Mese: maggio 2015

Come va l’occupazione mondiale

Con la consueta puntualità e precisione, l’International Labour Office di Ginevra (ILO) ha fatto il punto della situazione mondiale dell’occupazione nel suo “World employment and social outlook – Trends 2015”.
Oggi nel mondo ci sono 201 milioni di disoccupati, in parte a causa della crisi iniziata nel 2008 e non ancora riassorbita. Il rapporto parla di una “incerta e improbabile ripresa”, nonostante fattori favorevoli come il calo del prezzo del petrolio.
Il quadro demografico è fortemente espansivo e non basta una crescita dell’occupazione dell’ 1,2% annuo (1,7% prima della crisi) per garantire l’occupazione esistente e riassorbire la disoccupazione.
E questo nonostante 61 milioni di lavoratori siano usciti dal mercato del lavoro in quanto scoraggiati. Complessivamente, i tassi di partecipazione sono leggermente calati dopo la crisi.
La crescita sta ripartendo nel Nord-America, ma non in Europa, dove la situazione rimane difficile e il 24% della popolazione è a rischio di povertà ed esclusione sociale.
La situazione si sta deteriorando in economie emergenti, come quelle latino-americane (dopo la forte crescita dell’ultimo decennio) e la Russia, mentre l’Estremo Oriente soffre il calo della crescita cinese. In Cina inoltre la forte crescita dei laureati non è accompagnata da un’altrettanta crescita dei lavori ad alta qualifica.
Molto grave la situazione in Medio-Oriente, mentre l’Africa Sub-sahariana sta vivendo per la prima volta una fase di forte crescita.
Le diseguaglianze tra redditi alti e bassi stanno aumentando quasi ovunque, con effetti negativi sulla crescita globale. I lavoratori con un buon livello di qualifica vengono sempre più messi in competizione con quelli poco qualificati, per abbassarne i salari.
Nei paesi europei più deboli, quali Grecia Spagna e Regno Unito, i salari negli ultimi anni sono molto diminuiti.
La differenza tra generi, il cosiddetto “gender gap”, persiste, con le donne che hanno difficoltà ad affrontare ad esempio i lavori autonomi, in quanto più rischiosi.
La popolazione giovanile continua ad essere “disproportionately” colpita dalla crisi, nonostante la minore numerosità dei giovani rispetto al passato.
I processi di Job Creation avvengono principalmente nei servizi privati; nei prossimi 5 anni un terzo della nuova occupazione verrà da lì. L’occupazione industriale a livello mondiale calerà (nonostante la nuova forza industriale di alcuni paesi emergenti) e i servizi pubblici aumenteranno leggermente.
I lavori molto specializzati aumenteranno, anche se nel mondo il 45% di tutti i lavori rimane ancora a bassa qualificazione. Il lavoro mediamente qualificato tende ad essere spiazzato dalle tecnologie informatiche che automatizzano funzioni impiegatizie e di contabilità.
La crisi ha abbassato il turn over fra i lavori e rallentato l’aumento della produttività. Quest’ultima, a sua volta, ha risentito del calo degli investimenti provocato dalla crisi.
La minore disponibilità di giovani sul mercato del lavoro ostacola la crescita, mentre le economie con un alto tasso di partecipazione femminile dimostrano di essere più elastiche e resistenti (resilienti) delle altre.
Di qui, un invito implicito, leggiamo noi, a favorire processi che incentivino l’occupazione e l’imprenditoria femminile, oltre che l’imprenditoria giovanile, data la difficoltà del lavoro dipendente a offrire opportunità di lavoro alle donne e ai giovani.

Come la sanità in un paese del Terzo Mondo

Talvolta si ha notizia di amministrazioni locali che mettono in atto lodevoli iniziative a favore dell’avvio di nuove imprese: premi per la migliore idea, finanziamenti, contributi, spazi di co-working, ecc.
Con risorse abbastanza limitate esse cercano di contribuire alla ripresa economico, puntando sulle nuove imprese, che sono senz’altro un soggetto economico che può produrre importanti risultati.
Conoscendo da vicino molte di queste iniziative, si ha però l’impressione che esse soffrano di due difetti di fondo (pur con le dovute eccezioni).
Il primo è che esse nascono come fatti isolati, privi di una strategia complessiva e senza un’adeguata conoscenza del contesto: come se il capo-villaggio di una povera comunità del Terzo Mondo pensasse di migliorare la salute dei suoi seguaci acquistando un macchinario per fare la TAC, la risonanza magnetica o altro, senza ben sapere se tale macchinario è proprio ciò di cui ha più bisogno il villaggio e senza organizzare un sistema professionale che garantisca il suo uso efficiente (medici, infermieri, tecnici).
Il secondo difetto è quello di avere un’attenzione spasmodica all’evento mediatico (nome dell’iniziativa, evento di inaugurazione, eco mediatica), piuttosto che alla reale efficacia che l’iniziativa stessa potrà avere nel medio-lungo periodo.
Tornando al nostro villaggio, è come se la scelta di un macchinario, piuttosto che di un altro, avvenisse in base quanto è bello esteticamente, al suo colore, alla impressione che fa su chi lo vede…

L’Europa di Merkel pessimo esempio per chi avvia una impresa

Lo spettacolo che l’Europa sta dando di fronte al caso greco è la negazione di ogni forma di solidarietà, quindi estremamente diseducativo per chiunque voglia pensare in termini di organizzazione efficiente, di una impresa o di una squadra sportiva.
Lo sport in questo senso è istruttivo: se in una squadra esiste un campione, che però non agisce per favorire i compagni, i risultati sono quasi sempre negativi. Al contrario, il campione che riesce a interagire positivamente con tutti i compagni, anche i meno bravi, porta spesso tutta la squadra a livelli di eccellenza.
Nella squadra europea la Germania dovrebbe essere il leader. Siamo di fronte però a un paese più forte degli altri che sta agendo, sotto la gestione Merkel- Schäuble, per indebolire gli altri paesi tenendoli in uno stato di perenne dipendenza.
Le regole di Maastricht sono evidentemente insostenibili per un paese come la Grecia, e in prospettiva anche anche per l’Italia e la Spagna: queste regole vanno semplicemente cambiate.
Purtroppo invece c’è chi preferisce lucrare sul debito dei paesi deboli.
L’accanimento persecutorio e la gretta Fiskaldiktatur” verso i paesi deboli, il terrore per una “Transferunion”, cioè di una Unione Europei che comporti trasferimenti a favore dei paesi più deboli, l’insopportabile pretesa di giudicare con il metro tedesco ciò che è buono per gli altri paesi, che altrimenti vanno “rieducati” sono certamente inquietanti.
Essi sono la premessa per il default non della Grecia, ma dell’Eurozona. Cioè per la retrocessione in serie B dell’intera squadra europea.

I nuovi imprenditori nell’economia italiana. Breve storia del dopoguerra (Parte 5/5) – Nuovi imprenditori contro la crisi: gli anni 2000 e oltre

Il nuovo decennio si apre con la crisi di Internet negli USA e poi con gli attentati alle Torri Gemelle nel 2001, proseguendo con le guerre in Iraq e Afghanistan. E’ quindi un decennio difficile, in cui la crescita dell’economia dapprima rallenta, per poi precipitare nella recessione nel 2008-2009 con la crisi finanziaria, anch’essa scoppiata negli USA.
Le politiche inefficaci messe in atto in Europa, con un accento prioritario sulla stabilità monetaria piuttosto che alla crescita hanno trascinato la crisi sino ad oggi.
In Europa e in Italia, nel 2002 entra in vigore l’Euro, valuta che in una prima fase consente di creare una stabilità monetaria, con l’abbassamento dei tassi di interesse anche per le imprese, ma poi diventa sempre più criticata per i vincoli di politica economica che impone ai diversi paesi.
La stagnazione economica e occupazionale di questo periodo rende sempre più importante il ruolo delle nuove imprese, che con la loro flessibilità e innovatività riescono a sviluppare attività, e soprattutto servizi, che vanno incontro ai bisogni dei cittadini.
In alcuni casi, le leggi agevolano l’apertura di nuove tipologie d’impresa, come nel caso delle parafarmacie (2008).
Fino al 2007-8 l’economia italiana ha una crescita modesta ma discreta, la popolazione aumenta e si vive in molte zone un boom edilizio, che incoraggia l’avvio di molte iniziative artigianali, nelle varie attività coinvolte dai cantieri edilizi.
Sono anni di immigrazione, e uno dei modi attraverso cui molti immigrati stranieri si inseriscono consiste nell’aprire piccole attività: nell’edilizia, nel commercio (fisso e ambulante), nella ristorazione.
L’immigrazione contribuisce a ringiovanire la popolazione, e a rendere pressante l’esigenza di ampliare la base dei servizi per l’infanzia. Continua però anche l’aumento del numero di anziani, che rendono maggiori le esigenze di servizi sociali spesso gestiti da cooperative o microimprese.
La crisi induce lo sviluppo di attività “low cost”: ad esempio il Bed and Breakfast come forma di ricettività turistica, o il commercio di beni usati e vintage.
Nel consumo alimentare prosegue il trend del biologico, cui si affianca quello dei prodotti a km zero. Si assiste a un certo ritorno alle produzioni agricole, da parte di persone giovani in cerca di un’occupazione a contatto con la natura (spesso in produzioni biologiche).
Il fascino del prodotto alimentare non industriale si estende anche a prodotti non tipicamente italiani, come la birra, dove nascono decine di piccoli laboratori artigianali.
La cura del corpo, della forma fisica, dell’estetica non conosce crisi, con lo sviluppo di attività quali i centri di riabilitazione fisioterapica, i personal trainer o i centri benessere tipo SPA (Salus per Aquam).
Internet ha un nuovo impressionante sviluppo, con i social network e l’e-commerce. I social media cambiano ulteriormente la comunicazione aziendale di molte imprese, e favoriscono la nascita di nuove piccole imprese di comunicazione.
L’e-commerce spinge molte imprese a vendere direttamente saltando i canali commerciali tradizionali: alcune di queste diventano rapidamente importanti. Una per tutto la Yoox, specializzata nella vendita on line di abbigliamento di alta gamma, creata a Bologna nel 2000 da giovani imprenditori, che in pochi anni la porteranno al successo di Borsa.
L’informatica e Internet creano opportunità anche nella editoria elettronica, con e-book scaricabili on line, e prodotti da piccole case editrici.
Il rapporto con la rete consente anche prime forme sperimentali di raccolta di finanziamenti on line: il cosiddetto Crowdfunding.
Anche in campo educativo e professionale si sviluppa la formazione a distanza via Internet.
Negli anni 2000 si arriva poi alla consapevolezza che la crisi economica deve combattuta con l’innovazione, e che questa va sostenuta con programmi specifici. Si diffonde il concetto di “Start Up tecnologica”: una nuova impresa nata dal contatto con l’Università e centri di ricerca.
Molti ambiti consentono l’avvio di nuove imprese ad alta tecnologie: dalle biotecnologie alla genetica, dalla robotica alle energie rinnovabili.
Il settore fotovoltaico, ad esempio, ha una grande diffusione, e favorisce una qualificazioni di imprese tradizionali come quelle di costruzioni e dell’impiantistica elettrica.
In un’epoca di costi crescenti delle risorse, le nuove tecnologie possono contribuire al risparmio energetico, e quindi a combattere la crisi.
La crisi si contrasta anche con iniziative commerciali all’estero. L’ingresso della Cina nel WTO, e quindi l’apertura reciproca dei mercati, mettono in seria difficoltà attività manifatturiere tradizionali, ora non più competitive, ma aprono anche immensi mercati all’estero, per prodotti di alta qualità, tecnologica o di design.
Non a caso in questo periodo si consacrano come imprese di successo internazionale alcune ex nuove imprese fondate da giovani, come la Brunello Cucinelli, fondata nel 1978 da un imprenditore che all’epoca aveva solo 25 anni.
Le politiche per le nuove imprese, ora dotate di meno risorse a parte quelle europee, si concentrano sui corsi di formazione, su sgravi fiscali, concorsi di idee, servizi di consulenza e di coaching, e su progetti ancora embrionali di decollo di finanziamenti nel capitale di rischio delle imprese innovative, del tipo Venture Capital.