Autore: dangelilloimpresa

Economist, consultant for start up enterprises

Sugli Stati generali

L’organizzazione dei cosiddetti “Stati generali” può forse suscitare ironie, e paragoni con altri momenti più importanti della storia, ma ha indubbiamente il merito di sforzarsi di aprire una discussione sul futuro dell’Italia.
Le reazioni di chi vi vede solo chiacchiere, e anche quelle di chi rivendica il ruolo centrale del Parlamento sono a mio avviso fuori bersaglio.
E’ ovvio che il luogo delle decisioni istituzionali è il Parlamento, ma qui non si tratta di decidere nulla, ma di discutere e possibilmente condividere una visione del futuro dell’Italia. Anche con chi non siede in Parlamento.
Da quanto tempo ciò non avviene? Da vent’anni? Da trent’anni?
La capacità di analizzare la realtà, di formulare progetti sì è andata perdendo nel tempo, non solo a livello nazionale ma anche regionale e comunale.
Il finto pragmatismo di chi non ama le “chiacchiere”, ma poi messo di fronte alle decisioni non sa che pesci prendere, perché gli mancano prima di tutto gli strumenti di analisi, ha fatto danni gravissimi.
Ha incoraggiato una classe politica attenta solo alla immagine (“dare messaggi positivi”) e al piccolo cabotaggio. Per alcuni la panacea per tutti i mali era tagliare le spese per adempiere ai vincoli di bilancio europei (e nella sanità si è visto come è finita); altri continuano a ripetere ossessivamente che bisogna pagare meno tasse.
Un po’ poco, per affrontare il futuro.
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La scomoda verità sul Coronavirus che forse sta venendo a galla

In una sola settimana alcuni autorevoli contributi scientifici hanno avvalorato la tesi (mai citata in Italia) di un legame tra la diffusione del Coronavirus e la qualità dell’aria delle diverse regioni.

L’Università di Halle (Germania) lo scienziato Yaron Ogen ha mostrato la correlazione tra la diffusione del virus in Europa e i dati da satellite che mostrano l’inquinamento dell’aria, in particolari regioni d’Europa, quali la Lombardia e l’area di Madrid.

Alla Università di Harvard uno studio ha analizzato 3.080 aree territoriali degli Stati Uniti, arrivando a conclusioni analoghe. Gli studiosi hanno calcolato che per ogni microgrammo in più di polveri sottili nell’aria la percentuale di morti per Coronavirus sale del 15%.

Infine, in Germania, gli esperti dell’Ufficio federale per l’ambiente (UBA- Umweltbundesamt) hanno evidenziato la correlazione, zona per zona, dei livelli di Biossido di azoto (NO₂) nell’aria, da un lato, e dall’altro non soltanto con le malattie cardiovascolari e dei polmoni, ma anche con la recente diffusione del Coronavirus.

Tutte conclusioni che suonano come ammonitrici per le future scelte di sviluppo economico, di cui si sta parlando per la famosa Fase 2.

Coronavirus e inquinamento: i tristi primati di Bergamo e Brescia

In quale misura il Coronavirus si abbatte sui territori a più alto inquinamento dell’aria?

I dati visti nel mio precedente articolo (“Modesto contributo alla conoscenza del Coronavirus”) erano impressionanti. Il primato di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna nei contagi apparivano in stretta correlazione con i primati nel numero di tumori al polmone.

Erano dati che contribuivano anche a spiegare la minore esposizione al virus da parte delle donne, perché meno presenti come manodopera nei settori industriale inquinanti, e non come affermato dalla virologa Ilaria Capua, perché più attente alla igiene personali e al lavarsi spesso le mani (!).

I dati che seguono provengono dal sito dell’ARPA Lombardia e riferiscono dei livelli di inquinamento dell’aria nelle diverse province.

La prima tabella riporta i dati del sito ARPA (purtroppo l’ultimo anno di riferimento è il 2014 (!), che si limitano ai dati assoluti.

SO2 NOX CO2 PM2,5 PM10
Valori assoluti t/anno t/anno kt/anno t/anno t/anno
BG 1.996 14.189 6.279 2.141 2.572
BS 2.813 19.093 6.825 2.811 3.396
CO 305 5.975 1.745 1.225 1.362
CR 686 6.515 2.379 780 965
LC 219 3.329 1.333 610 697
LO 123 4.359 2.424 397 486
MN 472 8.647 4.957 1.361 1.589
MI 1.204 22.582 11.361 2.261 2.751
MB 411 6.082 3.019 807 934
PV 3.173 12.055 8.774 1.493 1.677
SO 191 2.159 -30 832 899
VA 1.090 12.081 4.826 1.312 1.515
LOMB 12.684 117.067 53.891 16.030 18.843

 

La seconda tabella è quella veramente significativa, in quanto i dati assoluti vengono ripartiti per il numero di abitanti, ottenendone valori procapite.

SO2 NOX CO2 PM2,5 PM10
Procapite kg/anno kg/anno t/anno kg/anno kg/anno
BG            1,79          12,73            5,63            1,92            2,31
BS            2,22          15,08            5,39            2,22            2,68
CO            0,51            9,97            2,91            2,04            2,27
CR            1,91          18,15            6,63            2,17            2,69
LC            0,65            9,87            3,95            1,81            2,07
LO            0,54          18,94          10,53            1,72            2,11
MN            1,15          20,97          12,02            3,30            3,85
MI            0,37            6,95            3,50            0,70            0,85
MB            0,47            6,96            3,45            0,92            1,07
PV            5,81          22,08          16,07            2,73            3,07
SO            1,05          11,92 –          0,17            4,59            4,96
VA            1,22          13,56            5,42            1,47            0,85
LOMB            1,26          11,64            5,36            1,59            1,07

 

 

Dai dati emerge con chiarezza che le due province più colpite dal Coronavirus, Bergamo e Brescia, presentano valori sistematicamente più alti della media regionale.

Negli indicatori probabilmente più significativi, quelli che riguardano il particolato atmosferico P2,5 e P10, Bergamo e Brescia presentano valori nettamente più alti, e più che doppi, della media regionale.

Riguardo alla tanto drammatizzata “battaglia di Milano” (un devastante contagio della metropoli, come da peste manzoniana), sembra proprio (e speriamolo vivamente) che questa non debba avere luogo, almeno a giudicare dai dati sull’inquinamento procapite, che nella capitale del nostro terziario sono nettamente inferiori alla media regionale, e ovviamente ancora di più ai dati delle province industriali di Bergamo e Brescia.

Se a Milano un abitante assorbe mediamente in un anno 0,85 chilogrammi di polvere sottile P10, a Bergamo ne respira 2,31 e a Brescia addirittura 2,68. Più di tre volte.

 

Modesto contributo alla conoscenza del Coronavirus

Turbato dalla vicenda del Coronavirus, e dalla sua impressionante (per chi non ha conosciuto le vicende delle influenza Spagnola o di quella Asiatica) scia di morti (ogni giorno il doppio di un terremoto come quello dell’Aquila) e contagiati, ho cercato di trovare qualche spunto interpretativo con gli strumenti dell’economista, in un dibattito dominato (forse troppo) dai medici e dai virologi.
Partiamo dalle tre domande a cui giustamente l’opinione pubblica cerca risposte:
Domanda 1. Perché in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte o così poco nel centro e nel sud?
Domanda 2. Perché soprattutto uomini e molto meno donne?
Domanda 3. Perché così tanti anziani e così pochi bambini?
A questa domanda de ne potrebbe aggiungere una quarta.
Domanda 4. Perché così tanto a Bergamo (e Brescia) e in proporzione molto meno a Milano (che ha dieci volte gli abitanti di Bergamo, ma meno morti e contagiati)?

La tentazione dell’economista, ovviamente, è quella di collegare i dati sul Virus con quelli economici. In particolare la mia ipotesi è che vi sia una connessione con le attività industriali e agro-industriali, con il carico di inquinamento che queste finora hanno rovesciato sulla popolazione.
Qual è la parte del corpo che l’inquinamento colpisce di più (insieme al fumo)? Il polmone, esattamente come fa il Coronavirus.
Qual è la situazione di salute dei polmoni degli italiani? Prendiamo in proposito i dati (fonte: AIOM, AIRT, I numeri del cancro in Italia, dati 2018) sul numero di tumori al polmone rilevati nelle varie regioni italiane, e mettiamoli a confronto con i dati sui contagiati da Coronavirus.

Contagi Corona N. TUMORI POLMONE
Lombardia 17713 7350
Emilia-Romagna 4525 3500
Veneto 3214 3250
Piemonte 2341 3450
Marche 1568 1200
Toscana 1330 2900
Liguria 887 1350
Lazio 724 4150
Friuli 462 950
Campania 460 3500
Trentino-Alto A. 831 500
Puglia 383 2450
Sicilia 282 2900
Abruzzo 263 850
Umbria 243 700
VdAosta 165 100
Sardegna 134 1050
Calabria 129 1000
Molise 28 200
Basilicata 27 300
TOT 35709 41650
Correlazione           0,78

Il grafico seguente mostra una correlazione abbastanza forte il numero di contagi e il numero di tumori rilevati nelle diverse regioni.
Le linea dei contagi e dei tumori corrono su livelli molto bassi in regioni come Basilicata, Molise, Calabria e Sardegna, e all’opposto salgono ai massimi proprio nelle quattro regioni citate sopra.

In statistica esiste un indicatore che riesce ad esprimere in forma sintetica il legame tra due variabili: il coefficiente di correlazione, che va da un minimo di zero (quando il legame è nullo) e un massimo di 1 (quando il legame è massimo).
Ebbene il coefficiente di correlazione tra le nostre due variabili è molto alto, pari a 0,78.

 

 

 

 

 

 

 

I dati che abbiamo visto ora –si può obiettare- sono dati assoluti, e quindi fanno apparire peggiore la situazione delle regioni, in primo luogo la Lombardia, che hanno un numero più elevato di abitanti.
Prendiamo, per toglierci il dubbio, i dati dei contagi e dei morti per tumore al polmone ogni 1.000 abitanti.
Come si vede, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (non il Piemonte per i contagi) hanno dei valori alti, superiori alla media nazionale.
Al contrario, molte regioni del Mezzogiorno (meno industrializzate) presentano valori bassi e inferiori alla media italiana.

x 1.000 abitanti Contagi Corona N. TUMORI POLMONE
Lombardia             1,86           0,77
Emilia-Romagna             1,03           0,80
Veneto             0,70           0,71
Piemonte             0,57           0,84
Marche             1,05           0,80
Toscana             0,33           0,73
Liguria             0,59           0,90
Lazio             0,14           0,83
Friuli             0,46           0,95
Campania             0,09           0,70
Trentino-Alto A.             1,04           0,63
Puglia             0,10           0,61
Sicilia             0,05           0,56
Abruzzo             0,26           0,85
Umbria             0,27           0,78
VdAosta             0,41           0,25
Sardegna             0,07           0,53
Calabria             0,13           1,00
Molise             0,04           0,29
Basilicata             0,03           0,38
TOT             0,62           0,73

Di qui la mia ipotesi interpretativa, che aiuta a dare risposta alle nostre domande.

Domanda 1. Perché in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte o così poco nel centro e nel sud?
Risposta 1. Perché si tratta delle regioni in cui si concentra lo sviluppo industriale, con il suo carico di inquinamento e di danni all’ambiente, e alle persone.
Domanda 2. Perché soprattutto uomini e molto meno donne?
Risposta 2. Perché il tasso di occupazione degli uomini è più alto, e si concentra di più nell’industria. Le donne hanno tassi di occupazione più bassi e lavorano di più nel settore dei servizi.
Domanda 3. Perché così tanti anziani e così pochi bambini?
Risposta 3. Perché gli anziani in molti casi hanno alle spalle decenni di usura dei polmoni in attività industriali, mentre i bimbi, pur fragili, hanno polmoni “nuovi” e ancora non usurati.
Domanda 4. Perché così tanto a Bergamo (e Brescia) e in proporzione molto meno a Milano?
Risposta 4. La Milano di oggi è una città terziaria (banche, assicurazioni, moda, studi professionali, Università, ecc.), mentre le attività industriali lombarde si sono spostate progressivamente verso province come quella di Bergamo.

La Cina ce la sta facendo!

La notizia del giorno è che la Cina sta vincendo il virus. Sta smontando ben 11 dei 14 ospedali costruiti in pochi giorni. Una grande lezione di efficienza. Investire sul sistema sanitario, favorire l’innovazione, aumentare l’occupazione. Quindi non solo limitare gli spostamenti. L’Italia, sfinita dalle regole di Maastricht, da venti anni si crede virtuosa tagliando i posti letto, chiudendo i reparti riducendo la spesa e l’occupazione. I risultati si vedono: tanta buona volontà, ma in sostanza mancanza di risorse e caos organizzativo. Investimenti? Pochissimi. L’appalto per acquistare mascherine può fermarsi perché manca la firma in un modulo per la privacy. Altro che costruire un ospedale in 10 giorni come in Cina! I cittadini per fortuna si stanno comportando responsabilmente. La fiducia nelle istituzioni sta reggendo.  

Usare il Coronavirus per migliorarsi

Mi sta colpendo il modo composto con cui gli italiani stanno affrontando i giorni dell’emergenza. Dopo una prima fase in cui vi erano stati irrazionali episodi di panico (assalto ai supermercati)è subentrata una fase di consapevolezza e compostezza.

Gli inviti del governo, delle Regioni e dei Comuni vengono rispettati, si lotta contro il virus e ci si prepara a superarlo.

Questo è in linea, credo, con l’atteggiamento migliore che deve caratterizzarci nel momenti di difficoltà, anche economica.

Le crisi possono essere opportunità per migliorarsi e farsi venire nuove idee, anche imprenditoriali. Raccogliere documentazione, leggere, fare progetti per il futuro. Qualche ora di tempo in più a disposizione può essere utile e costruttivo.

Lanciare servizi culturali, sportivi, ricreativi, tramite un’associazione senza scopo di lucro

Creare un’associazione può essere la scelta migliore, per avviare servizi culturali, sportivi, ricreativi.

Si pensi ad attività di formazione, a palestre, a piccoli impianti sportivi, al turismo esperienziale (gastronomico, artistico, ecc.), alla valorizzazione del territorio.

E’ una forma molto snella e flessibile, con costi bassi e una tassazione molto bassa (che in alcuni casi può essere persino nulla).

Proprio perché poco costosa, quella dell’associazione può essere anche una forma transitoria, con la quale preparare progetti imprenditoriali più strutturati.

Per questo oggi, anche grazie alla riforma del terzo settore, sta giocando un ruolo importante nei processi di Job Creation.

https://www.genesis.it/prodotto/creare-una-associazione

 

La Cina e il Coronavirus

Ciò che non è mai detto in questi giorni, mi sembra, è che la Cina, con il suo boom economico compra beni di lusso in tutto il mondo ma non ha ancora costruito un sistema sanitario che prevenga le epidemie, con controlli sugli allevamenti e servizi medici capillari.  Una volta tanto in Europa siamo molto più avanti. Quante lamentele però per la “burocrazia” delle procedure di conservazione dei cibi secondo l’HACCP, o contro una fantomatica Europa che ci impedisce di comprare direttamente le uova o il latte dal contadino o contro la vigilanza sanitaria negli allevamenti che impone di abbattere i capi al manifestarsi di certi sintomi.

L’incredibile percorso del Jeans

Vestire “casual”, cioè in modo informale e comodo, non soltanto nel tempo libero, ma a scuola e anche nei luoghi di lavoro, è ormai quasi universalmente accettato.

I Jeans non sono l’unico prodotto, è ovvio, ma sono la base che ha trascinato lo sviluppo del Casual.

La parola “Jeans” altro non è che la storpiatura dell’antico termine “Jeane” oppure “Jannes” utilizzato in francese per nominare la città di Genova e dalla conseguente inglesizzazione della parola. I “genovesi” furono pantaloni indossati anche da Giuseppe Garibaldi e da molti dei suoi soldati (i “garibaldini”) nella spedizione dei Mille,

Pantalone di origine umile, da marinaio, da minatore, da cow-boy, da soldato, da operaio, il Jeans è diventato un fenomeno di massa negli anni ’60, reinventandosi più volte, nelle forme e negli stili,

Negli anni ’90 arrivano in Europa (non negli USA) i Jeans strappati, scuciti, sdruciti, bucherellati, con toppe, che danno l’impressione di pantaloni “vissuti” o addirittura “vintage”,

Il Jeans e il Casual si sono estesi così sempre di più a una clientela non solo giovanile, e non solo maschile.

Il cosiddetto cosiddetto “Jeanswear” abbraccia ormai molti prodotti camicie, giubbotti, gonne, cappelli, borse, scarpe.

Non a caso i negozi di abiti Casual costituiscono un fenomeno che nel difficile panorama dell’abbigliamento non conoscono crisi.

 

https://www.genesis.it/prodotto/avviare-e-sviluppare-un-negozio-di-abbigliamento-casual-jeanseria