Mese: maggio 2018

L’approccio patrimonialista del discorso di Mattarella

L’importante e grave discorso del Presidente Mattarella agli italiani, subito dopo il fallimento della ipotesi di un governo guidato dal prof. Conte è sintomatico del pensiero economico e politico che guida i piani alti delle istituzioni italiani.

Il rifiuto di nominare ministro dell’economia il prof.Savona, a causa dei problemi che questi avrebbe potuto sollevare nella Eurozona e negli equilibri con la Germania, è stato mosso dalla unica preoccupazione di non “allarmare gli investitori e i risparmiatori investitori italiani e stranieri che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende”.

Un aumento dello spread, ha detto Mattarella, potrebbe infatti ridurre lo spazio “per interventi sociali”.

E ha con forza ricordato che la sua presa posizione deriva dalle prerogative che la Costituzione conferisce al Presidente.

In verità, la nostra Costituzione pone all’art.1, come priorità e indicazione primaria anche per i Presidenti della Repubblica, quella del Lavoro (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”), concetto però completamente assente nel discorso di Mattarella.

L’Italia oggi è un paese fermo, che ha bisogno assoluto di Lavoro, cioè di creazione di nuova ricchezza. La difesa del risparmio e degli investimenti finanziari degli operatori stranieri è certo importante, ma non prioritaria. Questa difesa interessa i ceti più benestanti, e i grandi investitori, cioè chi possiede grandi dotazioni finanziarie, non la grande massa dei cittadini.

Anche questi cittadini hanno diritto ad accumulare risparmi, ma ciò può avvenire solo risolvendo i loro problemi di lavoro. Il risparmio nasce dal lavoro, non viceversa.

Abbiamo assistito quindi a un discorso di strenua difesa della ricchezza già accumulata, e non delle opportunità di creazione di nuova occupazione.

Peraltro (forse è una sensazione solo mia), con il forte sospetto che l’interlocutore più importante del discorso fosse costituito dai grandi investitori internazionali, che detengono circa un terzo del nostro debito (i 2/3 sono in mani italiane) e sono molto abili, come dimostrato in passato, nel tessere trame speculative contro i paesi in difficoltà.

Lasciamo tutto così com’è, anche un Euro che non funziona (per l’Italia), per difendere i grandi investitori. Evitiamo di pensare, dice implicitamente Mattarella, a una riforma dell’Euro, che solo con una “rottamazione” dei parametri di Maastricht potrebbe invece tirare fuori l’Italia (e altri paesi) da una stagnazione in cui diventa impossibile qualunque politica di sano rilancio keynesiano dei consumi e degli investimenti.

Ho l’impressione che l’approccio patrimonialista del Presidente (una volta la destra conservatrice difendeva i latifondisti agrari, oggi i grandi patrimoni finanziari) non piacerà molto a una popolazione che con il voto ha mandato segnali chiari di essere molto arrabbiata, soprattutto per le condizioni in cui versa da alcuni anni il mondo del lavoro.

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Italia Argentina un confronto ingiusto

L’avvicinarsi di un governo meno allineato alla finanza internazionale, ha sollevato un fuoco di sbarramento mediatico in cui è riemerso spesso il raffronto tra Italia e Argentina. Ha iniziato l’opinionista del Corriere della Sera Federico Fubini: «L’Argentina è in difficoltà, meno male che noi siamo nell’Euro altrimenti lo saremmo anche noi».

Hanno risposto a muso duro gli economisti della Lega Borghi e Bagnai, sostenendo che proprio l’Euro è invece la causa della crisi italiana.  “Argentina e Italia sono Paesi profondamente diversi. In Argentina il settore agricolo pesa il quadruplo rispetto all’Italia, e questo incide sulla composizione dell’export, che in Italia è composto per l’84% da prodotti manifatturieri, mentre in Argentina solo per il 31%.”

In agricoltura, affermano i due leghisti, la domanda di materie prime (quelle che l’Argentina esporta) è rigida (se il prezzo la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli), mentre nel manifatturiero (settore in cui l’Italia esporta), la domanda dei prodotti è elastica al prezzo, e a questo punto quale valuta si adotti e come la si gestisca diventa rilevante. Un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero.

Fin qui la schermaglia politica, tra i due esponenti del nuovo corso leghista e un esponente dell’establishment. Ricordiamo che Fubini ha affermato qualche giorno fa che una democrazia non deve rispondere soli ai cittadini-elettori, ma anche ad altri, ovviamente non a chi crea ricchezza, cioè lavoratori e imprese, ma ai “risparmiatori”, includendo nella categoria anche i grandi fondi speculativi che detengono parte del nostro debito di Stato.

Ma Italia e Argentina sono paesi veramente simili?

Indubbiamente, tra i due paesi ci sono affinità culturali, a partire dal fatto che gran parte degli argentini odierni sono di origini italiane (a partire dal campionissimo di calcio Lionel Messi, origini marchigiane), e che lo sono stati tanti uomini politici, primo fra tutti il più grande leader populista di tutti i tempi Juan Domingo Peron (origini venete). Il Tango, ballo tipico della zona portuale di Buenos Aires, era nato in un ambiente malavitoso fortemente segnato dalla presenza italiana, e ancora oggi in Italia la parola “tanghero” ha una forte connotazione negativa.

La miscela culturale argentina ricorda per molti versi quella della nostra Italia meridionale, con una religiosità superstiziosa, una vita “slow”, tanta inclinazione alla retorica e al romanticismo musicale e non (si pensi a Diego Armando Maradona, che solo a Napoli sarebbe potuto diventare un personaggio mitico, semi-divino). In fondo sia l’Argentina che il nostro Sud sono stati plasmati entrambi, nella storia, dalla dominazione spagnola: province periferiche e subalterne di un impero coloniale.

I cicli economici e politici argentini sono stati cicli brutali di arricchimento e dissipazione. Dall’Argentina paese fra i più ricchi al mondo a fine ‘800 a ripetuti default (1949, 1976)  fino all’ultimo drammatico del 2001 , dopo che l’Argentina si era ritenuta capace di agganciarsi al Dollaro (abolendo il Peso), fino al glorioso ciclo di ripresa post-svalutazione gestito dal leader neo-peronista Nestor Kirchner (morto prematuramente nel 2007) e poi più blandamente dalla consorte Cristina.

Individualismo, familismo (Evita, Isabelita, Cristina), razzie dei beni pubblici (il ministro Domingo Cavallo che scappa in elicottero), fiumi di esportazioni di capitali negli USA o nel vicino Uruguay (la “Svizzera” del Sud America), corruzione, personaggi pittoreschi che eccitano gli animi (pensiamo ancora a Maradona), ribellismo anarchico (spesso sfociante in terrorismo), inflazione, bestiali dittature che per qualche anno mantengono il consenso con la promessa di portare “ordine”, poi a loro volta depredano il paese, infilandolo in guerre disastrose come quella delle Malvinas/Falkland.

Questo paese perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, e del default finanziario, ricorda indubbiamente l’Italia, ma con tono amplificati, da quadro espressionista degli anni ’20.

Eppure l’Italia è ormai profondamente diversa, anche perché è in Europa e perché è un paese industriale. Legami con l’Europa e industrializzazione sono due aspetti profondamente legati. L’Italia è un paese industriale perché fin dall’800 ha potuto interagire da vicino con l’economia tedesca (si pensi alla chimica e alla meccanica), francese, in parte britannica e americana. L’Argentina è rimasta isolata in un territorio immenso, dominato economicamente dall’imperialismo “yanqui”, a tutto interessato fuorché allo sviluppo industriale dell’America Latina. Potenzialmente più democratica, perché fondata da masse di immigrati che fuggivano dalla miseria e dal feudalesimo delle campagne italiane, l’Argentina ha sviluppato invece con difficoltà una base democratica e dal punto di vista economico non ha mai visto nascere un ceto medio esteso e dinamico come quello italiano.

Nel dopoguerra l’Italia ha gestito sapientemente una riforma agraria (che il fascismo aveva soffocato, alleato com’era ai latifondisti), creando la base per consumi di massa, ma anche per atteggiamenti micro-imprenditoriali che si sarebbero ben presto trasferiti nell’artigianato e nel piccolo commercio. La robusta infrastrutturazione degli anni ’50 e ’60 (anche con l’aiuto del piano Marshall) ha creato squilibri e anche brutture ambientali, ma ha gettato anche le basi per una enorme crescita economica e culturale (alti tassi di scolarizzazione), che ebbe i suoi sbocchi politici nei movimenti di emancipazione del ’68 e seguenti.

Il ruolo dell’Europa, del Mercato Comune, e successivamente della CEE, è stato fondamentale, per farci partecipare (anche se spesso in modo subalterno) a un club di pochi paesi avanzati, che hanno abolito le barriere doganali, condiviso politiche, normative, mercati.

Regioni come l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, già culturalmente abbastanza omogenee al nord-Europa per la lunga storia di dominazioni e liberazioni da popoli gallici e germanici (Vandali, Ostrogoti, Longobardi e via andare) sono diventati pezzi pregiati di una Europa dinamica e pacificata, in presa diretta con l’Europa tramite l’asse del Brennero.

Però l’Italia non è solo Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, non ha solo 20 milioni di abitanti ma 60, è molto diversificata e complessa, non è addossata tutta alle Alpi, ma si prolunga per mille chilometri nel mare Mediterraneo.

Questo però è stato ignorato da chi ha deciso l’ulteriore salto di qualità della integrazione europea rappresentato dall’Euro, e poi da chi ha gestito le politiche della moneta comune.