Mese: luglio 2016

Opportunità Brexit

E se la Brexit, tanto temuta, fosse una opportunità per l’Italia? Che il primo ministro David Cameron non fosse un politico particolarmente perspicace lo si era capito da tempo, ma che potesse testardamente volere un referendum sull’Europa per vincerlo, e poi finisse per perderlo, direi che è il degno coronamento della sua carriera.
Già a caldo molti britannici si sono accorti di avere fatto un autogol. L’Unione Europea aveva dato molto al Regno unito, in termini di finanziamenti, prodotti, manodopera a buon mercato. Ricordiamo che dopo la disastrosa “cura Thatcher” il Regno Unito è diventato un paese che ha affossato interi settori industriali, ha poche imprese competitive e intere zone deindustrializzate.
I servizi che avevano in parte compensato il crollo dell’industria, dai servizi finanziari alle assicurazioni, dalla consulenza ai corsi di lingue, prosperavano in gran parte grazie alla clientela della UE. Alzando barriere doganali e introducendo permessi di soggiorno quanti di questi servizi subiranno delle conseguenze negative?
Quanto a lungo resisterà l’inglese come lingua internazionale, una volta che probabilmente non rientrerà fra le lingue ufficiali della UE?
Quest’ultima perdendo il Regno Unito perderà certamente un mercato importante, ma finalmente non dovrà fare più i conti con un paese che ha sempre cercato di ostacolare l’Unione, prima non aderendo (fino al 1973 tentò di dare via all’EFTA, una organizzazione alternativa), poi facendolo ma intralciando le decisioni comuni, spesso su mandato degli USA. Ogni proposta in senso federalista è stata osteggiata da Londra, mentre costante è stata la spinta a intraprendere nuove guerre, da fare però con esercizi nazionali, senza che mai potesse progredire l’idea di una difesa comune europea.
Tra le abili operazioni opportunistiche del Regno Unito vi è senz’altro anche quella di attrarre con la bassa tassazione imprese europee (fra queste Fiat), quindi sottraendo gettito importante agli altri paese. Ora localizzarsi nel Regno Unito potrà anche essere conveniente, ma significherà isolarsi commercialmente dall’Europa che conta.
Ha ragione chi nel Regno Unito confida (come i sindacati) che il nuovo isolamento possa stimolare la rinascita di imprese e di occupazione in settori deindustrializzati, dall’abbigliamento alla meccanica all’alimentare.
Nella nostra parte di mondo potrebbero ricevere un impulso attività imprenditoriali capaci di sostituire iniziative britanniche: dalle compagnie aeree low cost ai siti di e-commerce, dalle start up tecnologiche ai fondi di crowdfunding e venture capital.

Vincere senza competere: come creare un Oceano blu

Fra i concetti più originali della letteratura aziendale degli ultimi anni vi è quello di “strategia Oceano Blu” (Blue Ocean Strategy), coniato da W. Chan Kim e Renée Mauborgne, professori dell’istituto parigino INSEAD (vedi Kim W. Chan, Mauborgne Renée, Strategia oceano blu. Vincere senza competere, Rizzoli, Milano, 2015).
Kim e Mauborgne affermano che mentre fino a oggi si è insistito su concetti quali “benchmarking” o “vantaggio competitivo”, presupponendo cioè una concorrenza imprese simili, e sempre più simili attraverso una misurazione ossessiva e continua di una rispetto all’altra (una omologazione a cui conduce appunto un concetto di “benchmarking”), in realtà le imprese che hanno veramente successo non sono quelle che azzoppano il concorrente in una furibonda “marcatura ad uomo” (per usare un linguaggio sportivo), ma quelle che hanno la fantasia di pensare a modelli aziendali completamente nuovi.
Sono imprese, queste, che riescono a costruirsi un “oceano blu”, mentre le altre rimangono a scannarsi un oceano rosso di sangue.
In altre parole, si tratta di imprese capaci di “vincere senza competere”, perché inventano un modo completamente nuovo di soddisfare i clienti.
L’esempio forse più chiaro a tutti, fra quelli che Kim e Mauborgne fanno nel loro libro è quello del canadese Cirque du Soleil. Mentre i circhi tradizionali lottavano a suon di prezzi sempre più bassi, riproponendo uno spettacolo basato sugli animali che oltre ad allontanare quote importanti di clientela “animalista”, aveva anche di gestione costi elevati, il Cirque du Soleil ha ripensato completamente lo spettacolo circense, avvicinandolo ai modelli teatrali, introducendo un umorismo più raffinato, eliminando il pericolo, riducendo i costi ma allo stesso tempo aumentando i prezzi.
E’ questo il segreto economico degli Oceani blu: aumentando il valore percepito dal cliente (“Value Innovation”) è possibile alzare il prezzo, anche se i costi di gestione sono più bassi.
Una innovazione del valore è quella di piccole palestre (gli autori fanno l’esempio della catena americana Curves), che creano un ambiente più familiare delle grandi, dove predominano le grandi e costose attrezzature, ma anche la impersonalità del servizio. Creare un centro fitness di questo tipo è poco costoso, e anche il servizio al cliente può essere a più buon mercato, nonostante la qualità dell’assistenza personalizzata sia migliore.
Per creare una domanda completamente nuova bisogna prestare grande attenzione ai non-clienti: perché tante persone non vanno in palestra? Perché non vanno in un circo tradizionale? Perché comprano un solo orologio nella vita? (Swatch ha moltiplicato le vendite, legando l’orologio all’abbigliamento).
I non-clienti sono portatori di una domanda potenziale che può dischiudere un oceano blu a una impresa.
Per cogliere questa domanda latente occorre prestare grande attenzione al valore che si offre al cliente, alla utilità del nuovo prodotto.
Il prezzo che il cliente sarà disposto a pagare dipenderà dalla utilità del prodotto, non dai costi di produzione. Per questo l’azienda, nel fissare i prezzi, non dovrà farsi guidare dai costi, ma dal valore creato. A partire dal prezzo così determinato, dovrà calcolare a ritroso i costi massimi che potrà sopportare, e quindi adeguare l’organizzazione aziendale, come fece Swatch quando calcolò che per ridurre i costi era necessario ridurre le componenti dell’orologio da 150 a 50.

E psicodramma fu

L’avventura italiana ai campionati europei di calcio si è conclusa, rivelando ancora una volta alcuni tratti pericolosi della cultura del nostro paese, che purtroppo si ritrovano spesso in tutti i campi, anche quello economico.
I dati erano chiari: calciatori mediocri (salvo poche eccezioni), guidati da un bravo allenatore capace soprattutto di motivarli, più che di farli giocare bene.
Dopo alcuni buoni risultati, e dopo la vittoria contro gli artisti spagnoli, scatta nell’opinione pubblica italiana un tipico riflesso italiano: la tendenza all’autoesaltazione. Il bravo allenatore viene già presentato come uno dei migliori del mondo, dei calciatori fioriscono i soprannomi: “Lorenzo il Magnifico” (Insigne), “Capitan Futuro” (De Rossi), “uno dei migliori terzini del mondo” (Florenzi), ecc.
Della Germania i giornali dicono che nelle partite decisive ha sempre ceduto di fronte alla furbizia italiana.
Il giorno della grande sfida si assiste alla solita discreta prestazione di una squadra più abile a fere giocare male gli avversari, più che a giocare bene. Uno dei principi italiani è infatti che “l’unica cosa che conta è vincere”. E’ questo il principio dello studente somaro (l’unica cosa è essere promossi), dell’imprenditore mediocre (fare profitto anche fregando il cliente), dello sportivo incapace. Il grande Pep Guardiola del Barcellona diceva a tale proposito: “E’ vero che quello che conta è vincere, ma noi sappiamo farlo solo giocando bene”.
Imbrigliati gli avversari nel paraggio, si va ai rigori. In Italia questa viene chiamata “la lotteria dei rigori”, ma la fortuna della lotteria in realtà c’entra poco. In quei momenti di tensione servono freddezza e concentrazione.
Entra in gioco qui un altro vizio italiano: la sbruffoneria. Di fronte al miglior portiere del mondo, Simone Zaza si esibisce in una rincorsa derisoria (che qualcuno ha definito “la danza della pipì”) e sbaglia il rigore.
Viene poi il turno di Graziano Pellè che provoca il portiere con il gesto del “cucchiaio”, una specialità italiana che non serve solo a fare goal, ma a umiliare l’avversario (bella sportività!). Neuer lo guarda gelido e Pellè tira malissimo.
Buffon platealmente non guarda mentre i compagni tirano.
L’Italia perde ed ovviamente è una grande delusione per tutti. Qui scatta un altro vizio italiano: l’autoassoluzione retorica.
Nei commenti a caldo calciatori e allenatore piangono, nessuno di loro ragiona sui motivi della sconfitta, tutti però sono d’accordo nell’autodefinirsi “un gruppo di grandi uomini”, “persone splendide”, “uomini veri”, ecc.
Così non si va da nessuna parte.