Cultura d’impresa

Qi Ye Jia: l’imprenditore nella visione cinese

Se vogliamo capire meglio la cultura economica e aziendale cinese, può essere utile riflettere sul fatto che nella loro lingua il concetto di imprenditore (Qi Ye Jia) viene espresso accostando tre parole:
■ Qi, che significa “guardare al futuro” (visione),
■ Ye, che significa “responsabilità” (affidabilità),
■ Jia, che significa “lavoro di gruppo” (collaborazione).

L’imprenditore, quindi, è un soggetto che guarda al futuro, affidabile e capace di sviluppare una collaborazione di gruppo.
Una visione completamente differente da quella occidentale di stampo anglosassone, che esalta invece i concetti di “massimizzazione del profitto”, di “aggressività”, all’esterno (verso i concorrenti) e all’interno (verso i dipendenti) e di “vincente”. Quindi: indifferenza verso gli altri, in nome dell’interesse individuale.
Sarà forse un caso che l’economia cinese stia andando da tempo meglio della nostra?

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Dove soffia il vento della ripresa?

I dati del PIL ci dicono che, se pure meno di quanto avviene a livello internazionale, l’economia italiana è in ripresa. Per ultimi, i dati della “Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017” curata da dal centro studi di Intesa Sanpaolo, indicano che il risparmio riprende ad aumentare e così pure i progetti di investimento delle famiglie italiane.
Il risparmio è sempre di meno “difensivo”, per resistere alla crisi, e sempre più progettuale, per dare vita a nuove iniziative.
Questo è molto incoraggiante, anche per la creazione di nuove imprese: ma dove si apriranno opportunità di investimento?
L’economia è comunque cambiata, e le nuove opportunità saranno diverse da quelle ante-crisi.
Come Genesis siamo impegnati nel progetto di ricerca “Opportunità imprenditoriali – 2018”, che è ancora alle prime battute, ma alcune indicazioni già emergono, in diverse attività legate alla digitalizzazione delle imprese, alla internazionalizzazione, alla produzione di contenuti culturali, alla rifuzionalizzazione di immobili dismessi (il cui numero si è dilatato durante la crisi), ma anche sul versante privato in tanti servizi e attività commerciali, normalmente di nicchia.
La nicchia specializzata è ciò su cui deve concentrarsi un piccolo imprenditore nella Italia di oggi; non ha senso cercare di imitare i modelli globali dei colossi della Silicon Valley. L’impresa italiana si è sempre distinta per la qualità delle sue specializzazioni e dei suoi servizi, e così penso che sarà anche nella nuova fase.

I Business Plan delle imprese Cinesi

In una economia super-emergente come quella cinese, come vengono costruiti i Business Plan delle imprese?
Non è facile rispondere, ma uno scritto dei professori Liu Dezhi e Cui Wenjing della Shenyang JIanzhu University fa intuire che anche nella redazione di un Business Plan i cinesi portano con sé alcune specificità che non sono tanto diverse da quelle che li caratterizzano nella vita quotidiana e nel lavoro.
Ad esempio la cura del linguaggio.
Il linguaggio di un Business Plan – dicono i due professori- deve essere semplice, che anche la nonna (figura molto importante nella società cinese) possa capirlo.
Allo stesso tempo, però, questo linguaggio deve essere “scientifico”: un termine che non si usa spesso nel linguaggio aziendale occidentale.
Non è corretto quindi usare il linguaggio della vita quotidiana o quello dei giornali o della politica. Aggiungerei io: neanche quello del marketing, che spesso rischia di trasformare un Business Plan in uno spot pubblicitario.
Il linguaggio è la base di ogni ragionamento astratto – dicono i due professori- e quindi la capacità di scrivere con precisione, è la base per redigere un Business Plan. Non è possibile presentare un elaborato pieno di errori, idee confuse, concetti oscuri, strutture logiche deboli.
Un Business Plan deve saper unire testi, dati e parti grafiche. Esposizione, descrizione, narrazione e argomentazione sono forme del linguaggio, che devono essere combinate con vari tipi di tabella, grafici, diagrammi e fotografie.
La logica del discorso deve essere molto solida, alternando in modo efficace analisi e sintesi, conclusioni e deduzioni, linguaggio astratto e linguaggio concreto.
I termini devono essere precisi. Nel caso in cui si usi una “self-created terminology”, cioè una terminologia creata da sé, bisogna dare una definizione esatta di ogni nuovo concetto.
Nell’uso delle unità di misura, occorre attenersi a quelle ufficiali e non disorientare il lettore passando improvvisamente da un’unità all’altra, ad esempio dai metri quadrati agli ettari.
Infine, per una redazione estremamente precisa di un Business Plan, occorre una rigorosa attività di controllo.
A questo proposito i cinesi ci stupiscono ancora: prima di consegnare un Business Plan, una volta scritto, bisogna leggerlo e rileggerlo almeno una dozzina di volte, paragrafo per paragrafo, andando a caccia di possibili errori, illogicità, argomentazioni deboli, espressioni poco efficaci, contenuti poco coerenti fra loro, commenti poco appropriati.
Solo così si può arrivare a un elaborato di qualità.

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Per una impresa Smart

La parola “Smart” è oggi molto di moda, ma nel mondo delle imprese cosa può significare? Pochi anni fa Edward D.Hess, della Columbia University (New York) scrisse un bel volume intitolato “Smart growth : building an enduring business by managing the risks of growth” (2010), in cui si sosteneva che una crescita intelligente (“smart”) è quella che non punta tanto a diventare più grandi, quanto a diventare migliori.
Una crescita puramente quantitativa, e continua, esiste solo nei modelli matematici di alcuni economisti, non nella realtà. I diversi esempi portati da Hess mostrano che anche le aziende più importanti e famose hanno passato brutti momenti di crisi, dalla Coca Cola che alla fine degli anni ’90 era vista come un modello di inefficienza, a Starbucks che dovette chiudere in poco tempo ben seicento caffetterie che erano in perdita, a Harley- Davidson che ebbe seri problemi di incasso dei crediti dai distributori, a UPS che si è più volte riorganizzata dando vita a nuove società quali quella dei negozi Mail Boxes, molto diffusi anche in Italia.
In natura, come mostrano gli studi biologici,un organismo non può crescere troppo, perché rischia di morire, per disfunzioni interne e/o rischi di aggressioni esterne, anche perché diventando troppo pesanti si diventa lenti e più facilmente attaccabili. La sopravvivenza di un organismo presuppone invece un adattamento “intelligente” e continuo all’ambiente in cui si è inseriti.
Nelle aziende, diventare migliore è ben più importante che diventare più grandi (“being better, not just bigger”). Non è così scontato, dice Hess, visto che le grandi imprese sono ossessionate dallo sviluppo del fatturato a tutti i costi (quadrimestre per quadrimestre), anche al costo di comprare, pur di ingrandirsi, altre aziende inefficienti.
Le stesse piccole imprese spesso sono prese dalla frenesia di diventare grandi, rincorrendo la crescita quantitativa (la cosiddetta “scalabilità”).
L’attenzione agli aspetti quantitativi allontana invece dalla ricerca della qualità, il solo requisito che può rendere competitiva un’azienda.
Qualità significa imprenditorialità, attenzione al cliente, continui miglioramenti, valorizzazione e partecipazione delle risorse umane, capacità di gestire il rischio.
Di qui altri esempi che Hess porta, dalla azienda del lusso Tiffany, alla UPS, alla catena di impianti satellitari Defender.
Ciò che i fautori della crescita a tutti i costi non dicono mai è che nella maggioranza dei casi le aziende che fanno quest scelta falliscono, perché non sanno affrontare il rischio, faticano a capire i pericoli e non sanno trovare in modo dinamico le migliori soluzioni ai problemi.
La vita di una impresa non è lineare, ma come tutte le vicende umane va avanti con movimenti verso l’alto e verso il basso, cicli, zig zag, miglioramenti passo dopo passo.
Imparare, adattarsi all’ambiente circostante, innovare non richiede una crescita dimensionale, ma intelligenza nel riconoscere nuove opportunità e nel cambiare continuamente.
E’ molto sbagliato dire, conclude Hess, che l’alternativa è tra crescere o morire (“Grow or Die”), perché se si fanno le cose nel modo sbagliato, proprio la crescita può portare alla morte dell’azienda (“Grow and die”).

Evento prenotabile anche tramite EVENTBRITE
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-dallidea-al-progetto-il-business-plan-farlo-usarlo-finanziarlo-38006750213?aff=es2

Le opportunità del Delivering

La diffusione delle consegne a domicilio è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto nelle grandi città la consegna di pizze e altri pasti caldi occupa in modo precario centinaia se non migliaia di giovani che, dotati di proprio “mezzo di produzione” (bicicletta o motorino) sfrecciano sottopagati (es 3-5 Euro all’ora) e sempre a rischio di incidente.
Sono manovrati e intermediati da alcune multinazionali che si avvalgono per la gestione degli ordini di efficienti App. Una parte sostanziale del pezzo del servizio va a questi intermediari.
Ma è proprio destino che questi lavori debbono andare ad arricchire grandi industrie californiane o tedesche e che i giovani italiani siano condannati al ruolo di “proletari” (in realtà con questi lavori è anche difficile mantenere una prole)?
Evidentemente no. Ciò che serve è che gruppi di giovani inizino ad auto-organizzarsi, formino cooperative o altri tipi di società, costruiscano accordi con i ristoranti e le pizzerie della zona, si dotino se serve di proprie App e di un proprio apparato amministrativo e commerciale. Insomma, facciano impresa.
In Italia nel recente passato in tutti i lavori più umili, dal bracciantato agricolo alle pulizie, dai lavori edili al facchinaggio, non c’è stato bisogno di multinazionali! I lavoratori italiani, spesso giovani, si sono organizzati per autogestirsi. Da tante imprese che sono nate piccole, poi, ne sono sorte alcune che sono cresciute fino a diventare grandi.
Punto di forza di queste iniziative è sempre stato un fattore molto semplice: lavorando in proprio si lavora meglio, ci si impegna di più e si è liberi di intraprendere nuove iniziative. Spesso lo stesso cliente preferisce rivolgersi alla impresa piccola, con cui è più facile dialogare.
Perché non dovrebbe succedere oggi con il Delivering? I giovani di oggi sono forse meno imprenditoriali di quelli di ieri?

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Una piccola ripresa c’è: cosa sta cambiando?

Per quanto modesta, una ripresa ormai c’è, in molti settori. Questo è importante soprattutto perché sta cambiando l’atteggiamento e le aspettative di molte persone e molti imprenditori. La priorità è sempre meno quella di difendersi dalla crisi, e sempre più quello di sviluppare idee nuove per partecipare alla nuova fase economica, senza farsi sfuggire le opportunità che emergono.
L’incertezza ovviamente regna sovrana, perché la ripresa potrebbe rimanere asfittica, ma potrebbe anche accelerare.
Meglio quindi prestare la massima attenzione (lo stare in allerta, l’“alertness” è proprio il termine impiegato da alcuni studiosi anglo-sassoni), prepararsi adeguatamente e sviluppare atteggiamenti pro-attivi.

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LIDL sponsor della nazionale

Fino a tutto il 2018, anno dei Mondiali, lo sponsor della nazionale italiana di calcio sarà LIDL, multinazionale tedesca famosa per i suoi supermercati discount.
E’ un segno dei tempi, così come i patetici discorsi che hanno accompagnato la presentazione della collaborazione, che secondo i rappresentanti della Federazione Italiana Gioco Calcio, servirebbe a promuovere la diffusione della “italianità” nel mondo…

Riceverò mai una pensione?

Spesso chi è interessato a mettersi in proprio, quando nei corsi o nelle consulenze si parla degli obblighi di legge che impongono versamenti pensionistici minimi, reagisce quasi con fastidio, convinto che con i tempi che corrono una pensione non la si riceverà mai.
Che dire? Tre fondamentali cose.
La prima è che si può stare tranquilli: l’INPS (fondato nel 1898) è sopravvissuto a due guerre mondiali e a cambi completi di regime politico, e le pensioni le ha sempre pagate, e continuerà penso a pagarle anche in futuro.
La seconda cosa di cui si può essere certi è che queste pensioni saranno pagate in condizioni sempre peggiori, cioè spostando in avanti l’età pensionistica, alzando le aliquote dei versamenti e abbassando gli assegni.
La tendenza è chiarissima, a partire dalla Riforma Dini del 1995; ogni nuova riforma (e altre ne arriveranno) non fa che peggiorare le cose. Ciò per vari motivi: una economia che non cresce, l’allungamento della speranza di vita, il fatto che sull’INPS si scaricano problemi di assistenza sociali che spetterebbe allo Stato risolvere e non ai soli lavoratori, infine una gestione INPS (a esempio l’investimento in immobili) non al massimo della efficienza.
Ogni progetto d’impresa, e di vita, deve tenere conto di questo contesto. Quindi: pensioni integrative e in generale altre forme di investimento, se si vuole passare una vecchiaia tranquilla. Di ciò dovrebbe tenere conto anche il Business Plan della propria impresa.
La terza cosa da dire è che l’INPS (sulla base di leggi dello Stato) non garantisce tutte le categoria allo stesso modo. Un conto sono le gestioni degli Artigiani e dei Commercianti, già consolidate e affidabili, e un altro è la cosiddetta “Gestione Separata”, che riguarda i liberi professionisti non iscritti ad Albi: contributi alti, incertezze sui criteri di pensionamento, difficoltà nella ricongiunzione dei periodi in Gestione Separata con quelli in cui si sono svolti altri lavori (dipendenti, Artigiani, ecc.). Un vero scandalo.

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

Industria 4.0 e l’ulteriore primato economico della Germania

In poco tempo l’espressione “Industria 4.0” si è diffusa e generalizzata, anche nel nostro paese. Tanto che il governo italiano (che cerca come può di seguire i paesi più forti) ha varato un pacchetto di incentivi fiscali per l’innovazione tecnologica.
Il successo della espressione “Industry 4.0” (in tedesco “Industrie 4.0”)
dipende a livello internazionale dalla forza con cui essa è stata lanciata dal paese sempre più leader nelle tecnologie industriali: la Germania.
Come è noto, 4.0 significa quarta rivoluzione industriale: dopo la prima caratterizzata dalla energia a vapore e ad acqua, con le prime forme di meccanizzazione della produzione, si è
passati a fine ‘800 alla seconda rivoluzione industriale basata sulla elettricità e sulla produzione di massa con la catena di montaggio, poi si è arrivati alla terza rivoluzione basata sui computer e l’automazione.
La quarta rivoluzione si baserebbe sulla interazione tra le macchine (Internet of Things; M2M Machine to machine communication), attraverso sensori, sistemi di automazione elettronici, software e intervento umano. In questo modo sarebbe possibile personalizzare i prodotti (customization); gestire e adattare i processi in modo estremamente flessibile e rapido; eliminare i compiti pericolosi, faticosi e stressanti; minimizzare gli errori; prendere decisioni decentrate creando reti intelligenti lungo la intera catena del valore.
Questo con importanti ricadute potenziali sulla evoluzione di componenti hardware (quli sensori e memorie), sui sistemi di elaborazione e stoccaggio di dati, e sull’ adeguamento delle competenze professionali.
Non a caso, a “Industrie 4.0” si è arrivati in Germania dopo un attento lavoro iniziato nel 2012 svolto da una serie di gruppi, patrocinati dal Ministero per la Formazione e la Ricerca (Bundesministerium für Bildung und Forschung – BMBF), presieduti da Henning Kagermann (Università tecnica di Braunschweig) e da Siegfired Dais (Manager della Bosch) e partecipati da alti esponenti dell’industria elettronica, dell’informatica, della robotica, dell’industria siderurgica (Bosch, Siemens, SAP, Thyssenkrupp, Trumpf, ecc.) e dei più prestigiosi istituti di ricerca in campo industriale.
Questo salto di qualità tecnologico e organizzativo metterebbe l’industria tedesca in grado di primeggiare ancora di più sui mercati internazionali, distaccando paesi a basso costo del lavoro ma con processi produttivi ancora primitivi, ma anche importanti paesi manifatturieri come l’Italia dove la frammentazione della produzione in molte piccole imprese riduce la possibilità di gestire processi fortemente integrati.
L’impressione è che di fronte a una sfida così robusta, che coinvolge anche tutto il sistema della formazione professionale (non a caso in Germania formazione e ricerca fanno capo allo stesso Ministero), le misure italiane, di semplice incentivo fiscale (un aspetto non ritenuto importante in Germania) rischino di essere assolutamente insufficienti.

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