Trasformare un immobile inutilizzato in una risorsa imprenditoriale

In Italia gran parte del patrimonio immobiliare è inutilizzato o sottoutilizzato.

In molte aree vi è stato, a causa della crisi, uno svuotamento del 20-25% dei contenitori edilizi ad uso produttivo.

Molti negozi e uffici sono sfitti; molti piccoli appezzamenti agricoli sono coltivati con rendimenti bassissimi.

Per gli appartamenti le cose vanno un po’ meglio, ma qui sorge il problema di affittare ad inquilini corretti, mentre le vendite sono spesso possibili, ma a prezzi calanti.

Il mancato utilizzo degli immobili provoca seri problemi economici per i proprietari:

  • Costi fiscali elevati.
  • Previsto ulteriore aumento con revisione degli estimi catastali.
  • Elevati costi di manutenzione per il mantenimento in efficienza.
  • Aumento degli atti vandalici e delle occupazioni illegali di immobili sfitti e non adeguatamente presidiati.

Allo stesso tempo, però, gli immobili potrebbero essere riconvertiti verso quelle attività, che oggi non mancano, che potrebbero dare risultati interessanti.

Infatti, un immobile inutilizzato, ma opportunamente riconvertito, potrebbe diventare la base per una impresa redditizia. Ma come?

Una pubblicazione di Genesis presenta e analizza 15 possibilità di riconversione di un terreno, un appartamento, un casale, un negozio, un ufficio, un capannone, verso attività turistiche, sociali, sportive, sanitarie, logistiche e commerciali.

Per ognuna di queste 15 opportunità viene presentato un Business Plan sintetico (con relativo software in Excel), che illustra autorizzazioni, investimenti, fabbisogno finanziario, costi di gestione fissi e variabili, fatturato di pareggio, obiettivi da raggiungere per ottenere redditi interessanti.

https://dangelilloimpresa.wordpress.com/come-un-immobile-inutilizzato-puo-diventare-unimpresa-redditizia/

Annunci

La forza dell’economia circolare e della sharing economy, pur con tante differenze – Parte 2/2

Se l’economia circolare, come abbiamo visto nel precedente Post, offre opportunità di impresa a livello locale, e in qualche modo “fertilizza” il territorio, la cosiddetta “sharing economy” rischia di avere un effetto opposto, quello di impoverirlo.
La “Sharing economy” si basa anch’essa su un concetto nuovo di uso di un bene o servizio, che non viene acquistato ma “condiviso”: così i passaggi in auto con Uber. Oppure le case di Airbnb, il portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare.
Già nel 2000 il famoso economista Jeremy Rifkin, nel suo “L’era dell’accesso, Mondadori, Milano) aveva detto che lo scopo delle persone è sempre meno quello di ammassare proprietà, e sempre più quello di accedere a consumi e opportunità di vita, indipendentemente dalla proprietà dei beni fisici. Addirittura il possesso di certi beni (automobili, macchinari) si rivela una palla al piede e gli si preferisce sempre più l’utilizzo di servizi (noleggi, leasing, ecc.).
Oggi, di fatto, chi gestisce questo incontro tra domanda e offerta sono grandi piattaforme straniere, che per prime si sono mosse e affermate. Se da Bologna voglio andare a Milano e chiedo a Uber un servizio di trasporto, ad esempio, dovrò pagare un servizio su un conto californiano, lasciare una commissione per la intermediazione, per poi essere messo a contatto con un poveraccio italiano, che sottopagato mi condurrà a destinazione, per un compenso basso anche perché decurtato dall’intermediario.
Un vero e proprio controsenso. Cosa rimarrà alla economia italiana se per organizzare funzioni tutto sommato banali dovremo farci intermediare da una piattaforma californiana, arricchendola e lavorando sottopagati?
Bene fa l’Unione Europea a pretendere che queste piattaforme paghino regolarmente le tasse e rispettino le leggi sul lavoro e sulla sicurezza dei clienti (ultimo episodio la ragazza dell’ambasciata britannica a Beirut, violentata e uccisa da un autista trovato attraverso una piattaforma Sharing).
Bene fanno quelle start up italiane che si organizzano per imitare e migliorare i servizi delle piattaforme più famose, che hanno sì una notorietà internazionale, ma spesso offrono servizi standardizzati che possono essere migliorati da chi conosce meglio la clientela locale.

La forza dell’economia circolare e della sharing economy, pur con tante differenze – Parte 1/2

Il comportamento di noi consumatori sta cambiando notevolmente. L’atteggiamento puramente consumistico, forse anche per effetto della crisi, si è evoluto, lasciando spazio a modalità diverse di utilizzo dei beni.
Sono cresciute la responsabilità verso gli oggetti e la sensibilità ecologica e, circa il potenziale impatto dei rifiuti sull’ambiente. E’ poi subentrata una consapevolezza del fatto che i beni non necessariamente devono essere acquistati e detenuti in proprietà, se possono esservi forme più razionali di utilizzo.
Il primo cambiamento spesso viene definito come “economia circolare”. Un bene che non interessa più, non necessariamente deve finire nel cassonetto. Può essere donato, venduto, trasformato. Altre persone potranno riutilizzarlo, allungandone la vita; in alcuni casi saranno delle imprese a trasformare un rifiuto in una materia prima per altri processi produttivi.
In Italia il 95% dei pannelli di legno per arredi, edilizia, ecc. provengono da legno riciclato; gli indici di riciclaggio della plastica e della carta sono fra i più alti d’Europa; le deiezioni degli allevamenti bovini e suini vengono spesso utilizzati come materia prima per produrre biogas e quindi energia; gli sfalci dell’erba vengono trasformati in alcune città in concime per piante (compost).
Secondo l’Osservatorio sulla “Second Hand Economy” il mercato dei prodotti usati ha in Italia un valore (2016) che si aggira intorno ai 19 miliardi di euro. Predominano le auto, ma da non trascurare sono i beni per la casa e la persona, i prodotti elettronici e l’area sport & hobby.
In questo mercato il canale on line incide per 7,1 miliardi, quindi per il 37,3% del totale.
Il 15% della popolazione italiana –afferma l’Osservatorio- acquista o vende online, e tale attività consente a ogni singolo cittadino di guadagnare o risparmiare mediamente 900 euro all’anno.
Se Internet è riconosciuto come un canale che permette di risparmiare tempo (lo dice il 66% degli intervistati) e di accedere a una offerta più ampia (66%), comprare offline (nei mercatini, nelle concessionarie, ecc.) permette di «toccare con mano» l’effettiva qualità e fattura del bene in cui si è interessati (59%).
Coloro che non acquistano l’usato perché preferiscono comprare oggetti nuovi (43%) sono invece in calo, se messi a confronto con i dati degli anni precedenti.
Vi è poi la nicchia del vintage, che riguarda il 10% della popolazione di chi acquista o vende on line.
Quali opportunità imprenditoriali nascono da questo sviluppo della economia circolare? Ai livelli di una microimpresa, l’apertura di mercatini dell’usato, di laboratori artigiani di restauro e reinvenzione creativa di oggetti (come le borse ricavata da vecchi jeans), di piattaforme Internet per l’incontro fra chi cerca e chi vende oggetti usati, ad esempio nelle nicchie del vintage o del collezionismo.
A un livello di investimenti più alto, le attività di raccolta, trasformazione e rivendita di materie prime quali il legno, la plastica e il vetro, pur già molto diffuse in Italia, potrebbero trovare ulteriore sviluppo in aree geografiche attualmente non servite.

Qi Ye Jia: l’imprenditore nella visione cinese

Se vogliamo capire meglio la cultura economica e aziendale cinese, può essere utile riflettere sul fatto che nella loro lingua il concetto di imprenditore (Qi Ye Jia) viene espresso accostando tre parole:
■ Qi, che significa “guardare al futuro” (visione),
■ Ye, che significa “responsabilità” (affidabilità),
■ Jia, che significa “lavoro di gruppo” (collaborazione).

L’imprenditore, quindi, è un soggetto che guarda al futuro, affidabile e capace di sviluppare una collaborazione di gruppo.
Una visione completamente differente da quella occidentale di stampo anglosassone, che esalta invece i concetti di “massimizzazione del profitto”, di “aggressività”, all’esterno (verso i concorrenti) e all’interno (verso i dipendenti) e di “vincente”. Quindi: indifferenza verso gli altri, in nome dell’interesse individuale.
Sarà forse un caso che l’economia cinese stia andando da tempo meglio della nostra?

https://www.facebook.com/events/220643978472473/

Dove soffia il vento della ripresa?

I dati del PIL ci dicono che, se pure meno di quanto avviene a livello internazionale, l’economia italiana è in ripresa. Per ultimi, i dati della “Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017” curata da dal centro studi di Intesa Sanpaolo, indicano che il risparmio riprende ad aumentare e così pure i progetti di investimento delle famiglie italiane.
Il risparmio è sempre di meno “difensivo”, per resistere alla crisi, e sempre più progettuale, per dare vita a nuove iniziative.
Questo è molto incoraggiante, anche per la creazione di nuove imprese: ma dove si apriranno opportunità di investimento?
L’economia è comunque cambiata, e le nuove opportunità saranno diverse da quelle ante-crisi.
Come Genesis siamo impegnati nel progetto di ricerca “Opportunità imprenditoriali – 2018”, che è ancora alle prime battute, ma alcune indicazioni già emergono, in diverse attività legate alla digitalizzazione delle imprese, alla internazionalizzazione, alla produzione di contenuti culturali, alla rifuzionalizzazione di immobili dismessi (il cui numero si è dilatato durante la crisi), ma anche sul versante privato in tanti servizi e attività commerciali, normalmente di nicchia.
La nicchia specializzata è ciò su cui deve concentrarsi un piccolo imprenditore nella Italia di oggi; non ha senso cercare di imitare i modelli globali dei colossi della Silicon Valley. L’impresa italiana si è sempre distinta per la qualità delle sue specializzazioni e dei suoi servizi, e così penso che sarà anche nella nuova fase.

I Business Plan delle imprese Cinesi

In una economia super-emergente come quella cinese, come vengono costruiti i Business Plan delle imprese?
Non è facile rispondere, ma uno scritto dei professori Liu Dezhi e Cui Wenjing della Shenyang JIanzhu University fa intuire che anche nella redazione di un Business Plan i cinesi portano con sé alcune specificità che non sono tanto diverse da quelle che li caratterizzano nella vita quotidiana e nel lavoro.
Ad esempio la cura del linguaggio.
Il linguaggio di un Business Plan – dicono i due professori- deve essere semplice, che anche la nonna (figura molto importante nella società cinese) possa capirlo.
Allo stesso tempo, però, questo linguaggio deve essere “scientifico”: un termine che non si usa spesso nel linguaggio aziendale occidentale.
Non è corretto quindi usare il linguaggio della vita quotidiana o quello dei giornali o della politica. Aggiungerei io: neanche quello del marketing, che spesso rischia di trasformare un Business Plan in uno spot pubblicitario.
Il linguaggio è la base di ogni ragionamento astratto – dicono i due professori- e quindi la capacità di scrivere con precisione, è la base per redigere un Business Plan. Non è possibile presentare un elaborato pieno di errori, idee confuse, concetti oscuri, strutture logiche deboli.
Un Business Plan deve saper unire testi, dati e parti grafiche. Esposizione, descrizione, narrazione e argomentazione sono forme del linguaggio, che devono essere combinate con vari tipi di tabella, grafici, diagrammi e fotografie.
La logica del discorso deve essere molto solida, alternando in modo efficace analisi e sintesi, conclusioni e deduzioni, linguaggio astratto e linguaggio concreto.
I termini devono essere precisi. Nel caso in cui si usi una “self-created terminology”, cioè una terminologia creata da sé, bisogna dare una definizione esatta di ogni nuovo concetto.
Nell’uso delle unità di misura, occorre attenersi a quelle ufficiali e non disorientare il lettore passando improvvisamente da un’unità all’altra, ad esempio dai metri quadrati agli ettari.
Infine, per una redazione estremamente precisa di un Business Plan, occorre una rigorosa attività di controllo.
A questo proposito i cinesi ci stupiscono ancora: prima di consegnare un Business Plan, una volta scritto, bisogna leggerlo e rileggerlo almeno una dozzina di volte, paragrafo per paragrafo, andando a caccia di possibili errori, illogicità, argomentazioni deboli, espressioni poco efficaci, contenuti poco coerenti fra loro, commenti poco appropriati.
Solo così si può arrivare a un elaborato di qualità.

https://www.facebook.com/pg/genesiscreaimprese/events/?ref=page_internal

Per una impresa Smart

La parola “Smart” è oggi molto di moda, ma nel mondo delle imprese cosa può significare? Pochi anni fa Edward D.Hess, della Columbia University (New York) scrisse un bel volume intitolato “Smart growth : building an enduring business by managing the risks of growth” (2010), in cui si sosteneva che una crescita intelligente (“smart”) è quella che non punta tanto a diventare più grandi, quanto a diventare migliori.
Una crescita puramente quantitativa, e continua, esiste solo nei modelli matematici di alcuni economisti, non nella realtà. I diversi esempi portati da Hess mostrano che anche le aziende più importanti e famose hanno passato brutti momenti di crisi, dalla Coca Cola che alla fine degli anni ’90 era vista come un modello di inefficienza, a Starbucks che dovette chiudere in poco tempo ben seicento caffetterie che erano in perdita, a Harley- Davidson che ebbe seri problemi di incasso dei crediti dai distributori, a UPS che si è più volte riorganizzata dando vita a nuove società quali quella dei negozi Mail Boxes, molto diffusi anche in Italia.
In natura, come mostrano gli studi biologici,un organismo non può crescere troppo, perché rischia di morire, per disfunzioni interne e/o rischi di aggressioni esterne, anche perché diventando troppo pesanti si diventa lenti e più facilmente attaccabili. La sopravvivenza di un organismo presuppone invece un adattamento “intelligente” e continuo all’ambiente in cui si è inseriti.
Nelle aziende, diventare migliore è ben più importante che diventare più grandi (“being better, not just bigger”). Non è così scontato, dice Hess, visto che le grandi imprese sono ossessionate dallo sviluppo del fatturato a tutti i costi (quadrimestre per quadrimestre), anche al costo di comprare, pur di ingrandirsi, altre aziende inefficienti.
Le stesse piccole imprese spesso sono prese dalla frenesia di diventare grandi, rincorrendo la crescita quantitativa (la cosiddetta “scalabilità”).
L’attenzione agli aspetti quantitativi allontana invece dalla ricerca della qualità, il solo requisito che può rendere competitiva un’azienda.
Qualità significa imprenditorialità, attenzione al cliente, continui miglioramenti, valorizzazione e partecipazione delle risorse umane, capacità di gestire il rischio.
Di qui altri esempi che Hess porta, dalla azienda del lusso Tiffany, alla UPS, alla catena di impianti satellitari Defender.
Ciò che i fautori della crescita a tutti i costi non dicono mai è che nella maggioranza dei casi le aziende che fanno quest scelta falliscono, perché non sanno affrontare il rischio, faticano a capire i pericoli e non sanno trovare in modo dinamico le migliori soluzioni ai problemi.
La vita di una impresa non è lineare, ma come tutte le vicende umane va avanti con movimenti verso l’alto e verso il basso, cicli, zig zag, miglioramenti passo dopo passo.
Imparare, adattarsi all’ambiente circostante, innovare non richiede una crescita dimensionale, ma intelligenza nel riconoscere nuove opportunità e nel cambiare continuamente.
E’ molto sbagliato dire, conclude Hess, che l’alternativa è tra crescere o morire (“Grow or Die”), perché se si fanno le cose nel modo sbagliato, proprio la crescita può portare alla morte dell’azienda (“Grow and die”).

Evento prenotabile anche tramite EVENTBRITE
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-dallidea-al-progetto-il-business-plan-farlo-usarlo-finanziarlo-38006750213?aff=es2

Come la Siemens sostiene le Start Up

La Siemens AG di Monaco di Baviera è diventata la più grande azienda europea (oltre 350 mila dipendenti).
Siemens offre una gamma molto ampia e diversificata di prodotti e sistemi ad alta tecnologia:
• nella industria manifatturiera (turbine, generatori, trasformatori e tecnologie motrici, sistemi di automazione, ecc.);
• nelle infrastrutture (locomotive, sistemi ferroviari, reti intelligenti, sistemi di mobilità urbana, ecc.);
• nell’energia (eolico, solare, olio e gas, fossile e fino alla catastrofe di Fukushima del 2011 anche nell’atomo);
• nella medicina (macchinari per risonanza magnetica, radiografie, TAC, laboratori diagnostici, ecc.).

Tramite la società controllata Siemens Venture Capital, vengono effettuati investimenti su numerose Start Up, che hanno tutto uno spiccato profilo tecnologico.

• PYREOS Ltd ha sviluppato e offre sensori infrarossi per la rilevazione di gas collocati su film sottili ad alta prestazione. La società è stata fondata nel 2005 a Edinburgo, in collaborazione con altri 5 investitori, tra cui lo Scottish Venture Fund e la società Robert BOSCH Venture Capital.
• SYMEO GmbH ha sviluppato e produce componenti e sistemi completi per la misurazione a distanza e per il posizionamento basato su rilevazioni di radar locali, che possono avere importanti applicazioni industriali. Questi sistemi sono capaci di funzionare anche in condizioni estreme, di temperature, vibrazioni, polveri, ecc. La società è stata fondata nel 2005 a Neubiberg in Germania.
• ARELION GmbH offre strumenti software che riescono a risolvere problemi complessi di ottimizzazione quantitativa. La società è stata fondata nel 2012 a Hagenberg in Austria, in seguito a una stretta collaborazione con la Università di Linz.
• ODOS IMAGING Ltd è una impresa tecnologica specializzata nello sviluppo di sistemi di sensori che catturano video in 3D ad alta risoluzione. La società offre componenti e sistemi completi, che si prestano ad usi industriali, per l’automazione, la logistic, sistemi di traffico, ecc. La società è stata fondata nel 2010 a Edinburgo (Regno Unito).
• ENOCEAN GmbH è leader nello sviluppo di sistemi di sensori Wireless e senza batterie, che possono ad esempio emettere segnali radio. Questi sensori comportano costi più bassi per la installazione e significativi risparmi energetici. La società è stata fondata nel 2001 a Oberhaching in Germania.
• POLYIC GmbH, fondata nel 2003 a Fürth (Germania) produce componenti elettronici di plastica flessibile in poliestere, che consentono di realizzare targhette RFID che vengono impiegate nella logistica, nei display, nella sicurezz e in altre applicazioni.
• PANORATIO DATABASE IMAGES è stata fondata nel 2003 a Monaco di Baviera, in seguito a un investimento fatto congiuntamente da Siemens Venture Capital e da Siemens Technology Accelerator, insieme d altri investitori. La società si occupa di immagazzinare grandi volumi di dati, fornendo anche software per la loro analisi statistica.
• OPTIMISE GmbH è una società fondata nel 2001 a Karlsruhe (Germania). Sviluppa software per la analisi e la ottimizzazione di test di verifica nei semiconduttori e nell’industria elettronica. Le industrie che utilizzano i software di OPTIMISE riducono i costi e il tempo richiesto per i test, ricevendo elaborazioni statistiche avanzate.
• SPHERE MEDICAL PLC, fondata nel 2002 a Cambridge (Regno Unito) produce dispositivi medici per la misurazione non invasiva dei parametri sanguigni, trasmettibili on line agli specialisti per la cura del paziente. Dal 2011 è quotata alla Borsa di Londra.
• SESMOS Ltd è stata fondata nel 2011 a Edinburgo (Regno Unito), sulla base di una collaborazione con la locale Università. Fornisce servizi e programmi di ricerca alla industria farmaceutica, basati sulla applicazione di un processo innovativo di screening e validazione di nuovi farmaci, che si avvale della collaborazione con la tecnologia a biosensori sviluppata da Siemens.

Estratto dalla pubblicazione di Genesis, “INVESTIRE NELLE START UP. Il sistema delle grandi imprese tedesche per rafforzarsi e innovare. Lezioni per l’Italia”. © GENESIS srl –Bologna 2017, La pubblicazione analizza 15 casi di grandi aziende. Per informazioni segreteria @genesis.it

La strategia BMW per le Start Up

La grande casa automobilistica di Monaco di Baviera, è una delle grandi imprese tedesche che investono massicciamente, e a livello globale, in start up innovative.
BMW opera attraverso la sua società BMWI VENTURES. Attraverso questo “braccio” operativo finanziario, BMW effettua investimenti sulle Start Up per sviluppare i temi legati alla mobilità del futuro e a quello che definisce come il “mobility service ecosystem” di BMW, caratterizzato dalla connessione in rete dei veicoli, ma anche dall’uso di motori elettrici.
LIFE360 è una Start Up con sede a San Francisco. Il suo prodotto principale è una APP che aiuta a rimanere connessi con la famiglia e gli amici: l’utente può vedere tutti i membri del suo gruppo, ad esempio i genitori possono vedere i figli su una mappa privata, comunicare con loro, inviare messaggi e ricevere richieste di aiuto in caso di necessità. L’integrazione di LIFE360 con il sistema BMW di navigazione dell’automobile consente di essere guidati da quest’ultima verso uno dei membri del gruppo. Le conversazioni telefoniche possono essere fatte attraverso il sistema audio dell’automobile.
JUSTPARK è uno dei leader europei di software per la prenotazione di parcheggi. Il servizio mette in contatto chi ha necessità di parcheggiare l’automobile con persone che possono offrire spazi di parcheggio. La APP consente di individuare il parcheggio migliore e di prenotarlo on line. La società ha sede a Londra.
MOOVIT offre la possibilità di scegliere attraverso una APP il percorso migliore per raggiungere una meta, anche alternando il mezzo private con quello pubblico o quello condiviso (car sharing).
La Start Up ZENDRIVE ha lo scopo di rilevare dati sulla guida di una vettura, mediante l’uso di uno smartphone. I dati, elaborati da un centro statistico, aiutano a migliorare la guida, a conoscere il comportamento del guidatore e a misurare il suo grado di rischio, a fini assicurativi.
ZIRX offre un servizio che indica la posizione dell’utente in caso di necessità di soccorso, garantendo il rapido arrivo di personale di soccorso per il parcheggio dell’automobile in un garage sicuro. ZIRX ha sede a San Francisco (USA). Ha cambiato recentemente il nome in STRATIM.
Per chi guida un’automobile elettrica, trovare il modo di ricaricarla non è facile. La Start Up CHARGEPOINT è leader nella offerta di punti di ricarica. La società progetta e costruisce i dispositive per la ricarica. CHARGEPOINT ha sede a Campbell (California, USA).
CHARGEMASTER è il principale fornitore di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici nel Regno Unito. In Europa la società serve oltre 50 mila clienti. La società fornisce soluzioni pratiche e flessibili come punti di ricarica domestici, stazioni progettate per specifici usi e stazioni di ricarica pubblica. CHARGEMASTER ha sede a Luton (Regno Unito). La collaborazione con BMW si concentra sul mettere a disposizione posti e punti di ricarica per il servizio di car sharing DriveNow.
A New York BMW ha anche creato uno spazio di Coworking (BMW Coworking Space) per le Start Up che sviluppano soluzioni sulla mobilità del futuro.

Estratto dalla pubblicazione di Genesis, “INVESTIRE NELLE START UP. Il sistema delle grandi imprese tedesche per rafforzarsi e innovare. Lezioni per l’Italia”. © GENESIS srl –Bologna 2017, La pubblicazione analizza 15 casi di grandi aziende. Per informazioni segreteria @genesis.it

Di qui al 2030

Il libro dell’economista e futurologo francese Jacques Attali si è cimentato, in un recente libro (Finalmente dopodomani, Salani editore, Milano) con il tema dei cambiamenti che si verificheranno di qui al 2030 (dopodomani).
Se si guarda alle tecnologie, sostiene Attali, vi sarà una enorme ondata di innovazioni. La potenza dei computer si sta avvicinando a quella del cervello umano, e grazie a questa potenza sarà più facile elaborare grandi masse di dati anche a fini previsionali. Il dialogo uomo-macchina e macchina-macchina (arriveremo a 130 miliardi di oggetti connessi, con un mercato di questi prodotti che supererà il 7,5% del PIL mondiale) porterà all’automazione progressiva di molte funzioni.
Le stampanti 3D consentiranno alle persone di fabbricarsi oggetti su misura; la realtà aumentata in 3D consentirà la creazione di ambienti virtuali per il lavoro, lo svago o l’arte. Le neuroscienze consentiranno di capire meglio i processi di apprendimento.
L’intelligenza artificiale consentirà ai robot di imparare, conversare e stimolare emozioni; le nanotecnologie consentiranno di creare materiali nuovi (ad esempio tessuti autoriparanti); le tecniche di terapia genica e biotecnologica (genomica) consentiranno di rigenerare tessuti partendo dalle cellule staminali e diventerà normale clonare gli animali.
Gli edifici riusciranno a produrre più energia di quanta ne consumano (smart building); grazie ai sensori l’agricoltura potrà monitorare la crescita delle piante e regolare l’uso di acqua e calore; grazie alle nuove batterie litio-ossigeno, dieci volte più potenti di quelle attuali.
Le automobili saranno sempre più elettriche o ibride (un’autonomia di 600 km con una ricarica); le automobili autonome con ricettori optronici e intelligenza artificiale costituiranno gran parte di quelle prodotte; il car sharing diventerà la regola; la cosiddetta “Sharing economy”crescerà il giro di affari di 30 volte; il contatto diretto tramite la rete (ad esempio Linedin) tra imprese e lavoratori potrà contribuire a una crescita del PIL del 2%, secondo quanto sostiene un rapporto della McKinsey.
Nonostante, però, questa enorme ondata di innovazioni non creerà necessariamente un mondo armonioso e felice. La situazione ambientale continua a deteriorarsi. Vi sono enormi questioni geopolitiche che potranno scatenare addirittura una nuova guerra mondiale.
In ogni caso, vi saranno enormi contraccolpi sul mondo del lavoro. Metà dei mestieri, soprattutto quelli a bassa qualifica, scompariranno; il 47% dei lavoratori USA sono a rischio, soprattutto nella ristorazione, nella logistica, nella finanza e nelle assicurazioni. Meno minacciati sono i lavoratori che hanno una elevata manualità, svolgono attività manageriali, attività creative, svolgono compiti nel settore della salute e della istruzione.