Mese: aprile 2016

Dieci modi per rovinare il tuo Business Plan

Una pubblicazione della Georgia State University (Small Business Development Center Georgia State University, “Writing a Business Plan”, 2015) contiene un gustoso capitolo intitolato “Dieci modi per rovinare il tuo Business Plan” (Ten Ways to Ruin Your Business Plan), che vale la pena di leggere insieme.
Si tratta di errori nella preparazione e nella presentazione del Business Plan, che possono minarne la credibilità e ostacolare le possibilità di ricevere finanziamenti.
1. Trasmettere una copia del Business Plan contenente errori di battitura o macchie di caffè: fa capire che la persona che ha scritto il Business Plan non prende seriamente il processo di programmazione aziendale.
2. Informazioni economiche non aggiornate o irrealistiche lasciano seri dubbi sulle capacità di pianificazione dell’imprenditore.
3. Affermazioni non dimostrate sono dannose; bisogna essere preparati a spiegare il “perché di ogni punto del piano.
4. Scenari troppo rosei, che non considerano anche i pericoli del business, spingono il lettore a concludere che l’idea non è realistica.
5. Anche se i dati economici sono stati preparati da un consulente, l’imprenditore deve essere in grado di spiegarli con precisione.
6. Mancanza di strategie dettagliate. Un piano che include solo enunciazioni strategiche generiche (tipo “prodotti ottimi al più basso prezzo possibile”) sarà respinto come superficiale.
7. Soprattutto quando il Business Plan è preparato per un finanziatore, è importante mostrare che l’imprenditore sta rischiando qualcosa, e non sta solo chiedendo fondi ad altri soggetti.
8. Dal Business Plan deve emergere la volontà di garantire personalmente i crediti ricevuti. Se l’imprenditore non se la sente di rischiare, perché dovrebbe farlo la banca?
9. Le previsioni relative ai prestiti ricevuti devono essere realistiche, e non avere importi gonfiati o condizioni troppo favorevoli.
10. E’ imortante dimostrare che gli utili e il cash flow generati dal progetto saranno in grado di ripagare i prestiti ricevuti.

Perché mai Johan Cruijff era un genio?

Le celebrazioni della morte del grande campione olandese Johan Cruijff, avvenuta nei giorni scorsi, sono state unanimi nel definirlo “genio”, senza che però nessuno spiegasse il perché di tale prestigioso titolo, al di là dei tanti successi della sua carriera, da quelli diretti con l’Ajax e l’Olanda, fino a quelli indiretti come allenatore prima e ispiratore poi del meraviglioso Barcellona di oggi.
In Italia abbiamo sempre considerato come supercampioni del calcio da un lato il brasiliano Pelè, e dall’altro l’argentino Maradona: solisti impareggiabili, individualisti, fino al limite dell’anarchia e della bizzarria (soprattutto Maradona).
Né Pelè né Maradona hanno però cambiato il modo di giocare al calcio; sono stati talenti eccezionali, che non hanno cambiato il gioco di chi è venuto dopo di loro.
Crujiff sì. Con l’Olanda degli anni Settanta compare infatti un modo di giocare che prima di allora non si era mai visto, e che fu chiamato addirittura “calcio totale”.
1) I giocatori si muovono organizzati (si pensi alla tattica del fuori gioco, con avanzamenti improvvisi di tutto il gruppo dei difensori per spiazzare l’attaccante avversario) e non più per iniziativa individuale.
2) Anziché spolmonarsi per correre dietro alla palla (si pensi ai nostri Furino, Gattuso, ecc.), la squadra fa girare la palla stessa, che sempre correrà più veloce di un uomo.
3) Palla e giocatori devono essere continuamente in movimento, per non dare mai punti di riferimento fissi agli avversari.
4) Intercambiabilità dei giocatori, facendo rientrare in difesa anche gli attaccanti, facendo attaccare i difensori, e abituando anche il portiere a partecipare all’azione con i piedi.
5) Gioco a zona: il difensore non deve seguire come un ombra l’avversario diretto, ma se innocuo lasciarlo a se stesso, spostandosi invece a dare manforte ai compagni, anche in un’altra zona del campo, creando una superiorità numerica.
6) Il modo migliore per difendersi è attaccare, non fare barricate in difesa, per risparmiare energie e poi colpire di sorpresa con il contropiede.
7) L’aggressività individuale non va usata nel massacrare di botte l’avversario, ma nel metterlo in condizione di non nuocere, con un pressing asfissiante.
8) Anche il rapporto con l’avversario e con l’arbitro può essere estremamente corretto, e non basato su sotterfugi più o meno geniali (il più geniale di tutti: la “mano de Dios” di Maradona, il goal con la mano contro l’odiata Inghilterra).
9) La disciplina interna va tenuta con il coinvolgimento e lasciando il giusto spazio a ciascuno, non con le tecniche autoritarie degli allenatori dispotici (famosa la questione, mai digerita in Italia, dei calciatori olandesi, capelli lunghi, che andavano in ritiro con mogli e fidanzate, e teorizzavano che dopo avere fatto l’amore, anche in campo il rendimento diventava migliore).
10) Dietro ogni prestazione agonistica deve stare non la pura improvvisazione (Maradona che spesso non si allenava), ma un’accurata preparazione, soprattutto fisica, per garantire alla squadra una efficienza continua per tutta la partita.
11) Infine: quando nella partita si va in vantaggio, non si comincia a giochicchiare per addormentare il gioco, e cercare di difendere il vantaggio minimo, che rimarrebbe comunque a rischio di un episodio sfortunato, ma si continua a impegnarsi fino in fondo per incrementare il vantaggio e renderlo incolmabile, mantenendo vivace e divertente il gioco per gli spettatori.
Concetti, se si guarda bene, fondamentalmente validi per molte organizzazioni, non solo calcistiche. Validi ad esempio per molte aziende.
Concetti però completamente diversi da quelli individualistici all’italiana, che infatti qui nel calcio devono ancora essere digeriti. Lo furono per qualche anno nel grande Milan di Sacchi, anche perché quella squadra era piena di olandesi…Poi Berlusconi ha ripreso in mano la squadra e continua ancora a raccomandare, di fronte a grandi campioni avversari (come Lionel Messi), che per neutralizzarli bisogna “marcarli a uomo”…
In Spagna, o meglio in Catalogna, invece…
Innestando su questi concetti di fondo una maestria tecnica superiore (palleggio, precisione, dribbling, ecc.), il gioco efficace ma ancora un pò rozzo dei ragazzoni olandesi di allora si è trasformato via via in uno splendido spettacolo corale, in cui i pregi del talento individuale sanno fondersi con quelli della organizzazione collettiva.