Mese: dicembre 2017

La forza dell’economia circolare e della sharing economy, pur con tante differenze – Parte 2/2

Se l’economia circolare, come abbiamo visto nel precedente Post, offre opportunità di impresa a livello locale, e in qualche modo “fertilizza” il territorio, la cosiddetta “sharing economy” rischia di avere un effetto opposto, quello di impoverirlo.
La “Sharing economy” si basa anch’essa su un concetto nuovo di uso di un bene o servizio, che non viene acquistato ma “condiviso”: così i passaggi in auto con Uber. Oppure le case di Airbnb, il portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare.
Già nel 2000 il famoso economista Jeremy Rifkin, nel suo “L’era dell’accesso, Mondadori, Milano) aveva detto che lo scopo delle persone è sempre meno quello di ammassare proprietà, e sempre più quello di accedere a consumi e opportunità di vita, indipendentemente dalla proprietà dei beni fisici. Addirittura il possesso di certi beni (automobili, macchinari) si rivela una palla al piede e gli si preferisce sempre più l’utilizzo di servizi (noleggi, leasing, ecc.).
Oggi, di fatto, chi gestisce questo incontro tra domanda e offerta sono grandi piattaforme straniere, che per prime si sono mosse e affermate. Se da Bologna voglio andare a Milano e chiedo a Uber un servizio di trasporto, ad esempio, dovrò pagare un servizio su un conto californiano, lasciare una commissione per la intermediazione, per poi essere messo a contatto con un poveraccio italiano, che sottopagato mi condurrà a destinazione, per un compenso basso anche perché decurtato dall’intermediario.
Un vero e proprio controsenso. Cosa rimarrà alla economia italiana se per organizzare funzioni tutto sommato banali dovremo farci intermediare da una piattaforma californiana, arricchendola e lavorando sottopagati?
Bene fa l’Unione Europea a pretendere che queste piattaforme paghino regolarmente le tasse e rispettino le leggi sul lavoro e sulla sicurezza dei clienti (ultimo episodio la ragazza dell’ambasciata britannica a Beirut, violentata e uccisa da un autista trovato attraverso una piattaforma Sharing).
Bene fanno quelle start up italiane che si organizzano per imitare e migliorare i servizi delle piattaforme più famose, che hanno sì una notorietà internazionale, ma spesso offrono servizi standardizzati che possono essere migliorati da chi conosce meglio la clientela locale.

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La forza dell’economia circolare e della sharing economy, pur con tante differenze – Parte 1/2

Il comportamento di noi consumatori sta cambiando notevolmente. L’atteggiamento puramente consumistico, forse anche per effetto della crisi, si è evoluto, lasciando spazio a modalità diverse di utilizzo dei beni.
Sono cresciute la responsabilità verso gli oggetti e la sensibilità ecologica e, circa il potenziale impatto dei rifiuti sull’ambiente. E’ poi subentrata una consapevolezza del fatto che i beni non necessariamente devono essere acquistati e detenuti in proprietà, se possono esservi forme più razionali di utilizzo.
Il primo cambiamento spesso viene definito come “economia circolare”. Un bene che non interessa più, non necessariamente deve finire nel cassonetto. Può essere donato, venduto, trasformato. Altre persone potranno riutilizzarlo, allungandone la vita; in alcuni casi saranno delle imprese a trasformare un rifiuto in una materia prima per altri processi produttivi.
In Italia il 95% dei pannelli di legno per arredi, edilizia, ecc. provengono da legno riciclato; gli indici di riciclaggio della plastica e della carta sono fra i più alti d’Europa; le deiezioni degli allevamenti bovini e suini vengono spesso utilizzati come materia prima per produrre biogas e quindi energia; gli sfalci dell’erba vengono trasformati in alcune città in concime per piante (compost).
Secondo l’Osservatorio sulla “Second Hand Economy” il mercato dei prodotti usati ha in Italia un valore (2016) che si aggira intorno ai 19 miliardi di euro. Predominano le auto, ma da non trascurare sono i beni per la casa e la persona, i prodotti elettronici e l’area sport & hobby.
In questo mercato il canale on line incide per 7,1 miliardi, quindi per il 37,3% del totale.
Il 15% della popolazione italiana –afferma l’Osservatorio- acquista o vende online, e tale attività consente a ogni singolo cittadino di guadagnare o risparmiare mediamente 900 euro all’anno.
Se Internet è riconosciuto come un canale che permette di risparmiare tempo (lo dice il 66% degli intervistati) e di accedere a una offerta più ampia (66%), comprare offline (nei mercatini, nelle concessionarie, ecc.) permette di «toccare con mano» l’effettiva qualità e fattura del bene in cui si è interessati (59%).
Coloro che non acquistano l’usato perché preferiscono comprare oggetti nuovi (43%) sono invece in calo, se messi a confronto con i dati degli anni precedenti.
Vi è poi la nicchia del vintage, che riguarda il 10% della popolazione di chi acquista o vende on line.
Quali opportunità imprenditoriali nascono da questo sviluppo della economia circolare? Ai livelli di una microimpresa, l’apertura di mercatini dell’usato, di laboratori artigiani di restauro e reinvenzione creativa di oggetti (come le borse ricavata da vecchi jeans), di piattaforme Internet per l’incontro fra chi cerca e chi vende oggetti usati, ad esempio nelle nicchie del vintage o del collezionismo.
A un livello di investimenti più alto, le attività di raccolta, trasformazione e rivendita di materie prime quali il legno, la plastica e il vetro, pur già molto diffuse in Italia, potrebbero trovare ulteriore sviluppo in aree geografiche attualmente non servite.