Il principio di base di una economia collaborativa

Se io ho una mela e tu hai una mela, e ce le scambiamo, ognuno di noi ha sempre una mela.
Se io ho una idea e tu hai una idea, e ce le scambiamo, ognuno di noi ha due idee!

George Bernard Shaw, 1928.

La grande novità del Crowdfunding per il finanziamento dei progetti

Negli ultimi anni molte banche, dopo un lungo periodo di aumento del numero degli sportelli, sono passate a una politica di ridimensionamento, chiusure e licenziamenti.

Nel determinare questa crisi/trasformazione ha avuto un peso decisivo Internet, sia per la diffusione sempre maggiore dell’Home Banking, sia anche per il peso che si sta conquistando un po’ alla volta il Crowdfunding.

Se l’Home Banking, con le operazioni fatte on line piuttosto che allo sportello, automatizza le operazioni tradizionali, il Crowdfunding ha l’ambizione di rivoluzionare i flussi finanziari, mettendo in contatto diretto i detentori di liquidità e chi (imprese o privati) di quella liquidità ha bisogno.

E’ ciò che in gergo di chiama “disintermediazione”; una idea molto bella e suggestiva, ma certo non facile da mettere in pratica.

Le tre modalità del Crowdfunding, però, stanno adattandosi ad altrettante esigenze di finanziamenti.

Il Crowdfunding Reward va incontro all’ampia platea di piccoli progetti (spesso non profit) che propongono iniziative culturali, musicali, sportive, ma talvolta anche tecnologiche.

Il Crowdfunding Lending è la vera alternativa ai classici finanziamenti bancari, in quanto attraverso delle piattaforme specializzate si può creare un contatto, altrimenti quasi impossibile, tra un risparmiatore e il possibile utilizzatore della sua liquidità.

Il Crowdfunding Equity offre infine ai progetti imprenditoriali più coraggiosi (di start up o anche di società già esistenti) la possibilità di condividere il rischio e i possibili utili con investito anche molto piccoli.

 

https://www.genesis.it/prodotto/crowdfunding-come-finanzio-il-mio-progetto-tramite-internet

L’Italia vive alla Giornata, la Germania pianifica al 2030

Mentre i governi italiani, da tempo, sembrano incapaci di risolvere i problemi industriali che si presentano (ILVA, Whirlpool, ecc.) la Germania guarda al 2030!

Il Ministero dell’industria tedesco (ministro Peter Altmaier) ha pubblicato recentemente il fondamentale documento “Nationale Industriestrategie 2030”, che ha come altrettanto fondamentale sottotitolo “Linee strategiche per una politic industriale tedesca ed europea” (“Strategische Leitlinien für eine deutsche und europäische Industriepolitik”).

Nota bene: la Germania formula una politica per se stessa, ma anche per l’Europa, consapevole di plasmare con le sue scelte il futuro degli altri paesi, a maggiore ragione se questi non hanno la capacità di elaborare una propria strategia, e se l’Europa nel suo insieme sembra solo ossessionata dagli equilibri di bilancio. Chi pensa allo sviluppo?

Non a caso nella copertina del documento capeggia un grande timbro con la scritta “Made in Germany”,

Cosa dice, in sintesi, il documento tedesco?

L’affermazione più importante è senz’altro che, per mettere in sicurezza le competenze economiche e tecnologiche che la Germania e l’Europa detengono, occorre che la quota di occupazione industriale non scenda in Germania al di sotto del 25% e in Europa al di sotto del 20%.

Solo mantenendo una industria forte e avanzata si può reggere un sistema economico, in cui dal punto di vista occupazionale prevalgono i servizi (alle imprese e alle persone).

Quanta differenza con l’Italia, in cui i problemi industriali vengono ritenuti ormai marginali, proprio perché l’occupazione è prevalentemente nel terziario!

L’industria tedesca è molto forte, e il documento elenca i settori dove vi è una leadership (dall’automobile ai macchinari industriali alla chimica al settore “Greentech”).

Il Ministero però non si nasconde però le sfide da affrontare e i rischi per il futuro.

Vi sono i paesi emergenti, e vi sono gli USA, che predominano nella “Economia delle piattaforme” (“Plattformökonomie”) e in generale nel software.

Esiste poi uno svantaggio competitivo nelle telecomunicazioni e nelle biotecnologie.

La China sta seguendo il piano di sviluppo “Made in China 2025”, dove si punta a un rafforzamento in 10 settori con tecnologie chiave.

Ve ne sono alcune che cambieranno le regole del gioco, come nel caso dell’automobile. Il campo della Intelligenza Artificiale (“Künstlichen Intelligenz”) è fondamentale, se si pensa alle automobili a guida autonoma.

Cosa succederà, ci si chiede, se in una prospettiva di auto elettrica le batterie saranno costruite in Cina e il software negli USA?

Cosa rimarrà all’auto tedesca ed europea: solo la componente meccanica?

La tempistica della innovazione (“Innovationstempo”) è fondamentale e occorre accelerare, afferma il documento tedesco.

Occorre puntare sui “campioni nazionali” (espressione che una volta usavano i francesi, mai i tedeschi), perché la grande dimensione è importante per competere a livello globale.

E’ però fondamentale potere contare anche su un vasto settore di piccole e media imprese (quello che in Germania viene chiamato “Mittelstand”).

Lo Stato, secondo il Ministero tedesco, non deve gestire direttamente le attività industriali, ma garantire le condizioni di cornice che agevolano l’industria: prezzi bassi dell’energia, tassazione contenuta delle imprese, garanzie sociali per i cittadini e i lavoratori, in modo efficiente e senza costi eccessivi (quello che in Italia chiamiamo “cuneo fiscale”).

Sul piano internazionale, la scelta della Germania è chiara da tempo: multilateralismo e non barriere (vedi Trump), ma anche lotta al dumping e alla violazione delle regole internazionali.

 

Post scriptum. Si sente spesso ripetere in Italia (un paese che vive alla giornata) che “l’epoca dei Piani Quinquennali è finita”, e ci si riferisce alla pianificazione dell’Unione Sovietica. L’URSS però non esiste più da 30 anni, e oggi ci sono paesi che effettivamente non pianificano a 5 anni, ma a ben più lungo termine: la Cina al 2025 e la Germania al 2030!

Le grandi opportunità del turismo straniero in Italia

Fra i settori che offrono migliori opportunità in Italia spicca il turismo. In particolare, i dati mostrano una fortissima crescita del turismo straniero nel nostro paese, che recentemente è stato documentato da uno studio della Banca d’Italia (“Gli stranieri in vacanza in Italia: prodotti turistici, destinazioni e caratteristiche dei viaggiatori” di Andrea Filippone, Massimo Gallo, Patrizia Passiglia e Valentina Romano, Questioni di Economia e Finanza, Luglio 2019).

L’Italia si conferma come il quarto paese al mondo per arrivi di turisti internazionali in viaggio per vacanza (con 36 milioni di arrivi), dietro solo a Spagna, Francia e Stati Uniti.

Cosa altrettanto importante è però che nell’ultimo decennio, periodo di crisi economica, gli arrivi per vacanza in Italia sono aumentati di ben il 48 per cento!

Il 50,7% dei turisti che arrivano in Italia è mosso da un interesse culturale; seguono quelli attratti dal mare (23,3%), quelli che fanno vacanze rurali (20,4%) e quelli che vanno in montagna (5,2%).

La percentuale di chi è interessato al turismo culturale sale fra i turisti del Nord America (77,1%), del Centro-sud America (87,9%) e dell’Asia (83,2%).

Se si compie poi una distinzione per età si vede che il gruppo principale è quello con 45-64 anni (33,4%), seguito dai 35-44 anni (26,8%), dai 25-34 anni (23,2%), dagli anziani di 65 anni e oltre (9,0% e dai giovanissimi 15-24 anni (7,7%).

Molto interessanti sono i dati per età e tipo di vacanza. Il mare piace principalmente ai turisti di 45-64 anni (39,0% del totale), a quelli di 35-44 anni (28,2%) e molto meno ai giovani di 25-34 anni (16,9%), ai giovanissimi di 15-24 anni (4,0%) e agli anziani con 65 anni e oltre (12,0%).

Le vacanze culturali vedono invece una maggiore partecipazione dei giovani. I 45-64 anni sono anche qui il gruppo più numeroso, ma con il 29,3%, seguiti da vicino dai 25-34 anni (28,2%) e dai 35-44 anni (25,6%). Mentre i giovanissimi (10,2%) superano gli anziani, poco propensi a questo tipo di vacanza (6,7%).

Le vacanze in montagna vedono prevalere la fascia 45-64 (42,0%), seguita da 35-44 anni (22,0%), 25-34 anni (15,9%), dagli anziani (13,5%), che superano nettamente i giovanissimi (6,7%).

Infine, le vacanze rurali vedono prevalere la fascia 45-64 (36,5%), ma meno nettamente, con i 35-44 anni al 30,8%, seguiti dai 25-34 anni (17,3%), dagli anziani (10,6%) e dai giovanissimi (solo 4,8%).

Il tipo di vacanza è quindi associato all’età del turista. Al crescere dell’età si riduce la probabilità di una vacanza culturale, a vantaggio delle altre mete. La probabilità di una vacanza

rurale sale invece con l’età; per la vacanza al mare o in montagna la

differenza tra giovani e anziani risulta più contenuta.

I turisti stranieri viaggiano prevalentemente in coppia (51,6%), mentre i gruppi sono il 24,9%, il gruppo con bambini il 12,3% (che sale al 24,1% al mare) e i singoli l’ 11,2% (sale al 13,7% per le vacanze culturali).

Tra il 2010 e il 2017 i cambiamenti principali riguardano :

  • Per l’età l’aumento della fascia 25-34 (dal 20,4%) al 23,2%;
  • per il tipo di viaggiatore l’aumento delle coppie (dal 47,5% al 51,6%),
  • per il paese di provenienza il Nord America (dal 7,5% all’ 8,8%), il centro-sud America (dall’ 1,5% al 2,9%) e l’Asia (dal 2,4% al 3,2%). Continua comunque a prevalere nettamente l’Europa-UE, che scende tuttavia dal 77,3% al 74,7%.

Interessante infine, a testimonianza della crescente fidelizzazione dei turisti stranieri, è il fatto che tra il 2010 e il 2017 la percentuale di quelli che erano già stati in Italia è salita dal 74,5% al 79,7%. Questa percentuale sale al 95,0% fra i turisti della montagna e scende al 69,9% fra quelli del turismo culturale.

In quale misura questo “fiume” di turisti stranieri può innescare delle nuove piccole iniziative imprenditoriali?

Senz’altro un impulso sta venendo per la ricettività extra-alberghiera: Bed and Breakfast, case private per affitti brevi, agriturismi, campeggi.

Poi per le tante iniziative che possono nascere e svilupparsi nell’ambito del cosiddetto “turismo esperienziale”, con le varie e flessibili forme di accompagnamento e animazione che riguardano vari ambiti: eno-gastronomico, sportivo, ambientale, artistico, ecc.

I Social in Italia e in Germania

La Germania è il primo mercato di esportazione per le imprese italiane, e anche un paese in cui nuove imprese italiane possono insediarsi con successo.

A parte la barriera linguistica, però, tra Germania e Italia, vi sono differenze culturali, anche nel modo in cui avviene la comunicazione con i clienti, consumatori finali o altre imprese.

Secondo i dati di “Hootsuite – We are social” (“Global Digital Report”, 2018), la percentuale di tedeschi che utilizzano Internet è più alta che in Italia (91% contro 73%), e questo conferma gli altri dati che raffigurano un paese (la Germania) molto avanzato tecnologicamente.

In Germania, il 76% dei cittadini possiede un PC portatile, contro il 62%. L’ 8% possiede un lettore di e-book, contro il 3% in Italia. Leggermente superiore in Italia, invece, è la percentuale di chi possiede uno smartphone (76% contro 75%).

Fra i cittadini tedeschi, nonostante il maggiore livello tecnologico, è nettamente più bassa la percentuale di chi frequenta i Social Media (46% contro 57%).

Sui Social i tedeschi passano mediamente 1 ora e 13 minuti al giorno, contro l’1 ora e 53 minuti degli italiani.

I Social sono quindi importanti, ma molto meno che in Italia.

Fra quelli che frequentano i Social, la penetrazione di Youtube è più alta in Germania (69% contro 62%), identica quella di Facebook (60%), inferiore quella di Instagram (24% in Germania, 33% in Italia), Twitter (17% contro 23%) e Linkedin (9% contro 18%).

Ronaldo e Messi: cosa la loro rivalità insegna alle aziende

Il grande campione della Juventus CR7 ha qualche giorno fa al suo grande rivale, l’immenso Lionel Messi, una frase che mi ha colpito: “15 anni di rivalità, sempre io e lui. Io ho spinto lui a migliorare e lui ha spinto me a fare lo stesso. Non siamo ancora andati a cena insieme, ma spero lo faremo in futuro”.

Questa frase racchiude il succo di una sana concorrenza, nello sport come fra le aziende: imparare dai concorrenti e cercare di emularli (quello che in azienda viene chiamato “Benchmarking”) è uno stimolo formidabile per migliorarsi, per studiare soluzioni più efficaci, per cambiare le cose. A dispetto di chi, come certi tifosi del calcio, vede nelle rivalità solo una occasione di odio.

 

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Crescere con il Venture Capital o il Crowdfunding – Parte 2

Gli investimenti del Venture Capital si indirizzano verso attività ad elevate prospettive di sviluppo; attività che normalmente sono però anche ad elevato rischio. Il mercato delle innovazioni tecnologiche è estremamente dinamico, e quella che potrebbe sembrare una innovazione vincente potrebbe essere spiazzata di lì a poco da una innovazione ancora migliore.

Non a caso molti degli investimenti del Venture Capital si rivelano dei “buchi nell’acqua”. L’importante è però che il rendimento degli investimenti riusciti superi (“outperform”) i costi degli investimenti sbagliati. Qui sta l’abilità dei gestori del Venture Capital.

Come è possibile che una società di Venture Capital investa, ad esempio, un milione di Euro, in una piccola impresa che ha un capitale sociale molto inferiore (ad esempio 15 mila Euro)? Significherebbe che il Venture Capitalist prenderebbe il totale controllo della società?

La risposta è NO. Né i soci fondatori, né lo stesso Venture Capitalist, lo vogliono. La società deve essere guidata dai suoi fondatori: sono loro che hanno inventato il nuovo business, e che lo sanno condurre, almeno nei primi anni.

L’ingresso del Venture Capital nella Start-up avviene, normalmente, dopo che quest’ultima si è avviata, mostrando con i fatti (oltre che con un valido Business Plan) di essere ottimamente orientata verso il successo.

E’ evidente che, entrando in una società già avviata, il nuovo socio (il Venture Capitalist) dovrebbe pagare quello che in gergo commerciale viene chiamato appunto “avviamento”.

Quanto dovrebbe valere questo avviamento? E come verrebbe pagato?

Il valore dell’avviamento dovrebbe essere frutto di una trattativa, in cui la Start-up cercherà di fare pesare i risultati raggiunti e le sue prospettive di sviluppo. Sempre la Start-up cercherà di fare entrare i nuovi capitali (il milione di Euro) senza che i nuovi soci conquistino la maggioranza della società. Come ciò potrebbe avvenire?

Lo strumento tecnico è quello di un aumento di capitale riservato al nuovo socio, in cui quest’ultimo versi un “sovrapprezzo” corrispondente all’avviamento concordato.

Nel caso specifico, l’aumento di capitale potrebbe avvenire tramite l’emissione di nuove quote per un valore nominale di 14 mila Euro, e un sovrapprezzo di 986 mila Euro (totale: 1 milione di Euro).

Nel futuro capitale sociale della Start-up i vecchi soci sarebbero in maggioranza, con 15 mila Euro su 29 mila (51,7%); i nuovi soci, per entrare (con il 48,3%) in una Start-up con grandi prospettive di valorizzazione dovrebbero versare, oltre al capitale nominale (14 mila Euro), anche il sovrapprezzo, che verrebbe incamerato dalla società in una voce del patrimonio chiamata “fondo sovrapprezzo”.

La Start-up utilizzerebbe questa somma per il suo sviluppo futuro, che evidentemente riguarderebbe tutti i soci, secondo gli accordi presi. Questi ultimi, normalmente prevedono che il socio di minoranza abbia comunque un peso nelle decisioni, ad esempio tramite la nomina di un membro del consiglio di amministrazione.

Un meccanismo simile a quello del Venture Capital è proprio di un tipo di Crowdfunding: il Crowdfunding Equity.

Occorre premettere che il fenomeno del Crowdfunding, oggi in espansione anche in Italia, si basa sulla idea che il finanziamento di un’attività (“funding”) possa avvenire con la partecipazione di una folla (“crowd”) di tanti piccoli finanziatori.

Questo concetto molto interessante si traduce in tre diverse forme di finanziamento, una delle quali ci interessa in questa sede.

La prima forma è quella delle donazioni a fondo perduto quasi esclusivamente per attività “no profit”: si tratta del cosiddetto Crowdfunding “Reward” (dove il Reward è la ricompensa simbolica che viene data ai donatori.

La seconda forma di Crowdfunding è quella di finanziamenti che avvengono (“peer to peer”, cioè tra pari) da privato a privato, con pagamento di interessi inferiori a quelli che vi sarebbero su un normale finanziamento bancario.

La terza forma, quella che in questa sede ci interessa, è quella del cosiddetto Crowdfunding “Equity”. Piccoli finanziamenti che consistono nell’ingresso nell’Equity (parola inglese che significa capitale), quindi in una partecipazione nella società in cui si investe.

Un meccanismo, quindi, simile per finalità a quello del Venture Capital: chi investe lo fa perché pensa che l’investimento possa avere un rendimento molto elevato. Il suo apporto non è né una donazione a fondo perduto, né un prestito da restituire, ma un investimento nel capitale di rischio.

La differenza con il Venture Capital sta però nel fatto che mentre in quest’ultimo il soggetto che investe nella Start-up è un soggetto forte, dotato di grandi capitali, nel Crowdfunding Equity gli investitori sono tanti, anche con piccoli importi.

L’incontro tra l’investitore e la Start-up non avviene direttamente, ma attraverso piattaforme Internet (debitamente autorizzate dalla Consob, l’ente che sovraintende alle Borse). Chi vuole presentare un progetto deve essere accettato da una piattaforma, mentre i potenziali investitori dovranno registrarsi sulla medesima piattaforma, per ricevere le informazioni necessarie e decidere se investire o meno in una determinata imprese.

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Crescere con il Venture Capital o il Crowdfunding – Parte 1

Lo sviluppo triennale di una nuova impresa può avvenire in modo “organico” cioè con una crescita progressiva dei ricavi e della sua complessiva dimensione economica.

Questo tipo di sviluppo però richiede tempo, in quanto, facendo leva soltanto sulle proprie forze, l’impresa deve progressivamente consolidare il proprio mercato, ripagare gli eventuali debiti, trovare risorse finanziarie per ulteriori investimento.

In tutti i settori, ma in particolare in quelli ad alta innovazione tecnologica, vi è una strada molto più breve per crescere e fare investimenti: quella che consiste nel fare entrare in società soggetti imprenditoriali esterni, che portino consistenti capitali ed eventualmente anche conoscenze (know how) e rapporti commerciali. Questi soggetti sono le società di Venture Capital.

Il settore della Intelligenza Artificiale attira molti investitori, tanto che gli investimenti delle società di Venture Capital nel capitale delle Start-up innovative sono passati tra il 2014 e il 2018 da 3 a 22 miliardi, con un numero di operazioni annue che è quintuplicato: da 200 a 1.000 all’anno.

Perché questa forte attenzione? Per il fatto che il Venture Capital va alla ricerca di imprese che presentano possibilità sviluppo e di redditività molto rapide. Le nuove tecnologie offrono normalmente delle condizioni di questo tipo, più di quanto possano fare settori più consolidati, in cui la crescita è più lenta.

Una società di Venture Capital potrebbe, senza esagerare, pensare che un investimento in una Start-up, supponiamo di un milione di Euro, possa portare in pochi anni a un valore molto superiore, supponiamo di 100 milioni di Euro.

Questo, ovviamente, se i servizi della Start-up sapranno affermarsi su una scala ampia, meglio ancora se a livello globale. Se la società di Venture Capital facesse poi capo a un colosso dell’informatica (come avviene per Intel Capital, Google Ventures, Samsung Ventures, Microsoft Ventures, ecc.), la valorizzazione potrebbe consistere nel creare sinergie con il gruppo maggiore.

CONTINUA

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Ancora sulla Intelligenza Artificiale

In Italia, secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2018 la spesa per lo sviluppo di algoritmi di Intelligenza Artificiale ha raggiunto nel 2018 gli 85 milioni di Euro.
La crescita, nel mondo e in Italia, riguarda i diversi segmenti sopra specificati.
Per fare alcuni esempi (fonte: Marketsandmarkets).
•    Il mercato dei servizi di Chatbot si prevede che passi tra il 2016 e il 2021 da una dimensione di 703 milioni a una di 3.172 milioni di Dollari, con una crescita media annua del 35,2%,.
•    Il mercato dei servizi e dei prodotti finalizzati al riconoscimento facciale (per il controllo degli accessi, riconoscimento delle emozioni, ordine pubblico, ecc.) si prevede che passi tra il 2019 e il 2024 da una dimensione di 3,2 a una di 7,0 miliardi di Dollari, con una crescita media annua del 16,6%.
•    Il mercato dei servizi di IA legati al Fintech (assistenti virtuali, analisi di business, Reporting, analisi del comportamento del cliente, ecc.) si prevede che passi tra il 2016 e il 2021 da 959 milioni a 7.305 milioni di Dollari, con una crescita media annua del 40,2%.

Concentrando l’attenzione sul segmento aziendale, diventano ancora una volta molto interessanti i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui ciò che i clienti chiedono ai servizi di Intelligenza Artificiale è nel 50% dei casi il miglioramento dell’efficienza dei processi (in particolare la riduzione dei costi), nel 37% l’aumento dei ricavi e nel 13% lo sviluppo di soluzioni per un supporto decisionale.
La prima variabile di segmentazione nel Marketing B2B è data dal settore in cui i clienti operano. Le esigenze di una impresa turistica, e quindi le potenziali applicazioni della Intelligenza Artificiale, sono normalmente molto diverse da quelle dei un’azienda industriale, di una banca, di uno studio di professionisti, di un’agenzia pubblicitaria, ecc.
Secondo CB Insights, i settori più “caldi”, che cioè mostrano maggiore interesse per la Intelligenza Artificiale, sono nell’ordine, la Sanità, il Marketing, la consulenza, la security, la Finanza, l’Internet delle Cose (IoT), l’Education, l’E-Commerce e l’industria robotica.