Mese: aprile 2017

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

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Industria 4.0 e l’ulteriore primato economico della Germania

In poco tempo l’espressione “Industria 4.0” si è diffusa e generalizzata, anche nel nostro paese. Tanto che il governo italiano (che cerca come può di seguire i paesi più forti) ha varato un pacchetto di incentivi fiscali per l’innovazione tecnologica.
Il successo della espressione “Industry 4.0” (in tedesco “Industrie 4.0”)
dipende a livello internazionale dalla forza con cui essa è stata lanciata dal paese sempre più leader nelle tecnologie industriali: la Germania.
Come è noto, 4.0 significa quarta rivoluzione industriale: dopo la prima caratterizzata dalla energia a vapore e ad acqua, con le prime forme di meccanizzazione della produzione, si è
passati a fine ‘800 alla seconda rivoluzione industriale basata sulla elettricità e sulla produzione di massa con la catena di montaggio, poi si è arrivati alla terza rivoluzione basata sui computer e l’automazione.
La quarta rivoluzione si baserebbe sulla interazione tra le macchine (Internet of Things; M2M Machine to machine communication), attraverso sensori, sistemi di automazione elettronici, software e intervento umano. In questo modo sarebbe possibile personalizzare i prodotti (customization); gestire e adattare i processi in modo estremamente flessibile e rapido; eliminare i compiti pericolosi, faticosi e stressanti; minimizzare gli errori; prendere decisioni decentrate creando reti intelligenti lungo la intera catena del valore.
Questo con importanti ricadute potenziali sulla evoluzione di componenti hardware (quli sensori e memorie), sui sistemi di elaborazione e stoccaggio di dati, e sull’ adeguamento delle competenze professionali.
Non a caso, a “Industrie 4.0” si è arrivati in Germania dopo un attento lavoro iniziato nel 2012 svolto da una serie di gruppi, patrocinati dal Ministero per la Formazione e la Ricerca (Bundesministerium für Bildung und Forschung – BMBF), presieduti da Henning Kagermann (Università tecnica di Braunschweig) e da Siegfired Dais (Manager della Bosch) e partecipati da alti esponenti dell’industria elettronica, dell’informatica, della robotica, dell’industria siderurgica (Bosch, Siemens, SAP, Thyssenkrupp, Trumpf, ecc.) e dei più prestigiosi istituti di ricerca in campo industriale.
Questo salto di qualità tecnologico e organizzativo metterebbe l’industria tedesca in grado di primeggiare ancora di più sui mercati internazionali, distaccando paesi a basso costo del lavoro ma con processi produttivi ancora primitivi, ma anche importanti paesi manifatturieri come l’Italia dove la frammentazione della produzione in molte piccole imprese riduce la possibilità di gestire processi fortemente integrati.
L’impressione è che di fronte a una sfida così robusta, che coinvolge anche tutto il sistema della formazione professionale (non a caso in Germania formazione e ricerca fanno capo allo stesso Ministero), le misure italiane, di semplice incentivo fiscale (un aspetto non ritenuto importante in Germania) rischino di essere assolutamente insufficienti.

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Trump e Reagan, Brexit e Thatcher

Gli strappi convulsi che sono venuti negli ultime mesi dal Regno Unito (Brexit) e dagli Stati Uniti (elezione di Trump) rappresentano l’amara constatazione del fallimento delle politiche liberiste iniziate all’inizio degli anni ’80 con i governi di Margareth Thatcher e Ronald Reagan.
Il racconto di due paesi che si sarebbero potuti liberare dei loro problemi con una ventata di liberalizzazioni, con un tuffo nella globalizzazione e con l’abbandono della industria tradizionale a favore del terziario, ha prodotto problemi così gravi da imporre una drammatica marcia indietro.
Certo i due paesi sono diversi fra loro, ma tanti elementi li accomunano. Il Regno Unito della Thatcher smantellò l’industria siderurgica, quella meccanica, la cantieristica, il tessile-abbigliamento, con lo scopo politico di colpire a morte i sindacati e il partito laburista. Per lo sviluppo si puntò tutto sul terziario, soprattutto con Londra capitale mondiale della finanza. L’obiettivo è stato raggiunto, ma a livello macroeconomico la finanza può rendere ricchi paesi piccoli come il Lussemburgo o Singapore, ma è assolutamente insufficiente a farlo in un paese da 60 milioni di abitanti.
Chi ha votato per la Brexit non sono stati i finanzieri della City, la “il popolo dei pub”: i milioni di cittadini di regioni impoverite dalla deindustrializzazione, dalla mancanza di servizi, dalla disoccupazione di massa. L’Unione Europea è diventata il capro espiatorio di una profonda insoddisfazione verso governi che hanno lasciato morire l’economia reale e fatto prosperare soltanto la finanza globalizzata.
Per molti versi simile la parabola degli Stati Uniti, un paese però più grande, autosufficiente, aggressivo del Regno Unito. Anche qui alcuni obiettivi sono stati raggiunti: primato nell’informatica, nella finanza di Wall Street, nell’aerospazio, ma tutto ciò non basta a un paese di oltre 300 milioni di abitanti. Intere aree industrializzate (si pensi a Detroit), aree rurali impoverite, problemi sociali esplosivi in diverse metropoli hanno prodotto un rigetto verso la esponente dell’establishment ricco e legato alla finanza newyorchese: Hillary Clinton.
Il grezzo Trump, miliardario dell’edilizia (old economy), esprime la rabbia di milioni di americani prima appartenenti al ceto medio del “sogno americano” e ora impoveriti dalla crisi. Essi sperano che il protezionismo, cioè la negazione del libero mercato, possa proteggerli dalla concorrenza troppo forte degli asiatici e degli europei.
Regno Unito e Stati Uniti: due paesi che hanno creduto di trainare una rivoluzione liberista, e di rafforzarsi strategicamente con ripetute aggressioni militari, trovandosi invece, quasi quarant’anni dopo, ad accorgersi che i veri vincitori di questo lungo periodo sono stati solo due: la Cina e la Germania. Paesi, questi ultimi, diversissimi tra loro, che hanno però entrambi conservato e potenziato poderosi apparati industriali basati su politiche pubbliche dell’innovazione, della ricerca e della istruzione.