Mese: aprile 2018

Siamo anticonformisti: parliamo bene della burocrazia italiana!

Questo mio Post andrà senz’altro controcorrente, perché intende parlare bene della burocrazia italiana. Pensate un po’!

La burocrazia italiana è storicamente pesante, e i politici dei vari partiti hanno la tendenza a complicare le normative, complicando la vita ai cittadini.

Tuttavia la nostra burocrazia da circa 20 anni ha compiuto passi da gigante sotto molti aspetti, grazie alla applicazione dell’informatica e allo snellimento di molte procedure.

La completa informatizzazione del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio rende oggi possibile scaricare a costi molto bassi visure e bilanci d’Imprese, per i quali non tanto tempo fa era necessario fare lunghe file agli sportelli, addirittura presso la Camera dove aveva sede l’impresa di cui volevo il documento.

Significava che se volevo trovare il bilancio di una s.r.l. avente sede a Sassari, dovevo andare in Sardegna, ed eventualmente sentirmi dire che dovevo ritornare, perché occorreva tempo per recuperarlo dagli archivi. Alla fine ci si affidava a un’agenzia del luogo, con relativi costi.

Persino il tanto vituperato Catasto, da molti preso a sinonimo di burocrazia “borbonica” è oggi informatizzato!

Se voglio avere un quadro delle proprietà di un cittadino, è possibile richiedere una visura che verrà sfornata in pochi minuti.

E ancora: la Posta Elettronica Certificata (PEC) ha semplificato le comunicazioni con la pubblica amministrazione, azzerando i costi delle lettere Raccomandate.

E poi ancora: la possibilità di firmare atti ufficiali apponendo una firma elettronica a distanza ha fatto guadagnare tempo e denaro.

Per firmare un contratto con una pubblica amministrazione, ad esempio, bisognava prendere l’appuntamento con l’ufficio, andare sul posto, fare la fila, firmare alla presenza del funzionario dopo il controllo del documento. Oggi è possibile andare sul portale dell’amministrazione, entrare, accedere agli atti da firmare e apporvi la firma elettronica del legale rappresentante (in caso di società).

Pochi esempi, non esaustivi, ma senz’altro incoraggianti

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 Cosa sa fare l’ Italia

Fa piacere leggere che l’impegno prioritario della politica economica italiana deve essere quello di premiare il coraggio e l’inventiva e fare nascere nuovi imprenditori. Specie se chi lo dice è Pierluigi Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, nel suo ultimo libro (Anna Giunta, Pierluigi Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Laterza, Roma, 2017).

A questa conclusione, gli autori arrivano dopo un’amara analisi della situazione economica italiana. Il nostro paese, affermano, ha avuto solo due periodi di grande sviluppo: la industrializzazione del periodo giolittiana (1898-1913) e il miracolo economico degli anni ’60.

Nel periodo 1898-1913 l’economia crebbe a una media annuale del 2,5%, furono fatte grandi opere pubbliche (dal traforo del Sempione nel 1906 alla costruzione del sistema idroelettrico), fu regolamentato il lavoro minorile, si innescò uno sviluppo industriale che ci rese quasi autosufficienti nella produzione di locomotive.

Nel miracolo economico la crescita media fu addirittura del 5%. In quel periodo vi fu una crescita esponenziale delle piccole e medie imprese, ci fu l’apertura del Mercato Comune Europeo, si svilupparono i distretti industriali.

Finito quel periodo, notano gli autori, l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e a impelagarsi in un groviglio di burocrazia, costi per le imprese, bassa legalità, tagli continui alla Università e alla ricerca, bassi livelli di concorrenza.

L’Italia così ha fallito una terza possibile fase di sviluppo, quella che in altri paesi è stata favorita dalle tecnologie ICT. In Italia non è nata nessuna Google o Microsoft, mentre le nuove tecnologie hanno avuto scarsa diffusione, generando una situazione di bassa produttività.

In una epoca di globalizzazione e di dispersione della produzione nelle CGV (Catene globali del valore), le piccole imprese, che erano state un fattore dinamico, diventano un freno, in quanto portatrici di tre caratteristiche negative: familismo, bassa produttività, e bassa innovazione.

Nella crisi 2008-14 si verifica il tracollo. Il PIL precipita dell’ 8,4%, mentre nonostante la crisi globale in Germania cresce del 4,1%. Il tasso di occupazione diminuisce del 5,1% (Germania +4,4%), la produttività media scende del 4,4% (Germania -0.3%).

Che fare, per risollevare le sorti di un sistema economico che continua ad avere una forte componente manifatturiera?

Semplificare l’ordinamento giuridico, migliorare il sistema della istruzione (investendo sulle scuole tecniche come le Fachhochschulen tedesche), favorire la ricerca e sviluppo, favorire la concorrenza.

Ma anche ridimensionare il peso delle banche “Le imprese nuove e innovative dovranno imparare a fare a meno del credito bancario, rivolgendosi ad altri intermediari o direttamente al mercato del risparmio” (p.203).

Affermazione singolare da parte del Direttore di Banca d’Italia, cioè di una istituzione che dovrebbe valorizzare e rendere più efficace il ruolo delle banche. Il sogno degli autori è che per le piccole imprese si spalanchino improvvise opportunità di finanziamento attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa.

Sarebbe bello che potesse andare così, ma i problemi sembrano più complessi. In quell’impietoso confronto tra le performance dell’Italia e della Germania c’è una lunga storia di errori di politica industriale, la vicenda mal gestita di una unificazione europea che ha progressivamente marginalizzato il nostro paese, l’adesione a una politica monetaria comune sulla base di regole sostanzialmente fissate a Berlino, la trasformazione del Mediterraneo da mare di scambi in mare di guerre e di profughi.

E’ irrealistico pensare che lo sviluppo delle piccole imprese del sud, ad esempio, possa avvenire attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa. Forse ci vuole qualcosa di più, purtroppo.