Mese: aprile 2013

L’imprenditorialità in Italia e in Europa – Eurobarometro

Il rapporto di Eurobarometro 2012 dedicato all’imprenditorialità nei paesi europei (FLASH EUROBAROMETER 354 “Entrepreneurship in the EU and beyond”) ci dice che il 44% degli italiani (contro il 37%  della UE a 27 paesi) preferirebbe lavorare in proprio che come dipendente.

Perché mettersi in proprio? Il motivo principale è la personale indipendenza (62% sia in Italia sia nella UE), la libertà di scegliere luogo e tempi di lavoro (31%; UE 30%) e avere migliori aspettative di lavoro (17%; UE 16%).

Fra le persone che si sono messe in proprio il 43% (UE 49%) afferma di avere fatto questa scelta per cogliere una opportunità. Il 25% (UE 15%) dice di averlo fatto per necessità, compresa quella di dovere subentrare in una impresa familiare.

Il 90% (UE 87%) di chi ha avviato un’impresa dice che è stato fondamentale una valida business idea; l’ 88% dice però che furono anche molto importanti le risorse finanziarie (UE 84%).

L’insoddisfazione verso la precedente situazione lavorativa è stata importante per il 60% delle persone che hanno deciso di mettersi in proprio; una quota superiore a quella esistente in Europa (55%).

Fra chi non lavora in proprio il 27% (UE 30%) dice però che ciò potrebbe avvenire entro i prossimi 5 anni.

I motivi che finora secondo queste persone hanno ostacolato il progetto sono stati la mancanza di risorse finanziarie (17%; UE 20%) e la situazione economica non favorevole (14%; UE 12%).

Il fattore che frena maggiormente le persone dal mettersi in proprio è in Italia il timore di fare bancarotta (40%; UE 43%); spaventa anche il timore di un reddito irregolare (40%; UE 33%). Molto importanti sono anche il timore di perdere il proprio patrimonio (32%; UE 37%), avere un reddito non garantito (27%; UE 33%), il timore di un fallimento personale (9%; UE 15%) e quello di dovere dedicare al lavoro troppe energie (10%; UE 13%).

Fra i fattori che invece ostacolano l’avvio d’impresa sono la disponibilità di sostegni finanziari (89%, UE 79%), la complessità delle procedure amministrative (85%; UE 72%) e la difficoltà a ricevere informazioni (65%; UE 51%).

Alla domanda di come avrebbero eventualmente investito una ipotetica eredità, il 17% (stesso dato in UE) dice che avrebbe avviato un’impresa; il 39% dice che l’avrebbe investita nel comprare una casa (UE 33%), per risparmiarli (25%; UE 27%), acquistare beni di consumo (10%; UE 13%) o lavorare meno (3%; UE 5%).

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Il culto del dilettantismo: impensabile per chi fa impresa

Sintomo e causa della crisi italiana è il fatto che nell’opinione pubblica si è fatta strada un’idea assolutamente allo stesso tempo nociva e bizzarra, sconosciuta nei paesi più avanzati: che la risoluzione dei problemi della nazione possa essere affidata a dei dilettanti.

Persone prive di qualunque cultura istituzionale lanciate allo sbaraglio in incarichi parlamentari, che ovviamente non sono in grado di assolvere degnamente.

Basta che una persona sia giovane e onesta per renderla all’altezza di compiti complessi? Ahimè no. Non esiste alcun ambito professionale (dall’imbianchino al medico) in cui non serva un severo iter di apprendimento. In tutti i campi il livello tecnico è ormai molto elevato, le conoscenze non improvvisano, le competenze devono essere abbinate a prove ripetute di affidabilità e serietà. Questo soprattutto se si gestisce un’impresa.

A cosa fare risalire questo culto italiano del dilettantismo? Forse a quel retroterra “magico” e pre-moderno che a suo tempo fu studiato dal sociologo Ernesto De Martino e che in Italia in fondo non è mai morto. Esso sopravvive in tante forme: dalla fede superstiziosa in Padre Pio alla illusione di una vincita al superenalotto, fino all’idea che un dilettante (immaginiamone uno nella sala operatoria di un ospedale!) possa risolvere i problemi di un paese.

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