Mese: dicembre 2016

Toglietevi dai piedi!

Le tristi e crudeli esternazioni del ministro del lavoro Poletti riguardo ai giovani e alla loro ricerca di lavoro fanno capire non solo quanto la politica sia caduta in basso, ma quanto sia importante per tante persone (giovani e non) trovare una soluzione lavorativa mettendosi in proprio.
Se persino il ministro del lavoro non sa andare oltre ai voucher e non è in grado di promettere altro che impieghi flessibili a basso salario, bisogna allora auto-organizzarsi e fare leva sulle proprie capacità progettuali.
In fondo, le cooperative erano anticamente nate con questo scopo. Giuliano Poletti, che viene proprio dal mondo cooperativo, ha forse dimenticato quella lezione.

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Il Business Plan: come si scrive nelle diverse culture

A chi per mestiere si trova a consultare e analizzare Business Plan scritti in diversi paesi può venire spontaneo chiedersi se nelle metodologie utilizzate nel mondo vi siano differenze che riflettono il diverso contesto in cui il Business Plan è stato scritto.
In fondo, si può obiettare, la metodologia da applicare è unica, non fa differenza analizzare un progetto a Bologna, Amburgo o New York.
Eppure, le differenze ci sono, non è così semplice dire quali, ma proviamo ad abbozzarle, brevemente e certo superficialmente.
I Business Plan scritti dai “maestri” (è qui che questo tipo di disciplina è nata) americani e inglesi abbondano di parti che servono a misurare il rendimento finanziario del progetto. L’ottica è quella dell’investitore che sceglie tra vari possibili progetti e che opta per uno piuttosto che per l’altro in base al rendimento atteso dell’investimento.
Di qui calcoli ad esempio sul cosiddetto “Pay back period”: in quanti anni il denaro investito “tornerà indietro”? In Italia, ad esempio, questo aspetto esiste ma è meno rilevante. Chi avvia una impresa è spesso una persona (o più persone) che fanno un investimento finanziario, ma anche e soprattutto un investimento lavorativo, creativo e di vita, per cui l’indicatore puramente finanziario è troppo limitativo.
Se si consultano i business plan e i manuali tecnici scritti in lingua tedesca si nota il peso di quella che potremmo definire la “pignoleria tedesca”.
Fare una impresa richiede precisione, ogni dettaglio va spiegato accuratamente, e per non sbagliarsi ecco uno strumento tipicamente tedesco, che ad esempio è poco utilizzato in Italia: le “ckeck list”, cioè liste di domande a cui rispondere sistematicamente per evitare che il nuovo imprenditore, preso da un eccesso di improvvisazione, rischi di dimenticarsi dei passaggi fondamentali.
Veniamo ai Business Plan italiani, in cui anche noi siamo quotidianamente coinvolti. Non vi è dubbio che i nostri elaborati siano sovraccarichi (rispetto agli omologhi stranieri) di parti che trattano di autorizzazioni e adempimenti amministrativi (in perenne evoluzione, con leggi e leggine che cambiano continuamente le regole), e di altre che riguardano la incidenza del carico fiscale e di quello contributivo (idem).
Si tratta di aspetti che evidentemente esistono anche altrove, ma che da noi assumono una importanza maggiore, facendo diventare una fondamentale abilità imprenditoriale quella di scegliere le soluzioni più snelle, ad esempio optando per una forma giuridica piuttosto che per un’altra.
Il tema di una organizzazione snella, flessibile, pronta ad adattarsi ai cambiamenti del contesto assume in Italia una importanza ancora maggiore che in altri paesi. Anche il Business Plan deve inevitabilmente tenerne conto.