Mese: giugno 2014

“Costarica chiiiiiii?” Cosa insegna alle imprese l’Italia del calcio

Tante volte la Nazionale di calcio è stata eliminata dai Mondiali, ma mai in un modo così imbarazzante. Un modo che riflette i mali del paese e rischia di trasmettere messaggi dannosi anche alla platea di chi vuole avviare una impresa.

La disorganizzazione della squadra non è stata casuale, ma frutto della somma di scarsa preparazione tecnica e dei troppi individualismi.

  • La preparazione fisica. Incredibile vedere così tanti professionisti crollare per crampi a metà partita, pur in un caldo torrido (perché ad altre squadre non capita?).
  • Le scorrettezze. Continue trattenute agli avversari, falli simulati, calci assassini; neanche il coraggio e la fantasia (avuta invece da calciatore uruguayano) di masticare orecchie e spalle dell’avversario! Il tutto accompagnato da segni della croce e rituali scaramantici, confidando nell’aiutino dal cielo…
  • I giovani. Se la squadra ha retto fino a un certo punto è stato per merito di alcuni grandi “vecchi” come Buffon e Pirlo: seri, professionali, concentrati, modesti, ultimi eredi di una tradizione “artigianale” che sta scomparendo. I giovani sono sì pieni di muscoli, tatuaggi e creste, ma spesso impreparati e presuntuosi (“Costarica, chiiii?”).

L’Italia è un paese malato di immagine. Si chiede troppo poco alle persone di essere serie e concrete e troppo di essere “mediatiche”. Apparire ovunque e fare credere di risolvere i problemi, piuttosto che conoscerli e metterci mano veramente, è il costume politico dominante, da almeno 20 anni.

Su questo lo sport ha però il merito di evidenziare presto i bluff.

Allo stesso modo avviene per il mondo delle imprese: avviare e gestire una impresa richiede doti speculari a quelle mostrate dai nostri “eroi”: organizzazione, collaborazione, preparazione, modestia, impegno, e non gigionerie mediatiche accompagnate da inconsistenza nei momenti decisivi.

Le nuove imprese come cellule staminali

Molte nuove imprese Start Up, con le loro idee e le loro energie, stanno impegnandosi per rinnovare un tessuto economico fiaccato dalla crisi e da politiche sbagliate, europee e italiane.

In questo senso esse hanno una funzione simile a quella delle cellule staminali in medicina.

Le staminali sono particolari cellule che, per le loro caratteristiche di flessibilità e plasticità, vengono sempre più impiegate in campo terapeutico, soprattutto in quelle patologie nelle quali si ha la morte di un certo tipo di cellule, per es. nel morbo di Parkinson, nel morbo di Alzheimer, nelle malattie cardiache o nel diabete. Le staminali della pelle assicurano il ricambio degli strati più superficiali dell’epidermide (ad esempio in caso di ustioni); quelle del sangue permettono il continuo rinnovamento di globuli rossi e globuli bianchi e così via.

Le nuove imprese ricreano spesso attività commerciali e artigianali in contesti (ad esempio i centri storici) desertificati dalla grande distribuzione, innovano attività tradizionali, aprono prospettive nuove in settori ad alta tecnologia.

L’Italia certo non è un paese particolarmente aperto alla innovazione scientifica, e anche i finanziamenti alle ricerca per le cellule staminali lo confermano.

Questo vale anche per le politiche per le Start Up?

L’innovazione e il ruolo dello Stato

L’economista italo-americana Mariana Mazzuccato (The entrepreneurial State, Demos, London, 2011) ha sostenuto che la crescita di un paese non è il risultato di genii individuali spuntati dal nulla, quali quelli tanto celebrati della Silicon Valley o dei venture capitalist che investono nelle imprese high tech, bensì soprattutto della forza dei Sistemi nazionali di innovazione, definiti come reti di istituzioni pubbliche e private (anche clienti, fornitori, infrastrutture, ecc.) la cui interazione determina la diffusione e la applicazione di nuove tecnologie all’interno di un paese.

Si tratta di interazioni a forte incertezza, che richiedono la presenza di uno “Stato imprenditore” non in quanto gestore diretto delle attività produttive, ma in quanto soggetto capace di individuare e selezionare le aree a più alta potenzialità, investirvi ingenti risorse con continuità (vedendo risultati solo nel medio-lungo periodo) e spingere in avanti i confini della conoscenza.

Giappone, Germania, Corea del Sud, Stati Uniti sono esempi di stati imprenditoriali. Proprio sugli USA la Mazzuccato porta i casi dei grandi investimenti pubblici della Defense Advanced Research Projects Agency nel dopoguerra, della Atomic Energy Commission and the National Aeronautics and Space Agency (NASA), della Advanced Projects Research Agency (ARPA), dello Small Business Innovation Research programme, ma più recentemente anche quelli dell’ Orphan Drug Act (ODA) del 1983 per lo sviluppo delle biotecnologie, della National Nanotechnology Initiative e deli investimenti per le Green technologies.

Questi programmi pubblici sono stati portati avanti sia da forze politiche progressiste sia da forse conservatrici e liberiste, come avvenne nel 1982 con lo Small Business Innovation Development voluto da Reagan.

Mazzuccato porta, come esempio negative antitetico a quello degli USA, quello del Regno Unito, paese che avrebbe avuto grandi potenzialità proprio nelle Green Technologies, potenzialità che non è riuscito a sfruttare sia per la scarsità delle risorse investite sia perché i governi sono stati guidati da idee sbagliate quali quella di basarsi solo su incentivi alle imprese private.

Queste ultime però sono tentate, se non sono inserite in una regia nazionale, di raccogliere le risorse pubbliche rincorrendo solo i propri ritorni commerciali, senza quindi preoccuparsi di reinvestire una parte dei profitti nella ricerca e in ulteriore innovazione.

E in Italia?

Qual è la situazione? Quanto sono attenti i politici a questi aspetti?

L’importanza di investire nella conoscenza

Lo storico tedesco Werner Abelshauser è il principale sostenitore della tesi secondo cui la Germania, vive da 150 anni una sostanziale continuità di indirizzi di politica economica, nel passaggio dal Reich di Bismarck alla repubblica democratica di Weimar poi al Nazionalsocialismo, poi alla Repubblica Federale e in un certo senso alla DDR.

Ciò che dà continuità alla storia tedesca è in gran parte l’investimento del capitale umano, nella formazione professionale e nella scienza.

Nel 1887 il Reich fondò, per la ricerca, il Kaiser-Wilhelm Institut e la Physikalisch-Technische Reichsanstalt. Il nazismo poi varò una fondamentale legge (Reichschulgesetz del luglio 1938) che rendeva obbligatoria una formazione professionale per tutti i giovani, una richiesta questa che i sindacati avevano rivendicato fin dagli anni di Weimar.

Nel dopoguerra, la socialdemocrazia istituì all’inizio degli anno ’70, il sistema di formazione professionale duale, mentre lo Stato investiva massicce somme nella ricerca e nella promozione di nuove tecnologie.

Parallelemente l’Italia disinvestiva in tutti i rami del sapere, perché “la cultura non si mangia” (Tremonti).

Dobbiamo stupirci che le auto tedesche siano meglio di quelle italiane o che nell’aerospaziale l’Italia (che scelse di stare fuori dal progetto Airbus) l’Italia arranchi?

Prima idea del governo Renzi è stata quella di eliminare dal periodo di apprendistato le poche ore previste di formazione professionale. Per fortuna il Parlamento ha bocciato la proposta.

Con idee primitive si va poco lontano.