Mese: gennaio 2016

Aggressività o subalternità?

Quanto conta l’aggressività verbale del governo italiano contro le politiche europee?
Temo poco. Essa mi sembra confermare ancora una volta la subalternità italiana, che oggi viene espressa con metafore da borgo toscano del passato (“il cappello in mano”, “prendere per il bavero”, “ci vogliono deboli”) e in passato lo è stata con toni da Business School.
La sostanza però è la stessa: subalternità. Chi ha votato Juncker presidente della Commissione? Chi ha nominato un teorico dell’austerità come Padoan ministro dell’Economia? Perché il governo italiano si è impuntato con arroganza sulla nomina della Mogherini nel ruolo di immagine ma non di sostanza di Rappresentante della Politica estera europea (ambito in cui le scelte sono saldamente in mano ai singoli stati), quando poteva rivendicare un ben più importante Commissario all’economia?
Cambiare le politiche europee non sarà facile. Esse hanno radici profonde e una lunga tradizione. Gli assetti attuali dell’Europa e della moneta europea sono stati pazientemente e abilmente costruiti dalla Germania, a partire dagli anni ’70.
Nel mio libro “La Germania e la crisi europea” (Editore Ombre corte, Verona, 2016) ho cercato di ricostruire la storia delle scelte tedesche dagli anni ’70 a oggi, e le sue conseguenze per l’Europa.
Una informazione sul libro si trova nel sito dell’editore Ombre corte, consultabile cliccando il link:

http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=451&tipo=novita

Chi creerà nuova occupazione? Le start up?

Una strana euforia si sta diffondendo riguardo alle start up innovative, cioè le circa 5000 nuove imprese iscritte nello speciale registro delle Camere di Commercio in quanto in possesso di particolari requisiti di innovatività, ricerca e sviluppo, brevetti.
Grazie al Registro istituito nel 2012 è oggi possibile isolare questa elite d’imprese, che in Italia è sempre esistita ma mescolata alla massa molto più grande delle imprese “normali”.
La forza dell’economia italiana però è sempre stata nel fatto che non ci fosse una elite di 5 mila imprese, ma una massa di oltre 5 milioni, in massima parte PMI.
Oggi non è molto diverso. Non saranno le start up (che hanno mediamente 3,4 addetti, meno di una media pasticceria o pescheria di quartiere) a dare risposte occupazionali soprattutto ai giovani, ma la grande massa di imprese “normali” che operano in tutti i settori (dal commercio all’artigianato ai servizi), con un livello medio di innovatività tecnologica, ma con la qualità del loro operare.
Se guardiamo ai grandi numeri, i filoni di Job Creation imprenditoriale oggi li troviamo in agricoltura (con un movimento di ritorno, su nicchie specializzate), nel turismo (nelle diverse forme di microricettività, ristorazione, street food, ecc.), nella organizzazione del tempo libero, nel commercio specializzato (facendo emergere la crisi della grande distribuzione standardizzata), nei servizi alle persone (dai bambini, agli anziani, all’estetica, ecc,), nella piccola editoria on line, nel riuso degli oggetti, nel marketing, nell’impiego di droni per molteplici usi, ecc.
Sono imprese che per avere successo non hanno tanto bisogno di invenzioni geniali, ma di un’applicazione intelligente delle tecnologie disponibili, di una costante attenzione ai clienti e di una buona gestione, tra i molti ostacoli che rendono problematico l’avvio e lo sviluppo di una impresa.
La spinta all’autoimpiego che viene dai settori sopra ricordati può creare molta occupazione, sia perché molte operano in settori ad alto contenuto di lavoro (ad esempio i servizi alle persone), sia perché una parte di queste imprese che nascono ora crescerà di dimensione dando vita a leader di settore come  avvenuto in passato per le varie Technogym, SACMI, Cucinelli, Kartell, ecc.
Sono proprio le imprese che non si basano su innovazioni tecnologiche dirompenti ad avere bisogno maggiormente di buone capacità di gestione e di una buona preparazione manageriale.

Innovare ribaltando la prospettiva

E’ noto che talvolta le innovazioni vengono da un totale ribaltamento di prospettiva, dal guardare le cose in modo completamente opposto da quello consueto.
Nel 1968, anno rivoluzionario, si compie anche una incredibile rivoluzione nel salto in alto.
Nella nobile disciplina sportiva del salto in alto, fino ad allora si era sempre saltato con il metodo “ventrale”, cioè saltando in avanti e sfiorando l’asticella con il ventre.
Il grande campione era il sovietico Valery Brumel, che nel 1963 aveva stabilito il record mondiale di 2,28 metri, mostrando straordinarie doti di elevazione.

Alle olimpiadi di Città del Messico del 1968 un giovane americano di nome Dick Fosbury vinse la medaglia d’oro esibendo una tecnica mai vista, che consisteva nel saltare rovesciando il corpo all’indietro e cadendo sulla schiena.

Fosbury non riuscì mai a superare il record di Brumel, ma da quel momento il salto “dorsale” (o “Fosbury Flop”) divenne lo standard e tutti i record successivi furono battuti con questa tecnica rivoluzionaria.