Mese: ottobre 2017

I Business Plan delle imprese Cinesi

In una economia super-emergente come quella cinese, come vengono costruiti i Business Plan delle imprese?
Non è facile rispondere, ma uno scritto dei professori Liu Dezhi e Cui Wenjing della Shenyang JIanzhu University fa intuire che anche nella redazione di un Business Plan i cinesi portano con sé alcune specificità che non sono tanto diverse da quelle che li caratterizzano nella vita quotidiana e nel lavoro.
Ad esempio la cura del linguaggio.
Il linguaggio di un Business Plan – dicono i due professori- deve essere semplice, che anche la nonna (figura molto importante nella società cinese) possa capirlo.
Allo stesso tempo, però, questo linguaggio deve essere “scientifico”: un termine che non si usa spesso nel linguaggio aziendale occidentale.
Non è corretto quindi usare il linguaggio della vita quotidiana o quello dei giornali o della politica. Aggiungerei io: neanche quello del marketing, che spesso rischia di trasformare un Business Plan in uno spot pubblicitario.
Il linguaggio è la base di ogni ragionamento astratto – dicono i due professori- e quindi la capacità di scrivere con precisione, è la base per redigere un Business Plan. Non è possibile presentare un elaborato pieno di errori, idee confuse, concetti oscuri, strutture logiche deboli.
Un Business Plan deve saper unire testi, dati e parti grafiche. Esposizione, descrizione, narrazione e argomentazione sono forme del linguaggio, che devono essere combinate con vari tipi di tabella, grafici, diagrammi e fotografie.
La logica del discorso deve essere molto solida, alternando in modo efficace analisi e sintesi, conclusioni e deduzioni, linguaggio astratto e linguaggio concreto.
I termini devono essere precisi. Nel caso in cui si usi una “self-created terminology”, cioè una terminologia creata da sé, bisogna dare una definizione esatta di ogni nuovo concetto.
Nell’uso delle unità di misura, occorre attenersi a quelle ufficiali e non disorientare il lettore passando improvvisamente da un’unità all’altra, ad esempio dai metri quadrati agli ettari.
Infine, per una redazione estremamente precisa di un Business Plan, occorre una rigorosa attività di controllo.
A questo proposito i cinesi ci stupiscono ancora: prima di consegnare un Business Plan, una volta scritto, bisogna leggerlo e rileggerlo almeno una dozzina di volte, paragrafo per paragrafo, andando a caccia di possibili errori, illogicità, argomentazioni deboli, espressioni poco efficaci, contenuti poco coerenti fra loro, commenti poco appropriati.
Solo così si può arrivare a un elaborato di qualità.

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Per una impresa Smart

La parola “Smart” è oggi molto di moda, ma nel mondo delle imprese cosa può significare? Pochi anni fa Edward D.Hess, della Columbia University (New York) scrisse un bel volume intitolato “Smart growth : building an enduring business by managing the risks of growth” (2010), in cui si sosteneva che una crescita intelligente (“smart”) è quella che non punta tanto a diventare più grandi, quanto a diventare migliori.
Una crescita puramente quantitativa, e continua, esiste solo nei modelli matematici di alcuni economisti, non nella realtà. I diversi esempi portati da Hess mostrano che anche le aziende più importanti e famose hanno passato brutti momenti di crisi, dalla Coca Cola che alla fine degli anni ’90 era vista come un modello di inefficienza, a Starbucks che dovette chiudere in poco tempo ben seicento caffetterie che erano in perdita, a Harley- Davidson che ebbe seri problemi di incasso dei crediti dai distributori, a UPS che si è più volte riorganizzata dando vita a nuove società quali quella dei negozi Mail Boxes, molto diffusi anche in Italia.
In natura, come mostrano gli studi biologici,un organismo non può crescere troppo, perché rischia di morire, per disfunzioni interne e/o rischi di aggressioni esterne, anche perché diventando troppo pesanti si diventa lenti e più facilmente attaccabili. La sopravvivenza di un organismo presuppone invece un adattamento “intelligente” e continuo all’ambiente in cui si è inseriti.
Nelle aziende, diventare migliore è ben più importante che diventare più grandi (“being better, not just bigger”). Non è così scontato, dice Hess, visto che le grandi imprese sono ossessionate dallo sviluppo del fatturato a tutti i costi (quadrimestre per quadrimestre), anche al costo di comprare, pur di ingrandirsi, altre aziende inefficienti.
Le stesse piccole imprese spesso sono prese dalla frenesia di diventare grandi, rincorrendo la crescita quantitativa (la cosiddetta “scalabilità”).
L’attenzione agli aspetti quantitativi allontana invece dalla ricerca della qualità, il solo requisito che può rendere competitiva un’azienda.
Qualità significa imprenditorialità, attenzione al cliente, continui miglioramenti, valorizzazione e partecipazione delle risorse umane, capacità di gestire il rischio.
Di qui altri esempi che Hess porta, dalla azienda del lusso Tiffany, alla UPS, alla catena di impianti satellitari Defender.
Ciò che i fautori della crescita a tutti i costi non dicono mai è che nella maggioranza dei casi le aziende che fanno quest scelta falliscono, perché non sanno affrontare il rischio, faticano a capire i pericoli e non sanno trovare in modo dinamico le migliori soluzioni ai problemi.
La vita di una impresa non è lineare, ma come tutte le vicende umane va avanti con movimenti verso l’alto e verso il basso, cicli, zig zag, miglioramenti passo dopo passo.
Imparare, adattarsi all’ambiente circostante, innovare non richiede una crescita dimensionale, ma intelligenza nel riconoscere nuove opportunità e nel cambiare continuamente.
E’ molto sbagliato dire, conclude Hess, che l’alternativa è tra crescere o morire (“Grow or Die”), perché se si fanno le cose nel modo sbagliato, proprio la crescita può portare alla morte dell’azienda (“Grow and die”).

Evento prenotabile anche tramite EVENTBRITE
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