Mese: luglio 2017

Le opportunità imprenditoriali degli sport emergenti

Il sito http://www.benessere.com ha pubblicato l’elenco degli sport nuovi che in Italia stanno raccogliendo un interesse crescente, e quindi dal nostro punto di vista possono costituire una fonte di impresa di lavoro.
Sono 72 gli sport emergenti: si va da quelli dell’aria (Deltaplano, Wakeboard, Flyboard, ecc.), a quelli acquatici (Rafting, Hydrospeed, Woga-Water Yoga, ecc.), da quelli con racchetta (Paddle, Peteca, Beach tennis, Palla tamburello, ecc.) a quelli del ghiaccio (Skeleton, Short Track, Broomball, ecc.), da quelli di arrampicata (Tree climbing, Stair climbing, ecc.), a quelli in bici (Bike Polo, Kickbike), da quelli su neve (Heli-skiing; Cat-skiing, Sleddog) a quelli con la palla (Touch Rugby, Foot Golf, Floor ball, ecc.).
Un mondo affascinante di nuovi esercizi, emozioni e competizioni. Da un punto di vista economico, un bacino potenziale di nuovi praticanti, quindi di attrezzature, campi di gioco, abbigliamento, competizioni, eventi, editoria specializzata.
Quali di questi nuovi sport stanno diventando realtà significative da un punto di vista economico?
L’impressione è che diverse di queste discipline emergenti siano legate a mode passeggere, e non abbiano un futuro roseo; in altri casi gli sport sono molto semplici e non implicano una organizzazione e attrezzature complesse, quindi non creano mercati significativi.
Da dove possono nascere le opportunità imprenditoriali di fronte all’emergere di nuove discipline?
In molti casi nella organizzazione delle attività sportive, creando associazioni e imprese che gestiscano campi, competizioni, eventi, campionati. Ciò evidentemente può avere un senso economico quando i praticanti dello sport raggiungono numeri significativi.
In alcuni casi le prospettive possono stare nella produzione di attrezzature più o meno complesse (da una racchetta a un intero capo di Paddle, ad esempio) e dei diversi accessori, anche di abbigliamento.
Anche se va detto, per non farsi troppe illusioni, che in molti casi, la produzione può non essere conveniente, in quei casi in cui si possono trovare nel mercato globale articoli già molto competitivi (spesso prodotti in Asia); in questi casi l’attività imprenditoriale può essere di importazione e distribuzione sul mercato italiano.
Il commercio al dettaglio è forse l’attività più difficile, per un piccolo imprenditore, data la concorrenza agguerritissima delle catene di supermercati dello sport, da un lato, e dell’ e-commerce, dall’altro.
I servizi, invece, possono creare opportunità di sviluppo per una piccola impresa: corsi di avvio e addestramento, promozione, raccolta di sponsor, riprese fotografiche e video, gestione di siti e blog, App e piattaforme Internet, editoria specializzata.

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Con il berretto in mano

Ciò che mi colpisce, in questi giorni di drammatica emergenza migranti, è l’assoluta mancanza di qualunque riflessione sulle prospettive di lavoro e di vita che eventualmente l’Italia è in grado di offrire al “popolo dei barconi”.
La riflessione più profonda, l’ha fatta il presidente dell’INPS Boeri, che ha affermato “L’Italia ha bisogno di un numero crescente di immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”.
E’ evidente che il nostro sistema di protezione sociale è in sofferenza, per il restringimento della base occupazionale e quindi dei soggetti che versano contributi che dovrebbero finanziare il numero crescente di pensionati.
La salvezza del sistema dipende certamente dalla crescita dell’occupazione, e in particolare di quella a più di fascia medio-alta, per professionalità, reddito e quindi anche contributi versati.
Speriamo forse che queste figure possano venire dal “popolo dei barconi”? La Germania in questo senso è stata esplicita: porte aperte a chi viene dai paesi in guerra e dotati di qualificazioni professionali (come i medici siriani). Per gli altri, verifica della professionalità, percorsi di formazione e inserimento al lavoro, quando richiesto dalle aziende.
Esiste in Italia uno straccio di politica di questo tipo? Certamente no: il quadro reale è quello di Centri per l’Impiego ridimensionati, centri di formazione professionali con pochissimi fondi, politiche per l’avvio di imprese asfittiche. Questo mentre il tasso di disoccupazione italiano è all’12%, e non al 5% della Germania. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha proclamato ieri: “Vollbeschäftigung ist möglich”, cioè la piena occupazione è possibile.
E i risultati in Italia, del resto si vedono. Salvo rare eccezioni, ciò che in assenza di politiche l’Italia sa offrire ai migranti è un posto davanti a un supermercato o all’angolo della strada, con il berretto in mano a chiedere l’elemosina. Di notte, pochi dormitori e molte panchine. Per i più fortunati un lavoro bracciantile a pochi Euro al giorno, gestiti dal caporalato meridionale.
Un po’ poco, mi sembra. Siamo proprio sicuri che, al di là della retorica, stiamo effettivamente aiutando queste persone?

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Le opportunità del Delivering

La diffusione delle consegne a domicilio è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto nelle grandi città la consegna di pizze e altri pasti caldi occupa in modo precario centinaia se non migliaia di giovani che, dotati di proprio “mezzo di produzione” (bicicletta o motorino) sfrecciano sottopagati (es 3-5 Euro all’ora) e sempre a rischio di incidente.
Sono manovrati e intermediati da alcune multinazionali che si avvalgono per la gestione degli ordini di efficienti App. Una parte sostanziale del pezzo del servizio va a questi intermediari.
Ma è proprio destino che questi lavori debbono andare ad arricchire grandi industrie californiane o tedesche e che i giovani italiani siano condannati al ruolo di “proletari” (in realtà con questi lavori è anche difficile mantenere una prole)?
Evidentemente no. Ciò che serve è che gruppi di giovani inizino ad auto-organizzarsi, formino cooperative o altri tipi di società, costruiscano accordi con i ristoranti e le pizzerie della zona, si dotino se serve di proprie App e di un proprio apparato amministrativo e commerciale. Insomma, facciano impresa.
In Italia nel recente passato in tutti i lavori più umili, dal bracciantato agricolo alle pulizie, dai lavori edili al facchinaggio, non c’è stato bisogno di multinazionali! I lavoratori italiani, spesso giovani, si sono organizzati per autogestirsi. Da tante imprese che sono nate piccole, poi, ne sono sorte alcune che sono cresciute fino a diventare grandi.
Punto di forza di queste iniziative è sempre stato un fattore molto semplice: lavorando in proprio si lavora meglio, ci si impegna di più e si è liberi di intraprendere nuove iniziative. Spesso lo stesso cliente preferisce rivolgersi alla impresa piccola, con cui è più facile dialogare.
Perché non dovrebbe succedere oggi con il Delivering? I giovani di oggi sono forse meno imprenditoriali di quelli di ieri?

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