Qi Ye Jia: l’imprenditore nella visione cinese

Se vogliamo capire meglio la cultura economica e aziendale cinese, può essere utile riflettere sul fatto che nella loro lingua il concetto di imprenditore (Qi Ye Jia) viene espresso accostando tre parole:
■ Qi, che significa “guardare al futuro” (visione),
■ Ye, che significa “responsabilità” (affidabilità),
■ Jia, che significa “lavoro di gruppo” (collaborazione).

L’imprenditore, quindi, è un soggetto che guarda al futuro, affidabile e capace di sviluppare una collaborazione di gruppo.
Una visione completamente differente da quella occidentale di stampo anglosassone, che esalta invece i concetti di “massimizzazione del profitto”, di “aggressività”, all’esterno (verso i concorrenti) e all’interno (verso i dipendenti) e di “vincente”. Quindi: indifferenza verso gli altri, in nome dell’interesse individuale.
Sarà forse un caso che l’economia cinese stia andando da tempo meglio della nostra?

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Dove soffia il vento della ripresa?

I dati del PIL ci dicono che, se pure meno di quanto avviene a livello internazionale, l’economia italiana è in ripresa. Per ultimi, i dati della “Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017” curata da dal centro studi di Intesa Sanpaolo, indicano che il risparmio riprende ad aumentare e così pure i progetti di investimento delle famiglie italiane.
Il risparmio è sempre di meno “difensivo”, per resistere alla crisi, e sempre più progettuale, per dare vita a nuove iniziative.
Questo è molto incoraggiante, anche per la creazione di nuove imprese: ma dove si apriranno opportunità di investimento?
L’economia è comunque cambiata, e le nuove opportunità saranno diverse da quelle ante-crisi.
Come Genesis siamo impegnati nel progetto di ricerca “Opportunità imprenditoriali – 2018”, che è ancora alle prime battute, ma alcune indicazioni già emergono, in diverse attività legate alla digitalizzazione delle imprese, alla internazionalizzazione, alla produzione di contenuti culturali, alla rifuzionalizzazione di immobili dismessi (il cui numero si è dilatato durante la crisi), ma anche sul versante privato in tanti servizi e attività commerciali, normalmente di nicchia.
La nicchia specializzata è ciò su cui deve concentrarsi un piccolo imprenditore nella Italia di oggi; non ha senso cercare di imitare i modelli globali dei colossi della Silicon Valley. L’impresa italiana si è sempre distinta per la qualità delle sue specializzazioni e dei suoi servizi, e così penso che sarà anche nella nuova fase.

I Business Plan delle imprese Cinesi

In una economia super-emergente come quella cinese, come vengono costruiti i Business Plan delle imprese?
Non è facile rispondere, ma uno scritto dei professori Liu Dezhi e Cui Wenjing della Shenyang JIanzhu University fa intuire che anche nella redazione di un Business Plan i cinesi portano con sé alcune specificità che non sono tanto diverse da quelle che li caratterizzano nella vita quotidiana e nel lavoro.
Ad esempio la cura del linguaggio.
Il linguaggio di un Business Plan – dicono i due professori- deve essere semplice, che anche la nonna (figura molto importante nella società cinese) possa capirlo.
Allo stesso tempo, però, questo linguaggio deve essere “scientifico”: un termine che non si usa spesso nel linguaggio aziendale occidentale.
Non è corretto quindi usare il linguaggio della vita quotidiana o quello dei giornali o della politica. Aggiungerei io: neanche quello del marketing, che spesso rischia di trasformare un Business Plan in uno spot pubblicitario.
Il linguaggio è la base di ogni ragionamento astratto – dicono i due professori- e quindi la capacità di scrivere con precisione, è la base per redigere un Business Plan. Non è possibile presentare un elaborato pieno di errori, idee confuse, concetti oscuri, strutture logiche deboli.
Un Business Plan deve saper unire testi, dati e parti grafiche. Esposizione, descrizione, narrazione e argomentazione sono forme del linguaggio, che devono essere combinate con vari tipi di tabella, grafici, diagrammi e fotografie.
La logica del discorso deve essere molto solida, alternando in modo efficace analisi e sintesi, conclusioni e deduzioni, linguaggio astratto e linguaggio concreto.
I termini devono essere precisi. Nel caso in cui si usi una “self-created terminology”, cioè una terminologia creata da sé, bisogna dare una definizione esatta di ogni nuovo concetto.
Nell’uso delle unità di misura, occorre attenersi a quelle ufficiali e non disorientare il lettore passando improvvisamente da un’unità all’altra, ad esempio dai metri quadrati agli ettari.
Infine, per una redazione estremamente precisa di un Business Plan, occorre una rigorosa attività di controllo.
A questo proposito i cinesi ci stupiscono ancora: prima di consegnare un Business Plan, una volta scritto, bisogna leggerlo e rileggerlo almeno una dozzina di volte, paragrafo per paragrafo, andando a caccia di possibili errori, illogicità, argomentazioni deboli, espressioni poco efficaci, contenuti poco coerenti fra loro, commenti poco appropriati.
Solo così si può arrivare a un elaborato di qualità.

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Per una impresa Smart

La parola “Smart” è oggi molto di moda, ma nel mondo delle imprese cosa può significare? Pochi anni fa Edward D.Hess, della Columbia University (New York) scrisse un bel volume intitolato “Smart growth : building an enduring business by managing the risks of growth” (2010), in cui si sosteneva che una crescita intelligente (“smart”) è quella che non punta tanto a diventare più grandi, quanto a diventare migliori.
Una crescita puramente quantitativa, e continua, esiste solo nei modelli matematici di alcuni economisti, non nella realtà. I diversi esempi portati da Hess mostrano che anche le aziende più importanti e famose hanno passato brutti momenti di crisi, dalla Coca Cola che alla fine degli anni ’90 era vista come un modello di inefficienza, a Starbucks che dovette chiudere in poco tempo ben seicento caffetterie che erano in perdita, a Harley- Davidson che ebbe seri problemi di incasso dei crediti dai distributori, a UPS che si è più volte riorganizzata dando vita a nuove società quali quella dei negozi Mail Boxes, molto diffusi anche in Italia.
In natura, come mostrano gli studi biologici,un organismo non può crescere troppo, perché rischia di morire, per disfunzioni interne e/o rischi di aggressioni esterne, anche perché diventando troppo pesanti si diventa lenti e più facilmente attaccabili. La sopravvivenza di un organismo presuppone invece un adattamento “intelligente” e continuo all’ambiente in cui si è inseriti.
Nelle aziende, diventare migliore è ben più importante che diventare più grandi (“being better, not just bigger”). Non è così scontato, dice Hess, visto che le grandi imprese sono ossessionate dallo sviluppo del fatturato a tutti i costi (quadrimestre per quadrimestre), anche al costo di comprare, pur di ingrandirsi, altre aziende inefficienti.
Le stesse piccole imprese spesso sono prese dalla frenesia di diventare grandi, rincorrendo la crescita quantitativa (la cosiddetta “scalabilità”).
L’attenzione agli aspetti quantitativi allontana invece dalla ricerca della qualità, il solo requisito che può rendere competitiva un’azienda.
Qualità significa imprenditorialità, attenzione al cliente, continui miglioramenti, valorizzazione e partecipazione delle risorse umane, capacità di gestire il rischio.
Di qui altri esempi che Hess porta, dalla azienda del lusso Tiffany, alla UPS, alla catena di impianti satellitari Defender.
Ciò che i fautori della crescita a tutti i costi non dicono mai è che nella maggioranza dei casi le aziende che fanno quest scelta falliscono, perché non sanno affrontare il rischio, faticano a capire i pericoli e non sanno trovare in modo dinamico le migliori soluzioni ai problemi.
La vita di una impresa non è lineare, ma come tutte le vicende umane va avanti con movimenti verso l’alto e verso il basso, cicli, zig zag, miglioramenti passo dopo passo.
Imparare, adattarsi all’ambiente circostante, innovare non richiede una crescita dimensionale, ma intelligenza nel riconoscere nuove opportunità e nel cambiare continuamente.
E’ molto sbagliato dire, conclude Hess, che l’alternativa è tra crescere o morire (“Grow or Die”), perché se si fanno le cose nel modo sbagliato, proprio la crescita può portare alla morte dell’azienda (“Grow and die”).

Evento prenotabile anche tramite EVENTBRITE
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-dallidea-al-progetto-il-business-plan-farlo-usarlo-finanziarlo-38006750213?aff=es2

Come la Siemens sostiene le Start Up

La Siemens AG di Monaco di Baviera è diventata la più grande azienda europea (oltre 350 mila dipendenti).
Siemens offre una gamma molto ampia e diversificata di prodotti e sistemi ad alta tecnologia:
• nella industria manifatturiera (turbine, generatori, trasformatori e tecnologie motrici, sistemi di automazione, ecc.);
• nelle infrastrutture (locomotive, sistemi ferroviari, reti intelligenti, sistemi di mobilità urbana, ecc.);
• nell’energia (eolico, solare, olio e gas, fossile e fino alla catastrofe di Fukushima del 2011 anche nell’atomo);
• nella medicina (macchinari per risonanza magnetica, radiografie, TAC, laboratori diagnostici, ecc.).

Tramite la società controllata Siemens Venture Capital, vengono effettuati investimenti su numerose Start Up, che hanno tutto uno spiccato profilo tecnologico.

• PYREOS Ltd ha sviluppato e offre sensori infrarossi per la rilevazione di gas collocati su film sottili ad alta prestazione. La società è stata fondata nel 2005 a Edinburgo, in collaborazione con altri 5 investitori, tra cui lo Scottish Venture Fund e la società Robert BOSCH Venture Capital.
• SYMEO GmbH ha sviluppato e produce componenti e sistemi completi per la misurazione a distanza e per il posizionamento basato su rilevazioni di radar locali, che possono avere importanti applicazioni industriali. Questi sistemi sono capaci di funzionare anche in condizioni estreme, di temperature, vibrazioni, polveri, ecc. La società è stata fondata nel 2005 a Neubiberg in Germania.
• ARELION GmbH offre strumenti software che riescono a risolvere problemi complessi di ottimizzazione quantitativa. La società è stata fondata nel 2012 a Hagenberg in Austria, in seguito a una stretta collaborazione con la Università di Linz.
• ODOS IMAGING Ltd è una impresa tecnologica specializzata nello sviluppo di sistemi di sensori che catturano video in 3D ad alta risoluzione. La società offre componenti e sistemi completi, che si prestano ad usi industriali, per l’automazione, la logistic, sistemi di traffico, ecc. La società è stata fondata nel 2010 a Edinburgo (Regno Unito).
• ENOCEAN GmbH è leader nello sviluppo di sistemi di sensori Wireless e senza batterie, che possono ad esempio emettere segnali radio. Questi sensori comportano costi più bassi per la installazione e significativi risparmi energetici. La società è stata fondata nel 2001 a Oberhaching in Germania.
• POLYIC GmbH, fondata nel 2003 a Fürth (Germania) produce componenti elettronici di plastica flessibile in poliestere, che consentono di realizzare targhette RFID che vengono impiegate nella logistica, nei display, nella sicurezz e in altre applicazioni.
• PANORATIO DATABASE IMAGES è stata fondata nel 2003 a Monaco di Baviera, in seguito a un investimento fatto congiuntamente da Siemens Venture Capital e da Siemens Technology Accelerator, insieme d altri investitori. La società si occupa di immagazzinare grandi volumi di dati, fornendo anche software per la loro analisi statistica.
• OPTIMISE GmbH è una società fondata nel 2001 a Karlsruhe (Germania). Sviluppa software per la analisi e la ottimizzazione di test di verifica nei semiconduttori e nell’industria elettronica. Le industrie che utilizzano i software di OPTIMISE riducono i costi e il tempo richiesto per i test, ricevendo elaborazioni statistiche avanzate.
• SPHERE MEDICAL PLC, fondata nel 2002 a Cambridge (Regno Unito) produce dispositivi medici per la misurazione non invasiva dei parametri sanguigni, trasmettibili on line agli specialisti per la cura del paziente. Dal 2011 è quotata alla Borsa di Londra.
• SESMOS Ltd è stata fondata nel 2011 a Edinburgo (Regno Unito), sulla base di una collaborazione con la locale Università. Fornisce servizi e programmi di ricerca alla industria farmaceutica, basati sulla applicazione di un processo innovativo di screening e validazione di nuovi farmaci, che si avvale della collaborazione con la tecnologia a biosensori sviluppata da Siemens.

Estratto dalla pubblicazione di Genesis, “INVESTIRE NELLE START UP. Il sistema delle grandi imprese tedesche per rafforzarsi e innovare. Lezioni per l’Italia”. © GENESIS srl –Bologna 2017, La pubblicazione analizza 15 casi di grandi aziende. Per informazioni segreteria @genesis.it

La strategia BMW per le Start Up

La grande casa automobilistica di Monaco di Baviera, è una delle grandi imprese tedesche che investono massicciamente, e a livello globale, in start up innovative.
BMW opera attraverso la sua società BMWI VENTURES. Attraverso questo “braccio” operativo finanziario, BMW effettua investimenti sulle Start Up per sviluppare i temi legati alla mobilità del futuro e a quello che definisce come il “mobility service ecosystem” di BMW, caratterizzato dalla connessione in rete dei veicoli, ma anche dall’uso di motori elettrici.
LIFE360 è una Start Up con sede a San Francisco. Il suo prodotto principale è una APP che aiuta a rimanere connessi con la famiglia e gli amici: l’utente può vedere tutti i membri del suo gruppo, ad esempio i genitori possono vedere i figli su una mappa privata, comunicare con loro, inviare messaggi e ricevere richieste di aiuto in caso di necessità. L’integrazione di LIFE360 con il sistema BMW di navigazione dell’automobile consente di essere guidati da quest’ultima verso uno dei membri del gruppo. Le conversazioni telefoniche possono essere fatte attraverso il sistema audio dell’automobile.
JUSTPARK è uno dei leader europei di software per la prenotazione di parcheggi. Il servizio mette in contatto chi ha necessità di parcheggiare l’automobile con persone che possono offrire spazi di parcheggio. La APP consente di individuare il parcheggio migliore e di prenotarlo on line. La società ha sede a Londra.
MOOVIT offre la possibilità di scegliere attraverso una APP il percorso migliore per raggiungere una meta, anche alternando il mezzo private con quello pubblico o quello condiviso (car sharing).
La Start Up ZENDRIVE ha lo scopo di rilevare dati sulla guida di una vettura, mediante l’uso di uno smartphone. I dati, elaborati da un centro statistico, aiutano a migliorare la guida, a conoscere il comportamento del guidatore e a misurare il suo grado di rischio, a fini assicurativi.
ZIRX offre un servizio che indica la posizione dell’utente in caso di necessità di soccorso, garantendo il rapido arrivo di personale di soccorso per il parcheggio dell’automobile in un garage sicuro. ZIRX ha sede a San Francisco (USA). Ha cambiato recentemente il nome in STRATIM.
Per chi guida un’automobile elettrica, trovare il modo di ricaricarla non è facile. La Start Up CHARGEPOINT è leader nella offerta di punti di ricarica. La società progetta e costruisce i dispositive per la ricarica. CHARGEPOINT ha sede a Campbell (California, USA).
CHARGEMASTER è il principale fornitore di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici nel Regno Unito. In Europa la società serve oltre 50 mila clienti. La società fornisce soluzioni pratiche e flessibili come punti di ricarica domestici, stazioni progettate per specifici usi e stazioni di ricarica pubblica. CHARGEMASTER ha sede a Luton (Regno Unito). La collaborazione con BMW si concentra sul mettere a disposizione posti e punti di ricarica per il servizio di car sharing DriveNow.
A New York BMW ha anche creato uno spazio di Coworking (BMW Coworking Space) per le Start Up che sviluppano soluzioni sulla mobilità del futuro.

Estratto dalla pubblicazione di Genesis, “INVESTIRE NELLE START UP. Il sistema delle grandi imprese tedesche per rafforzarsi e innovare. Lezioni per l’Italia”. © GENESIS srl –Bologna 2017, La pubblicazione analizza 15 casi di grandi aziende. Per informazioni segreteria @genesis.it

Di qui al 2030

Il libro dell’economista e futurologo francese Jacques Attali si è cimentato, in un recente libro (Finalmente dopodomani, Salani editore, Milano) con il tema dei cambiamenti che si verificheranno di qui al 2030 (dopodomani).
Se si guarda alle tecnologie, sostiene Attali, vi sarà una enorme ondata di innovazioni. La potenza dei computer si sta avvicinando a quella del cervello umano, e grazie a questa potenza sarà più facile elaborare grandi masse di dati anche a fini previsionali. Il dialogo uomo-macchina e macchina-macchina (arriveremo a 130 miliardi di oggetti connessi, con un mercato di questi prodotti che supererà il 7,5% del PIL mondiale) porterà all’automazione progressiva di molte funzioni.
Le stampanti 3D consentiranno alle persone di fabbricarsi oggetti su misura; la realtà aumentata in 3D consentirà la creazione di ambienti virtuali per il lavoro, lo svago o l’arte. Le neuroscienze consentiranno di capire meglio i processi di apprendimento.
L’intelligenza artificiale consentirà ai robot di imparare, conversare e stimolare emozioni; le nanotecnologie consentiranno di creare materiali nuovi (ad esempio tessuti autoriparanti); le tecniche di terapia genica e biotecnologica (genomica) consentiranno di rigenerare tessuti partendo dalle cellule staminali e diventerà normale clonare gli animali.
Gli edifici riusciranno a produrre più energia di quanta ne consumano (smart building); grazie ai sensori l’agricoltura potrà monitorare la crescita delle piante e regolare l’uso di acqua e calore; grazie alle nuove batterie litio-ossigeno, dieci volte più potenti di quelle attuali.
Le automobili saranno sempre più elettriche o ibride (un’autonomia di 600 km con una ricarica); le automobili autonome con ricettori optronici e intelligenza artificiale costituiranno gran parte di quelle prodotte; il car sharing diventerà la regola; la cosiddetta “Sharing economy”crescerà il giro di affari di 30 volte; il contatto diretto tramite la rete (ad esempio Linedin) tra imprese e lavoratori potrà contribuire a una crescita del PIL del 2%, secondo quanto sostiene un rapporto della McKinsey.
Nonostante, però, questa enorme ondata di innovazioni non creerà necessariamente un mondo armonioso e felice. La situazione ambientale continua a deteriorarsi. Vi sono enormi questioni geopolitiche che potranno scatenare addirittura una nuova guerra mondiale.
In ogni caso, vi saranno enormi contraccolpi sul mondo del lavoro. Metà dei mestieri, soprattutto quelli a bassa qualifica, scompariranno; il 47% dei lavoratori USA sono a rischio, soprattutto nella ristorazione, nella logistica, nella finanza e nelle assicurazioni. Meno minacciati sono i lavoratori che hanno una elevata manualità, svolgono attività manageriali, attività creative, svolgono compiti nel settore della salute e della istruzione.

Le opportunità imprenditoriali degli sport emergenti

Il sito http://www.benessere.com ha pubblicato l’elenco degli sport nuovi che in Italia stanno raccogliendo un interesse crescente, e quindi dal nostro punto di vista possono costituire una fonte di impresa di lavoro.
Sono 72 gli sport emergenti: si va da quelli dell’aria (Deltaplano, Wakeboard, Flyboard, ecc.), a quelli acquatici (Rafting, Hydrospeed, Woga-Water Yoga, ecc.), da quelli con racchetta (Paddle, Peteca, Beach tennis, Palla tamburello, ecc.) a quelli del ghiaccio (Skeleton, Short Track, Broomball, ecc.), da quelli di arrampicata (Tree climbing, Stair climbing, ecc.), a quelli in bici (Bike Polo, Kickbike), da quelli su neve (Heli-skiing; Cat-skiing, Sleddog) a quelli con la palla (Touch Rugby, Foot Golf, Floor ball, ecc.).
Un mondo affascinante di nuovi esercizi, emozioni e competizioni. Da un punto di vista economico, un bacino potenziale di nuovi praticanti, quindi di attrezzature, campi di gioco, abbigliamento, competizioni, eventi, editoria specializzata.
Quali di questi nuovi sport stanno diventando realtà significative da un punto di vista economico?
L’impressione è che diverse di queste discipline emergenti siano legate a mode passeggere, e non abbiano un futuro roseo; in altri casi gli sport sono molto semplici e non implicano una organizzazione e attrezzature complesse, quindi non creano mercati significativi.
Da dove possono nascere le opportunità imprenditoriali di fronte all’emergere di nuove discipline?
In molti casi nella organizzazione delle attività sportive, creando associazioni e imprese che gestiscano campi, competizioni, eventi, campionati. Ciò evidentemente può avere un senso economico quando i praticanti dello sport raggiungono numeri significativi.
In alcuni casi le prospettive possono stare nella produzione di attrezzature più o meno complesse (da una racchetta a un intero capo di Paddle, ad esempio) e dei diversi accessori, anche di abbigliamento.
Anche se va detto, per non farsi troppe illusioni, che in molti casi, la produzione può non essere conveniente, in quei casi in cui si possono trovare nel mercato globale articoli già molto competitivi (spesso prodotti in Asia); in questi casi l’attività imprenditoriale può essere di importazione e distribuzione sul mercato italiano.
Il commercio al dettaglio è forse l’attività più difficile, per un piccolo imprenditore, data la concorrenza agguerritissima delle catene di supermercati dello sport, da un lato, e dell’ e-commerce, dall’altro.
I servizi, invece, possono creare opportunità di sviluppo per una piccola impresa: corsi di avvio e addestramento, promozione, raccolta di sponsor, riprese fotografiche e video, gestione di siti e blog, App e piattaforme Internet, editoria specializzata.

Con il berretto in mano

Ciò che mi colpisce, in questi giorni di drammatica emergenza migranti, è l’assoluta mancanza di qualunque riflessione sulle prospettive di lavoro e di vita che eventualmente l’Italia è in grado di offrire al “popolo dei barconi”.
La riflessione più profonda, l’ha fatta il presidente dell’INPS Boeri, che ha affermato “L’Italia ha bisogno di un numero crescente di immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”.
E’ evidente che il nostro sistema di protezione sociale è in sofferenza, per il restringimento della base occupazionale e quindi dei soggetti che versano contributi che dovrebbero finanziare il numero crescente di pensionati.
La salvezza del sistema dipende certamente dalla crescita dell’occupazione, e in particolare di quella a più di fascia medio-alta, per professionalità, reddito e quindi anche contributi versati.
Speriamo forse che queste figure possano venire dal “popolo dei barconi”? La Germania in questo senso è stata esplicita: porte aperte a chi viene dai paesi in guerra e dotati di qualificazioni professionali (come i medici siriani). Per gli altri, verifica della professionalità, percorsi di formazione e inserimento al lavoro, quando richiesto dalle aziende.
Esiste in Italia uno straccio di politica di questo tipo? Certamente no: il quadro reale è quello di Centri per l’Impiego ridimensionati, centri di formazione professionali con pochissimi fondi, politiche per l’avvio di imprese asfittiche. Questo mentre il tasso di disoccupazione italiano è all’12%, e non al 5% della Germania. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha proclamato ieri: “Vollbeschäftigung ist möglich”, cioè la piena occupazione è possibile.
E i risultati in Italia, del resto si vedono. Salvo rare eccezioni, ciò che in assenza di politiche l’Italia sa offrire ai migranti è un posto davanti a un supermercato o all’angolo della strada, con il berretto in mano a chiedere l’elemosina. Di notte, pochi dormitori e molte panchine. Per i più fortunati un lavoro bracciantile a pochi Euro al giorno, gestiti dal caporalato meridionale.
Un po’ poco, mi sembra. Siamo proprio sicuri che, al di là della retorica, stiamo effettivamente aiutando queste persone?

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Le opportunità del Delivering

La diffusione delle consegne a domicilio è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto nelle grandi città la consegna di pizze e altri pasti caldi occupa in modo precario centinaia se non migliaia di giovani che, dotati di proprio “mezzo di produzione” (bicicletta o motorino) sfrecciano sottopagati (es 3-5 Euro all’ora) e sempre a rischio di incidente.
Sono manovrati e intermediati da alcune multinazionali che si avvalgono per la gestione degli ordini di efficienti App. Una parte sostanziale del pezzo del servizio va a questi intermediari.
Ma è proprio destino che questi lavori debbono andare ad arricchire grandi industrie californiane o tedesche e che i giovani italiani siano condannati al ruolo di “proletari” (in realtà con questi lavori è anche difficile mantenere una prole)?
Evidentemente no. Ciò che serve è che gruppi di giovani inizino ad auto-organizzarsi, formino cooperative o altri tipi di società, costruiscano accordi con i ristoranti e le pizzerie della zona, si dotino se serve di proprie App e di un proprio apparato amministrativo e commerciale. Insomma, facciano impresa.
In Italia nel recente passato in tutti i lavori più umili, dal bracciantato agricolo alle pulizie, dai lavori edili al facchinaggio, non c’è stato bisogno di multinazionali! I lavoratori italiani, spesso giovani, si sono organizzati per autogestirsi. Da tante imprese che sono nate piccole, poi, ne sono sorte alcune che sono cresciute fino a diventare grandi.
Punto di forza di queste iniziative è sempre stato un fattore molto semplice: lavorando in proprio si lavora meglio, ci si impegna di più e si è liberi di intraprendere nuove iniziative. Spesso lo stesso cliente preferisce rivolgersi alla impresa piccola, con cui è più facile dialogare.
Perché non dovrebbe succedere oggi con il Delivering? I giovani di oggi sono forse meno imprenditoriali di quelli di ieri?

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