Mese: giugno 2018

Un dibattito con Cottarelli

Carlo Cottarelli è uno dei personaggi del momento. Il suo recente libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018) è un testo stimolante, che si presta a diversi piani di lettura.

Ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale, quindi di casa nel mondo dei cosiddetti “poteri forti”,  per alcuni giorni presidente del Consiglio “in pectore”, Cottarelli individua i 7 “peccati capitali” della economia italiana. Lo fa partendo da quattro temi che ha avuto modo di conoscere molto da vicino in quanto Commissario alla revisione della spesa: evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia, lentezza della giustizia.

Ognuno dei capitoli dedicati a questi primi “peccati” è ricco di dati e di spunti, che è sempre utile ripassare. Sul fisco alcuni dati sono noti  (1 Euro su 4 sono evasi; Italia fra i primi paesi europei  per evasione), ma incerte le strategie possibili. L’autore sembra puntare sulla fatturazione elettronica, sulla riduzione dell’uso del contante, sulla tassazione della prima casa, dove l’evasione sarebbe molto difficile.

Sulla corruzione Cottarelli rimarca gli effetti distorsivi di questo fenomeno sulla economia, ma ammette anche la difficoltà di quantificare il fenomeno, smentendo certe stime giornalistiche e politiche. Riporta anche alcuni tentativi di contrastare il fenomeno, dalla rotazione degli incarichi del ministro Madia, all’ANAC di Cantone, su cui riporta il giudizio autorevole di Sabino Cassese come un ulteriore livello di burocrazia e di appesantimento (anche nei costi) del processo amministrativo.

Sul terzo “peccato”, l’eccesso di burocrazia, Cottarelli denuncia l’eccesso di regole, adempimenti, contenziosi, che contribuiscono anche a tenere lontani gli investitori esteri dal nostro paese. Non è chiaro se in questo eccesso di regole vi siano anche quelle partorire dall’ANAC.

Sul quarto “peccato”, la giustizia troppo lenta, Cottarelli evidenzia le differenze nord-sud, ed elogia alcuni provvedimenti recenti (governo Monti), quale la eliminazione dei piccoli tribunali.

Terminato il suo viaggio nei peccati della nostra Pubblica Amministrazione, Cottarelli affronta tre grandi temi di scenario: il crollo demografico, il rapporto nord-sud e il rapporto con l’Euro.

Sulla demografia, che minaccia il futuro del paese (mi è sembrato però eccessivo il riferimento dell’autore all’Impero romano, imploso secondo alcuni studiosi proprio per il crollo demografico, e quindi travolto e schiacciato dalle invasioni germaniche), Cottarelli sostiene giustamente che le soluzioni opportune sarebbero le politiche di conciliazione tra lavoro e figli (come quelle messe in atto con successo in Svezia) e non i “bonus bebè” estemporanei, oppure su un altro piano, i flussi disordinati di immigrazione dall’Africa, che l’autore ritiene debbano essere assolutamente interrotti.

Sul divario Nord-Sud, Cottarelli ricostruisce le grandi differenze di reddito e di produttività createsi nel tempo, e la diversità nel “capitale sociale” tra le due parti del paese, cui non si potrebbe rispondere semplicemente con un aumento degli investimenti pubblici, come sostiene da tempo l’istituto per lo sviluppo del Mezzogiorno (Svimez).

Infine l’Euro. A giudizio di Cottarelli è inutile pensare a una Italexit (concetto che sempre più circola nella stampa internazionale), che sarebbe dolorosissimo, con inflazione, svalutazione dei salari e rischio di fallimento dello Stato. Per beneficiare dell’Euro e “vivere bene”, l’Italia deve cambiare. Stando dentro l’Euro è inutile illudersi di rilanciare la crescita mediante i consumi, mediante investimenti pubblici o con iniziazioni di liquidità: l’unico modello possibile è quello di una crescita trainata dall’export.

Fin qui il libro. La sua presentazione, come quella che mi è stata affidata nei giorni scorsi dalla Libreria Feltrinelli di Ravenna, è solitamente  l’occasione per dialogare con l’autore, conoscerlo da vicino, discuterne le tesi, coinvolgendo anche il pubblico, accorso abbastanza numeroso (quasi 100 persone). E’ una bella occasione di crescita anche per l’autore, almeno così mi sembra quando mi capita di presentare un mio libro.

A tale proposito mi sono sentito di proporre alla discussione del pubblico tre tesi critiche.

La prima riguarda proprio le esportazioni: realisticamente (come invece sostiene Cottarelli), l’Italia può pensare di rilanciare l’economia puntando soltanto sulle esportazioni, con una domanda interna per consumi e investimenti stagnante o in regresso?

Esiste un solo paese europeo, che ha un surplus commerciale (esportazioni meno importazioni) tale da trainare l’intera economia: la Germania, che nel solo 2017 ha avuto un surplus pari al 9% del PIL. Grazie a questo avanzo è possibile fare a meno della spinta della spesa pubblica, dei consumi e degli investimenti.

E’ molto difficile che l’Italia possa fare come la Germania. L’Italia, che è pure un paese con un importante surplus commerciale, è ben lontana dai tedeschi. La Germania con un PIL doppio dell’Italia ha un surplus commerciale 6 volte superiore. Rispetto al PIL l’Italia è al 2,6%. Un dato importante, ma non tale da trainare l’intera economia, che soffre di tagli di spesa pubblica, e della stagnazione di consumi e investimenti. Peraltro, a causa delle nuove politiche protezionistiche di Trump, anche il surplus tedesco è destinato probabilmente a ridursi (Chi di troppo export ferisce…).

La tesi di Cottarelli è palesemente contraddittoria. Per esportare di più occorre una economia molto dinamica, e come fa ad esserlo un paese che perde ogni giorni aziende di punta, non investe sulla ricerca, abbassa continuamente i salari, non investe sulle infrastrutture, non ha politiche industriali, ha una produttività stagnante?

Né nel libro di Cottarelli vi sono indicazioni su possibili politiche in tal senso, in quanto l’ottica è tutta sulla pubblica amministrazione e non sul sistema produttivo. E’ qui, invece, che andrebbero fondamentali “peccati” dell’economia italiana.

La ripresa italiana deve puntare in gran parte sulla domanda interna, su una crescita dei consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, con una modifica di quei parametri di Maastricht che costituiscono un vincolo insostenibile. Parametri invece “sacri” (per usare un altro termine morale, dopo quello di “peccato”) e inviolabili per l’autore.

La seconda critica riguardava l’origine politica di quelle regole. Come si fa a non vedere, che le regole che di fatto impediscono l’uso della spesa pubblica sono state costruite a beneficio del solo paese, la Germania, che può basare la crescita sulle sole esportazioni?

Il passaggio sulla Germania (parola quasi assente nel libro) era stato da me sollecitato, in quanto ho sostenuto la mia (solita) tesi secondo cui l’ordine geopolitico dell’Eurozona prevede una serie di regole (tra cui i famigerati parametri di Maastricht) che sono state costruite per creare un rapporto centro-periferia in cui i “Peripherielaender”, dove il simpatico Wolfgang Schauble aveva l’onestà intellettuale di relegarci, devono svolgere la duplice funzione di fornitore di manufatti a basso costo per la Germania, da un lato, e di filtro per le risorse umane, incanalando verso Berlino quelle ad alto valore (medici siriani, ingegneri italiani, ecc.) e trattenendo invece presso di sé gli altri, in primo luogo la massa dei profughi africani, giovani ma spesso assolutamente privi di competenze tecniche.

Tema complesso, certo non  esauribile nella piccata risposta dell’autore  “Dobbiamo smetterla di dare tutte le colpe alla Germania!”, completata da un beneaugurante  giudizio morale:“I tedeschi non sono cattivi!”.

La terza critica che ho mosso riguardava un punto che ritengo molto importante del libro di Cottarelli, quello relativo al cosiddetto “capitale sociale”, cioè quell’insieme di legami che tengono insieme una comunità e che stimolano i cittadini a comportamenti corretti.

E’ giusto sostenere come fa Cottarelli che il capitale sociale è importante per lo sviluppo, e la letteratura sociologica ne parla fin dagli anni ’70, però qui siamo di fronte a una palese contraddizione come nel caso delle esportazioni.

Sarebbe bello trainare l’economia con le esportazioni, ma ciò è possibile? Allo stesso tempo sarebbe bello avere un capitale sociale in crescita, ma come è possibile se le politiche di austerità perorate da Cottarelli (come in precedenza da Monti o da Giavazzi, il teorico della mitica “austerità espansiva”) sono una causa fondamentale di distruzione del capitale sociale?

Qui non ho potuto fare a meno di citare l’esperienza di studio della economia e della società locale, anche in un microcosmo (però non così diverso da altri) come quello di Ravenna.

A causa delle politiche di austerità negli ultimi 20 anni il capitale sociale si è vistosamente degradato. Tali politiche hanno portato a continui tagli di spesa, inasprimenti fiscali, visioni di breve e brevissimo periodo (si ha l’impressione spesso che gli amministratori non conoscano più la realtà sociale), salari sempre più bassi, appalti al massimo ribasso, frustrazione del personale, deterioramento delle infrastrutture, microcriminalità molto intraprendente in negozi e appartamenti, sanità al collasso, scuola abbandonata a se stesse, e persino comportamenti “canaglia” delle amministrazioni locali (con autovelox piazzati appositamente per taglieggiare il cittadino più che per prevenire gli incidenti, per fare un esempio noto ai più).

Un cittadino intervenuto nel dibattito ha gustosamente fatto notare (con una splendida espressione dialettale, che evito di citare) che anche la burocrazia è conseguenza dell’economia, perché più c’è burocrazia e “più si lavora” (uffici, professionisti, avvocati, ecc.). Un modo diverso, e più spiritoso del mio, di dire che un contesto economico stagnante è molto difficile e astratto auspicare una diminuzione dei “moduli” da compilare, come ama dire Cottarelli nel libro.

Che fiducia può avere oggi un cittadino nella pubblica amministrazione, e quindi anche nella politica locale? Può sentire ancora le amministrazioni come dei soggetti “amici”? C’è da stupirsi se nelle urne i cittadini mandano il messaggio di essere molto molto arrabbiati?

Lo stesso modo in cui si guarda, e lo stesso Cottarelli guarda alla PA segnala una visione arretrata e punitiva delle risorse umane, fondamentale capitale sociale di ogni economia. Mi riferisco all’ex ministro Marianna Madia che pensava di migliorare l’efficienza della PA con la rotazione degli incarichi dei dirigenti e con la figura del dipendente-delatore che denunciava i colleghi inadempienti, (come spesso accade, quando si vuole nobilitare un concetto si ricorre alla lingua inglese, in questo caso parlando di “whistleblowing”; un cittadino presente ha ironicamente chiosato: “Se tutti sono impegnati a soffiare in un fischietto, chi lavora?”), misura ovviamente rivelatasi inefficace.

Chi pensa di affrontare le crisi col solo strumento dei tagli ignora che qualunque azienda funziona bene se il personale è motivato e specializzato (altro che rotazione degli incarichi spostando un dirigente dall’urbanistica ai servizi sociali, ad esempio, quindi generando e moltiplicando l’ incompetenza), e non quando è represso, guardato con sospetto o umiliato (indimenticabili furono i tornelli dell’ex ministro Brunetta).

La politica dell’austerità, che  da anni ci costringe a sforzi che altro non fanno che aumentare il debito, ci ha completamente fatto dimenticare le prospettive della crescita e della piena occupazione. Un paese cresce non tagliando le spese, e debilitandosi nelle sue capacità produttive, ma investendo. Una Italia tenacemente aggrappata ai risparmi, che dimentica gli obiettivi di sviluppo, non può costruire il futuro e alla fine neppure ripagare i debiti alle grandi banche internazionali.

In conclusione: quella di Ravenna è stata una discussione molto utile, per mettere a fuoco temi e dilemmi che continueranno a tormentarci anche nei prossimi anni. Conoscere e dialogare con gli interlocutori è molto importante, specie se si tratta di persone come Carlo Cottarelli che pur avendo un background tecnico nutrono evidenti e legittime ambizioni politiche (come fu per Mario Monti) e potrebbero essere nuovamente chiamate a ricoprire dei ruoli istituzionali di primo piano.

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