Mese: agosto 2016

Ryanair: un affare solo per la Boeing?

Chi analizza l’economia alla ricerca di informazioni che segnalino tendenze espansive in settori e nicchie di mercato, è stato senz’altro colpito dall’annuncio delle nuove rotte della Ryanair annunciate nei giorni scorsi niente meno che in una conferenza con il ministro dei trasporti Del Rio.
La scelta di basare in Italia 44 nuove rotte è conseguente alla decisione del governo italiano di cancellare il previsto aumento delle tasse aeroportuali (2,5 euro a passeggero). Poiché Ryanair movimenta annualmente 35 milioni di passeggeri in Italia, il risparmio annuale per lei (e il minor gettito per il fisco italiano) è di 87,5 milioni di Euro ogni anno.
L’investimento annunciato per attivare le nuove rotte è di 1 miliardo di Euro (dal 2017): questo sarebbe l’esempio di come l’economia italiana, oggi ferma, potrebbe ripartire.
Qualche dubbio viene però ricostruendo il modo in cui questo miliardo verrà probabilmente speso: soprattutto per acquistare i 10 nuovi aerei, stimabile in 850 milioni di Euro.
Ryanair usa solamente aeromobili 737 dell’americana Boeing. Ciò a differenza delle concorrenti low cost europee (Easyjet, Vueling ed Eurowings) che invece impiegano esclusivamente o prevalentemente aerei dell’europea Airbus, che vengono costruiti tra Tolosa e Amburgo, con propaggini di subfornitura anche in Italia.
Anche la ex compagnia di bandiera Alitalia (ora Etihad) utilizza in larga misura aerei della europea Airbus.
L’affare Ryanair sembrerebbe quindi soprattutto un affare per la Boeing, un po’ meno per i contribuenti italiani e anche per le altre compagnie concorrenti (quelle che utilizzano Airbus), che probabilmente perderanno quote di mercato.
Ciò non toglie che 10 aerei in più significhino anche manutenzione e servizi a terra in più, pagati alle tariffe Ryanair. Non possiamo lamentarci.

I nomi delle start up: cambiamento epocale o moda?

E’ noto che gli italiani conoscono poco le lingue straniere: secondo una indagine di Eurostat solo il 10% degli italiani di 25-64 anni dichiara di avere un’ottima conoscenza della lingua inglese, mentre il 64% sostiene di averne una appena sufficiente.
Eppure a giudicare da come gli italiani “battezzano” le loro nuove imprese il panorama sembra molto diverso.
Genesis ha analizzato un campione di 400 start up tecnologiche italiane ed è emerso che in 3 casi su 4 (75,2%) il nome dell’impresa è espresso in lingua inglese. I nomi italiani sono il 15,5%, quelli in lingua latina a greca il 5,3% (resistono infatti parole latine come Domus, Innova, Omnia o greche come Oikos) e le sigle il 4,0%.
Fra le numerose start up che propongono servizi e prodotti ecologici, la parola Verde non esiste praticamente più essendo sempre sostituita da Green, così come Energia diventa sistematicamente Energy. Cibo è sempre Food, Vino è sempre Wine, Progetto è sempre Project.
Inoltre, nei nomi in lingua inglese For You diventa spesso 4U, così come To diventa 2, e Business diventa spesso vezzosamente Biz.
Non mancano poi errori (voluti?) quali kompany al posto di company, teknology invece di technology (sarebbe come scrivere tecnologia in italiano usando la q anziché la c) ed elettric che viene scritto al posto del corretto electric.
Mi limito a chiedere (a tutti voi lettori): siamo di fronte a un cambiamento epocale di cultura (nel segno della globalizzazione) oppure siamo di fronte a mode destinate a scomparire?