riforme costituzionali faranno ben poco per migliorare la qualità del governo, della legislazione e della politica”.
L’Italia è il paese che crede di combattere la mafia con i certificati anti-mafia o la corruzione con le autorizzazioni dell’ANAC (ennesimo ente dedicato a controllare altri enti) di Raffaele Cantone.
La presunta abolizione delle Province (in realtà non avvenuta) è servita a tagliare fondi per funzioni essenziali come la manutenzione delle strade, come il drammatico crollo del cavalcavia di Lecco (di competenza della Provincia senza fondi) ha drammaticamente evidenziato.
Fare molto, in fretta e male non è mai la soluzione migliore, in nessun campo, men che meno se allo scopo serve demolire una Costituzione che è stata l’architrave del vivere civile per 70 anni.