Mese: febbraio 2015

I danni del piano Juncker per le nuove imprese

Il Piano Juncker è stato presentato, anche dal governo italiano, come un pacchetto che potrebbe rilanciare l’economia europea.
Non potendo impiegare risorse aggiuntive pubbliche, precluse dai paralizzanti parametri del Fiscal Compact, ed essendo scritto da uno dei principali artefici di queste fallimentari politiche, il Piano Juncker ha inizialmente fatto intendere che i suoi finanziatori potessero essere dei fantomatici “investitori privati”.

Poi ha scoperto le carte. Le risorse verranno sottratte niente di meno che ai fondi della ricerca e lo sviluppo tecnologico del programma europeo Horizon 2020 (2,7 miliardi di cui 1,5 da Industrial leadership e Societal challenges), nonché ai piani di sviluppo tecnologico delle telecomunicazioni.
L’austerità di Juncker è destinata quindi a danneggiare non solo l’economia nel suo complesso, ma anche l’innovazione tecnologica delle imprese e i processi di natalità imprenditoriale.

I nuovi imprenditori nell’economia italiana. Breve storia del dopoguerra (Parte 2/5)

2. Gli anni Settanta e la fine del boom
di Massimo D’Angelillo

Il boom economico non fu ininterrotto. Il periodo di massimo sviluppo si ebbe nel periodo 1958-63, poi alcune crisi e pronte riprese caratterizzarono il periodo successivo.
Gli anni Settanta portarono con sé l’esaurimento del lungo sviluppo del dopoguerra. La crisi petrolifera del 1973 (e poi quella del 1979) faceva capire che quello del costo dell’energia sarebbe diventato un problema serio e un serio freno allo sviluppo.
L’inflazione che si scatenò allora aprì un periodo di instabilità, con forti aumenti dei prezzi, ad esempio degli immobili, che favorirono iniziative speculative piuttosto che produttive.
Gli scioperi e i movimenti sociali operai e studenteschi facevano capire che la società stava cambiando e diventava più esigente, ad esempio sulle condizioni e sui costi del lavoro, oltre che sui diritti civili, che soprattutto i più giovani rivendicavano con forza.
Nelle tensioni sociali vi era poi il rischio concreto che si inserissero gruppi terroristici, di vario colore.
La crisi però fu superata, con una forte coesione sociale.
Anche negli anni ’70 e nuove imprese fecero la loro parte. Fu l’epoca dello sviluppo dei cosiddetti “distretti industriali”, aree specializzate su specifici settore (dalla maglieria di Carpi alle piastrelle di Sassuolo, dagli occhiali di Belluno alle cucine di Pesaro, dal biomedicale di Mirandola al panettone di Verona) e formate da piccole e medie imprese, create spesso da ex operai delle fabbriche più grandi.
In ogni distretto le imprese produttrici del prodotto finale, ad esempio una cucina, si avvalevano (e si avvalgono, i distretti in molti casi sopravvivono ancora oggi) di subfornitori specializzati, di componenti (ad esempio vetrerie, fornitori di ferramenta, ecc.) e di servizi (trasporti, montaggio, ecc.).
Gli stili di vita, di abbigliamento, musicali, cambiavano rapidamente. Si sviluppavano nuovi servizi: per il tempo libero (cinematografi, discoteche, ecc.), il turismo, la salute, ecc.
La forte richiesta di emancipazione femminile e di parità tra uomo e donna faceva delle donne, soprattutto giovani, dei soggetti portatori di nuovi stili di vita e di consumo.
I nuovi stili di vita inducevano la nascita di attività commerciali di tipo nuovo: negozi di dischi, di strumenti musicali, jeanserie, fumetterie, motociclette e accessori, negozi di articoli sportivi, pub, pizzerie, paninoteche, ecc.
In seguito ai grossi progressi nella scolarizzazione, entravano in campo giovani imprenditori diplomati e laureati, che iniziavano a concepire prodotti e servizi innovativi, a partire da quelli dell’informatica, un settore allora che allora stava muovendo i primi passi.

I nuovi imprenditori nell’economia italiana. Breve storia del dopoguerra (Parte 1/5)

1. I nuovi imprenditori protagonisti del boom economico
di Massimo D’Angelillo

I nuovi imprenditori furono protagonisti della ripresa economica del dopoguerra e del dopoguerra, contribuendo a creare attività completamente nuove rispetto a quelle esistenti fino agli anni Quaranta.
Molti dei fondatori delle odierne grandi imprese italiane erano giovani “start-upper” negli anni del boom economico: Luciano Benetton (nato nel 1935 crea l’impresa a 30 anni), Leonardo del Vecchio (1935, crea la prima occhialeria a 23 anni), Steno Marcegaglia (1930, a 29 anni inizia la prima produzione siderurgica), Giorgio Armani (1934, a 30 anni crea il marchio personale), Francesco Amadori (1932, a 37 anni crea l’Amadori), Giorgio Squinzi (1943, a 27 anni fonda la Mapei), solo per fare alcuni nomi.
Il boom fu tale perché con una società molto cambiata dall’anteguerra, l’economia cresceva trainata da nuovi consumi e nuovi investimenti, pubblici e privati.
Negli anni ’50 il PIL crebbe mediamente, ogni anno, del 6,1%, e nel decennio successivo solo di poco meno: + 5,6%. Un ritmo che oggi definiremmo “cinese” .
La diffusione di auto e moto creava una domanda di veicoli (allora quasi tutti prodotti in Italia, dalle Fiat alla Lambretta), ma anche di pezzi di ricambio e servizi di manutenzione; gli stili di vita cambiati alimentavano una domanda continua di prodotti di abbigliamento, alimentari, di arredamento.
Non solo di prodotti si trattava: nei servizi il boom economico scatenava le potenzialità del turismo, con centinaia di migliaia di piccole attività (alberghi, ristoranti, bagni, ecc.) che sorgevano sulla costa romagnola come in Toscana, sulle Alpi come nelle isole.
Certamente, la crescita dei servizi era limitata dal fatto che gran parte dei bisogni delle persone erano soddisfatti all’interno delle famiglie, allora molto più numerose di oggi.
In agricoltura, spezzato il latifondo con la riforma agraria, si formavano milioni di piccole aziende agricole.
I giovani imprenditori di allora crearono una nuova struttura produttiva, che si andò a sovrapporre alle industrie già esistenti, private a statali: Fiat, Olivetti, ENI, Montecatini, Edison, Ansaldo, Breda, Marzotto, Barilla.
Fu una crescita caotica, che portò anche a parte dei problemi che l’Italia avrebbe dovuto affrontare in seguito: danni ambientali, speculazione edilizia, sprechi evasione fiscale, sfruttamento del lavoro.
La nuova imprenditoria del boom dimostrò però che, pur disordinatamente e senza un’adeguata regìa nazionale, l’Italia era in grado di svilupparsi senza dipendere eccessivamente dagli investimenti stranieri. L’Italia si confermava un paese con propri stili di vita, una forte cultura del lavoro, e una propria imprenditoria.
Aprire una impresa negli anni del boom era complessivamente più facile che oggi. Mancavano i capitali, la società era povera, ma la domanda di beni e servizi cresceva rapidamente, anche perché l’Italia era uscita dall’isolamento ed era entrata a fare parte del Mercato Europeo Comune: esportare (mobili, piastrelle, capi di abbigliamento, elettrodomestici, prodotti alimentari, ecc.) in Francia, Germania, Olanda, era diventato facile.
Organizzare la produzione, per persone che non avevano una specifica formazione ma erano degli autodidatti (e non a caso molti ebbero successo, ma altrettanti fallirono lungo il percorso), non era facile: in compenso i terreni e gli immobili costavano poco, le tasse erano basse, la burocrazia limitata, la manodopera abbondante e poco costosa, anche perché molti lavoratori venivano dal Mezzogiorno e preferivano indirizzarsi al centro-nord piuttosto che emigrare all’estero.
L’apertura dei mercati esteri ovviamente era in entrambe le direzioni e per le imprese italiane iniziò la difficile partita della competizione con concorrenti esteri, soprattutto europei, molto agguerriti.

Tre spiragli e mezzo per l’economia (e per le nuove imprese)

Negli ultimi mesi sono tre e mezzo gli spiragli di sole in una economia europea ancora in stallo.

Il primo è il forte calo del prezzo del petrolio (probabilmente non destinato a durare a lungo), che contribuirà ad alleviare i conti della bilancia commerciale italiana, riducendo i costi per imprese e consumatori italiani.
Il secondo spiraglio è il forte deprezzamento dell’Euro, sceso verso ormai quota 1,10 rispetto al Dollaro (solo pochi mesi fa viaggiava attorno a quota 1,30-1,40), e destinato a dare impulso ai settori esportatori, come la meccanica, il tessile-abbigliamento, l’alimentare, ecc.
Il terzo spiraglio è il cosiddetto “Quantitative Easing” annunciato dalla BCE di Mario Draghi, che comporterà l’acquisto massiccio di titoli pubblici e privati, e per l’Italia una iniezione di liquidità di circa 50 miliardi; ciò potrebbe (ma purtroppo non è così automatico) trasmettersi ai tassi di interessi che le banche praticano alla clientela, con beneficio per le imprese e i cittadini.
Il mezzo spiraglio di sole è dato dalle elezioni greche, con la vittoria di Alexis Tsipras, che potrebbe finalmente aprire una breccia nella granitica austerità imposta dalla Germania e finora subìta passivamente da alleati come la Francia e l’Italia.
L’austerità tedesca ha condotto l’Europa dentro una depressione senza sbocchi e ha provocato una perdita di peso a livello internazionale, che rischia addirittura di rendere l’Europa marginale rispetto ad Asia e Stati Uniti.
Dopo tante finte flessibilità il nuovo governo greco pone con forza il tema dei costi sociali di un’austerità inutile e nociva. Parole simili ha usato Obama in questi giorni, forte di una politica di rilancio economico che ha seguito strade completamente diverse da quelle dell’Europa.
La proposta di Tsipras di agganciare il rimborso dei titoli del debito greco all’andamento della crescita del paese è molto brillante. Finalmente renderebbe i creditori compartecipi dei destini di un paese-membro, togliendoli dalla comoda posizione di lucrare sulle disgrazie altrui.
Lo spiraglio greco però è uno spiraglio a metà, perché è molto facile che Germania e alleati (tra cui in prima fila l’Italia) soffochino sul nascere le richieste di riforme e di cambiamento.
Il duo Merkel-Schäuble è una disgrazia per l’Europa e forse ci vorranno molti anni prima che si riesca a capirlo e a mettervi riparo.