Cultura d’impresa

Le opportunità del Delivering

La diffusione delle consegne a domicilio è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto nelle grandi città la consegna di pizze e altri pasti caldi occupa in modo precario centinaia se non migliaia di giovani che, dotati di proprio “mezzo di produzione” (bicicletta o motorino) sfrecciano sottopagati (es 3-5 Euro all’ora) e sempre a rischio di incidente.
Sono manovrati e intermediati da alcune multinazionali che si avvalgono per la gestione degli ordini di efficienti App. Una parte sostanziale del pezzo del servizio va a questi intermediari.
Ma è proprio destino che questi lavori debbono andare ad arricchire grandi industrie californiane o tedesche e che i giovani italiani siano condannati al ruolo di “proletari” (in realtà con questi lavori è anche difficile mantenere una prole)?
Evidentemente no. Ciò che serve è che gruppi di giovani inizino ad auto-organizzarsi, formino cooperative o altri tipi di società, costruiscano accordi con i ristoranti e le pizzerie della zona, si dotino se serve di proprie App e di un proprio apparato amministrativo e commerciale. Insomma, facciano impresa.
In Italia nel recente passato in tutti i lavori più umili, dal bracciantato agricolo alle pulizie, dai lavori edili al facchinaggio, non c’è stato bisogno di multinazionali! I lavoratori italiani, spesso giovani, si sono organizzati per autogestirsi. Da tante imprese che sono nate piccole, poi, ne sono sorte alcune che sono cresciute fino a diventare grandi.
Punto di forza di queste iniziative è sempre stato un fattore molto semplice: lavorando in proprio si lavora meglio, ci si impegna di più e si è liberi di intraprendere nuove iniziative. Spesso lo stesso cliente preferisce rivolgersi alla impresa piccola, con cui è più facile dialogare.
Perché non dovrebbe succedere oggi con il Delivering? I giovani di oggi sono forse meno imprenditoriali di quelli di ieri?

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Una piccola ripresa c’è: cosa sta cambiando?

Per quanto modesta, una ripresa ormai c’è, in molti settori. Questo è importante soprattutto perché sta cambiando l’atteggiamento e le aspettative di molte persone e molti imprenditori. La priorità è sempre meno quella di difendersi dalla crisi, e sempre più quello di sviluppare idee nuove per partecipare alla nuova fase economica, senza farsi sfuggire le opportunità che emergono.
L’incertezza ovviamente regna sovrana, perché la ripresa potrebbe rimanere asfittica, ma potrebbe anche accelerare.
Meglio quindi prestare la massima attenzione (lo stare in allerta, l’“alertness” è proprio il termine impiegato da alcuni studiosi anglo-sassoni), prepararsi adeguatamente e sviluppare atteggiamenti pro-attivi.

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LIDL sponsor della nazionale

Fino a tutto il 2018, anno dei Mondiali, lo sponsor della nazionale italiana di calcio sarà LIDL, multinazionale tedesca famosa per i suoi supermercati discount.
E’ un segno dei tempi, così come i patetici discorsi che hanno accompagnato la presentazione della collaborazione, che secondo i rappresentanti della Federazione Italiana Gioco Calcio, servirebbe a promuovere la diffusione della “italianità” nel mondo…

Riceverò mai una pensione?

Spesso chi è interessato a mettersi in proprio, quando nei corsi o nelle consulenze si parla degli obblighi di legge che impongono versamenti pensionistici minimi, reagisce quasi con fastidio, convinto che con i tempi che corrono una pensione non la si riceverà mai.
Che dire? Tre fondamentali cose.
La prima è che si può stare tranquilli: l’INPS (fondato nel 1898) è sopravvissuto a due guerre mondiali e a cambi completi di regime politico, e le pensioni le ha sempre pagate, e continuerà penso a pagarle anche in futuro.
La seconda cosa di cui si può essere certi è che queste pensioni saranno pagate in condizioni sempre peggiori, cioè spostando in avanti l’età pensionistica, alzando le aliquote dei versamenti e abbassando gli assegni.
La tendenza è chiarissima, a partire dalla Riforma Dini del 1995; ogni nuova riforma (e altre ne arriveranno) non fa che peggiorare le cose. Ciò per vari motivi: una economia che non cresce, l’allungamento della speranza di vita, il fatto che sull’INPS si scaricano problemi di assistenza sociali che spetterebbe allo Stato risolvere e non ai soli lavoratori, infine una gestione INPS (a esempio l’investimento in immobili) non al massimo della efficienza.
Ogni progetto d’impresa, e di vita, deve tenere conto di questo contesto. Quindi: pensioni integrative e in generale altre forme di investimento, se si vuole passare una vecchiaia tranquilla. Di ciò dovrebbe tenere conto anche il Business Plan della propria impresa.
La terza cosa da dire è che l’INPS (sulla base di leggi dello Stato) non garantisce tutte le categoria allo stesso modo. Un conto sono le gestioni degli Artigiani e dei Commercianti, già consolidate e affidabili, e un altro è la cosiddetta “Gestione Separata”, che riguarda i liberi professionisti non iscritti ad Albi: contributi alti, incertezze sui criteri di pensionamento, difficoltà nella ricongiunzione dei periodi in Gestione Separata con quelli in cui si sono svolti altri lavori (dipendenti, Artigiani, ecc.). Un vero scandalo.

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

Industria 4.0 e l’ulteriore primato economico della Germania

In poco tempo l’espressione “Industria 4.0” si è diffusa e generalizzata, anche nel nostro paese. Tanto che il governo italiano (che cerca come può di seguire i paesi più forti) ha varato un pacchetto di incentivi fiscali per l’innovazione tecnologica.
Il successo della espressione “Industry 4.0” (in tedesco “Industrie 4.0”)
dipende a livello internazionale dalla forza con cui essa è stata lanciata dal paese sempre più leader nelle tecnologie industriali: la Germania.
Come è noto, 4.0 significa quarta rivoluzione industriale: dopo la prima caratterizzata dalla energia a vapore e ad acqua, con le prime forme di meccanizzazione della produzione, si è
passati a fine ‘800 alla seconda rivoluzione industriale basata sulla elettricità e sulla produzione di massa con la catena di montaggio, poi si è arrivati alla terza rivoluzione basata sui computer e l’automazione.
La quarta rivoluzione si baserebbe sulla interazione tra le macchine (Internet of Things; M2M Machine to machine communication), attraverso sensori, sistemi di automazione elettronici, software e intervento umano. In questo modo sarebbe possibile personalizzare i prodotti (customization); gestire e adattare i processi in modo estremamente flessibile e rapido; eliminare i compiti pericolosi, faticosi e stressanti; minimizzare gli errori; prendere decisioni decentrate creando reti intelligenti lungo la intera catena del valore.
Questo con importanti ricadute potenziali sulla evoluzione di componenti hardware (quli sensori e memorie), sui sistemi di elaborazione e stoccaggio di dati, e sull’ adeguamento delle competenze professionali.
Non a caso, a “Industrie 4.0” si è arrivati in Germania dopo un attento lavoro iniziato nel 2012 svolto da una serie di gruppi, patrocinati dal Ministero per la Formazione e la Ricerca (Bundesministerium für Bildung und Forschung – BMBF), presieduti da Henning Kagermann (Università tecnica di Braunschweig) e da Siegfired Dais (Manager della Bosch) e partecipati da alti esponenti dell’industria elettronica, dell’informatica, della robotica, dell’industria siderurgica (Bosch, Siemens, SAP, Thyssenkrupp, Trumpf, ecc.) e dei più prestigiosi istituti di ricerca in campo industriale.
Questo salto di qualità tecnologico e organizzativo metterebbe l’industria tedesca in grado di primeggiare ancora di più sui mercati internazionali, distaccando paesi a basso costo del lavoro ma con processi produttivi ancora primitivi, ma anche importanti paesi manifatturieri come l’Italia dove la frammentazione della produzione in molte piccole imprese riduce la possibilità di gestire processi fortemente integrati.
L’impressione è che di fronte a una sfida così robusta, che coinvolge anche tutto il sistema della formazione professionale (non a caso in Germania formazione e ricerca fanno capo allo stesso Ministero), le misure italiane, di semplice incentivo fiscale (un aspetto non ritenuto importante in Germania) rischino di essere assolutamente insufficienti.

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L’equivoco della Scalabilità

Il termine anglosassone “Scalability”, in italiano “Scalabilità”, si è molto diffuso negli ultimi anni nel mondo delle start up.
Con esso si intende la capacità di una impresa di crescere di scala, cioè di aumentare le proprie prestazioni quantitative, replicando il proprio modello anche tramite una estensione geografica.
Il concetto di Scalabilità è nato in ambito tecnologico, e in specifico in quello dei sistemi informatici, dove è possibile aumentare le prestazioni del sistema aggiungendo processori, memoria o altri dispositivi elettronici.
E’ evidente che per potere crescere in termini quantitativi un sistema ha bisogno di risorse standardizzate e replicabili, e indubbiamente processori, memorie e altri dispositivi elettronici lo sono.
Qui però nasce un pericoloso equivoco in chi tende a considerare troppo le tecnologie e troppo poco le risorse umane.
Per una impresa crescere di dimensione, ed espandersi geograficamente, urta contro la difficoltà di replicare in modo standardizzato le competenze, le attitudini, le motivazioni del nucleo di persone che hanno fondato l’impresa. A ciò si aggiunga che espandersi in altri territori significa fare i conti con altre culture, mentalità, disponibilità di spesa.
Non a caso, se prendiamo un ambito importante come quello della ristorazione, la scalabilità dei modelli di business la troviamo nelle catene di fast food all’americana (hamburger, patatine fritte e poco altro) e non certo nella ristorazione di qualità medio-alta, dove la creatività dei cuochi, la qualità del servizio, la piacevolezza dell’ambiente fanno la differenza e non sono certo scalabili.

Come lo fanno il francesi?

Nella cultura francese, quali sono gli aspetti che nella stesura di un Business Plan, distinguono dalla impostazione anglo-sassone, da quella italiana o da quella tedesca?
Senz’altro la grande attenzione alla persona dell’imprenditore, al soggetto che dovrà concretamente mettere in pratica il progetto, quindi alla “cohérence homme/projet”.
In Italia siamo troppo convinti che chiunque possa rivelarsi un buon imprenditore, e che l’improvvisazione possa compensare l’esistenza di carenze di preparazione, e non solo.
Trasformarsi un un buon “chef d’entreprise” non è facile. Quest’ultimo deve sapere fare il mestiere di “généraliste”. Vi mancano a tale scopo delle nozioni tecniche e gestionali (includendo in queste anche quelle fiscali, sul bilancio, ecc.), che possono essere acquisite tramite un corso di formazione? Siete capaci di sviluppare relazioni che presuppongono un “comportement ouvert”?
Avete una capacità di azione, di resistenza fisica, di solidità psicologica, di dialogo interpersonale, di intraprendenza adeguata al compito? Avete esperienze nel settore che possono rivelarsi preziose nella nuova attività? Avete costruito relazioni che potranno tornare utili anche per la nuova impresa?
E le motivazioni sono sufficientemente forti? Perché volete creare una impresa? Per risolvere dei problemi personali? Per essere più indipendenti? Per avere più potere? Per raggiungere una posizione sociale più alta? Per mettere a frutto le vostre conoscenze?
Solo con adeguate motivazioni si possono affrontare momenti difficili ed evitare errori gravi nella conduzione dell’azienda.
Qual è la disponibilità effettiva a dedicarvi all’impresa? Ad esempio, sareste disposti a rinunciare a tre week end di fila per lavorare oltre all’orario normale? Sareste disposti a rinunciare alle vacanze perché in luglio avete guadagnato poco? O perché anzi c’è troppo lavoro?
Infine, anche la salute ha una certa importanza. Siete abituati a lavorare per molte ore? E a fare sforzi fisici (anche semplicemente stando seduto davanti a un computer)? A reggere la tensione nervosa, che inevitabilmente si genera ad esempio quando aspettate di incassare una fattura, di ottenere un nuovo contratto o di ricevere un finanziamento?

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Chi crea Start Up tecnologiche?

Una indagine del tedesco Kreditanstalt fuer Wiederaufbau ha mostrato che su 100 donne che aprono una nuova impresa, il 13% offre prodotti o servizi digitali. La percentuale sale invece fra gli uomini, con in quali diventa del 23%.
Distinzioni significative, anche se non nettissime, emergono anche per le diverse fasce età.
Su 100 giovani tedeschi di 18-30 anni che prono una nuova impresa il 23% si indirizza verso prodotti e servizi digitali. La percentuale scende al 18% fra i creatori di 31-40 anni, e al 14% fra quelli di 41-50 anni, ma risale al 15% fra quelli di 51 anni e oltre.

La crisi bancaria e l’impatto sulle piccole imprese

Quanto l’attuale crisi bancaria impatterà sul mondo delle piccole e delle nuove imprese?
I casi del Monte dei Paschi, delle popolari venete, di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, per citare quelli più importanti, mostrano la fragilità del sistema bancario italiano. Nonostante questa fragilità fosse stata tenacemente negata dai governi, e anzi, si fosse provocatoriamente alluso alla debolezza di banche di altri paesi (la Germania), alla fine chi ha dovuto stanziare 20 miliardi di Euro per salvare banche e risparmiatori è stata l’Italia, non la Germania. 20 miliardi ovviamente sottratti ad altri impieghi, ad esempio scuole, ricerca e infrastrutture.
Le banche tedesche da alcuni anni lamentano il fatto che con dei tassi così bassi non riescono ad avere adeguati margini, le italiane invece, che come le tedesche beneficiano dei tassi bassissimi della BCE, hanno sperperato risorse enormi. Ma come hanno potuto farlo?
Qui vale la pena di notare che la crisi bancaria italiana è molto diversa da quella scoppiata nel 2007-2008, con fallimenti come quello di Lehman Brothers.
Nel mondo anglosassone la crisi scoppiò a causa di spericolate operazioni speculative, e alla invenzione di prodotti finanziari “bidone” rifilati a livello globale. Un eccesso di “innovazione” finanziaria, in uno scenario di globalizzazione, insomma.
In Italia, non a caso qualche anno dopo, è andato in pezzi un sistema bancario colpito alla base dalla crisi del sistema di imprese fiaccato proprio dalla crisi iniziata nel 2007 e aggravata dalle politiche di stagnazione messe in atto a livello europeo. Un problema grave delle banche italiano sono i prestiti “non performanti”, cioè in parole povere prestiti non restituiti, da parte di clienti (soprattutto imprese) che avevano dato in garanzia il classico “collaterale” italiano: un immobile. Di qui banche piene di immobili pignorati ma invendibili, con conseguente crisi di liquidità.
Questo sistema cambierà? Probabilmente no. Se dovesse cambiare, però, una evoluzione favorevole sarebbe quella per cui le banche iniziassero a dare finalmente più importanza, di fronte a una richiesta di finanziamento da parte di una nuova impresa, ad esempio, alla qualità del progetto aziendale e non al valore (teorico) degli immobili dati in garanzia.