Mese: maggio 2014

Qualcosa può cambiare in Europa

L’esito delle elezioni per l’Europarlamento forse riuscirà a determinare cambiamenti decisivi nelle politiche della Unione e in particolare della zona Euro.

Soprattutto da Parigi viene un voto di protesta che fa tremare le fondamenta della costruzione europea, da sempre basata sull’asse franco-tedesco.

“Così non va!”, sembrano dire con forza gli elettori di Francia, Grecia, Spagna e in parte di altri paesi più adattivi, come l’Italia.

La dissennata austerità, esclusivamente finalizzata alla stabilità finanziaria e al rafforzamento dell’Euro, nell’interesse del sistema finanziario e a detrimento di chi deve creare nuova ricchezza, in primo luogo le imprese, ha condotto nel vicolo cieco della stagnazione economica e della disoccupazione di massa. Pensare solo a tagliare la spesa e a tassare imprese e cittadini ha distrutto posti di lavoro e condotto paradossalmente all’aumento del debito pubblico, perché senza sviluppo cala il gettito fiscale e aumentano le spese sociali.

Per girare attorno ai problemi, senza risolverli, negli ultimi anni in Italia ne abbiamo sentite di tutti i colori: dall’austerità “espansiva” che avrebbe dovuto incentivare le imprese ad investire (Monti), al taglio dei salari che avrebbe attirato imprese dall’estero (Fornero), ai tornelli che avrebbero aumentato la produttività dei dipendenti pubblici (Brunetta), ai falò di leggi che avrebbero semplificato la vita amministrativa (Calderoli), alla vendita su e-bay di alcune decine auto blu per raddrizzare il deficit pubblico (Renzi).

L’Eurozona è come un’automobile con freni forti e un motore debole: molto stabile e sicura ma quasi ferma. Questo mentre i concorrenti vanno fortissimo (Cina) o hanno ripreso a correre (Giappone, USA), grazie a politiche opposte a quelle europee.

Se si vuole evitare la fine dell’Euro bisogna cambiare radicalmente rotta. I trattati europei vanno cambiati: la quotazione dell’Euro va pilotata verso il basso, gli assurdi parametri auto costrittivi di Maastricht e del fiscal compact vanno rivisti, la BCE (ch predica continuamente riforme per gli altri) deve essere riformata per assegnarle (come avviene per le altre grandi banche centrali) non solo l’obiettivo della stabilità monetaria ma anche quello della piena occupazione.

 

Ovviamente l’IRAP resterà

Nel post del 20 febbraio 2014 ci eravamo chiesti “Ma davvero l’IRAP verrà abolita?”. E avevamo avanzato un ragionamento molto semplice: lo Stato italiano, e soprattutto le Regioni, per il finanziamento della sanità, non possono fare a meno di questa imposta.

Tant’è che nonostante i proclami iniziali del governo Renzi-Padoan l’IRAP è rimasta tranquillamente al suo posto, subendo soltanto una limatina dal 3,90% al 3,50%, del tutto simile a quella che già si era già avuta ai tempi del governo Prodi (dal 4,25 al 3,90%).

L’IRAP è una imposta iniqua, certo (sugli aspetti tecnici vedi il precedente post), ma è ormai indispensabile per la tenuta dei conti pubblici italiani.

Si pensi che se non ci fosse l’IRAP il trasferimento della sede della Fiat a Londra lo Stato italiano non avrebbe incassato nulla sugli utili fatti dall’azienda in Italia; grazie all’IRAP, che si basa anche sul costo della manodopera, tutte le regioni italiane in cui vi sono insediamenti Fiat (dal Piemonte al Molise) incasseranno una parte del gettito, non lasciandolo quindi tutto ai cari amici inglesi.

https://dangelilloimpresa.wordpress.com/2014/02/20/ma-davvero-lirap-verra-abolita/