Opportunità e mercati emergenti

Una piccola ripresa c’è: cosa sta cambiando?

Per quanto modesta, una ripresa ormai c’è, in molti settori. Questo è importante soprattutto perché sta cambiando l’atteggiamento e le aspettative di molte persone e molti imprenditori. La priorità è sempre meno quella di difendersi dalla crisi, e sempre più quello di sviluppare idee nuove per partecipare alla nuova fase economica, senza farsi sfuggire le opportunità che emergono.
L’incertezza ovviamente regna sovrana, perché la ripresa potrebbe rimanere asfittica, ma potrebbe anche accelerare.
Meglio quindi prestare la massima attenzione (lo stare in allerta, l’“alertness” è proprio il termine impiegato da alcuni studiosi anglo-sassoni), prepararsi adeguatamente e sviluppare atteggiamenti pro-attivi.

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Industria 4.0 e l’ulteriore primato economico della Germania

In poco tempo l’espressione “Industria 4.0” si è diffusa e generalizzata, anche nel nostro paese. Tanto che il governo italiano (che cerca come può di seguire i paesi più forti) ha varato un pacchetto di incentivi fiscali per l’innovazione tecnologica.
Il successo della espressione “Industry 4.0” (in tedesco “Industrie 4.0”)
dipende a livello internazionale dalla forza con cui essa è stata lanciata dal paese sempre più leader nelle tecnologie industriali: la Germania.
Come è noto, 4.0 significa quarta rivoluzione industriale: dopo la prima caratterizzata dalla energia a vapore e ad acqua, con le prime forme di meccanizzazione della produzione, si è
passati a fine ‘800 alla seconda rivoluzione industriale basata sulla elettricità e sulla produzione di massa con la catena di montaggio, poi si è arrivati alla terza rivoluzione basata sui computer e l’automazione.
La quarta rivoluzione si baserebbe sulla interazione tra le macchine (Internet of Things; M2M Machine to machine communication), attraverso sensori, sistemi di automazione elettronici, software e intervento umano. In questo modo sarebbe possibile personalizzare i prodotti (customization); gestire e adattare i processi in modo estremamente flessibile e rapido; eliminare i compiti pericolosi, faticosi e stressanti; minimizzare gli errori; prendere decisioni decentrate creando reti intelligenti lungo la intera catena del valore.
Questo con importanti ricadute potenziali sulla evoluzione di componenti hardware (quli sensori e memorie), sui sistemi di elaborazione e stoccaggio di dati, e sull’ adeguamento delle competenze professionali.
Non a caso, a “Industrie 4.0” si è arrivati in Germania dopo un attento lavoro iniziato nel 2012 svolto da una serie di gruppi, patrocinati dal Ministero per la Formazione e la Ricerca (Bundesministerium für Bildung und Forschung – BMBF), presieduti da Henning Kagermann (Università tecnica di Braunschweig) e da Siegfired Dais (Manager della Bosch) e partecipati da alti esponenti dell’industria elettronica, dell’informatica, della robotica, dell’industria siderurgica (Bosch, Siemens, SAP, Thyssenkrupp, Trumpf, ecc.) e dei più prestigiosi istituti di ricerca in campo industriale.
Questo salto di qualità tecnologico e organizzativo metterebbe l’industria tedesca in grado di primeggiare ancora di più sui mercati internazionali, distaccando paesi a basso costo del lavoro ma con processi produttivi ancora primitivi, ma anche importanti paesi manifatturieri come l’Italia dove la frammentazione della produzione in molte piccole imprese riduce la possibilità di gestire processi fortemente integrati.
L’impressione è che di fronte a una sfida così robusta, che coinvolge anche tutto il sistema della formazione professionale (non a caso in Germania formazione e ricerca fanno capo allo stesso Ministero), le misure italiane, di semplice incentivo fiscale (un aspetto non ritenuto importante in Germania) rischino di essere assolutamente insufficienti.

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Quanto bisogno ci sarebbe di investimenti del Venture Capital

Una recente ricerca di Genesis mostra quanta strada ci sia ancora da fare per trovare investitori per le start up italiane.
La ricerca, intitolata “Investire nelle Start Up. Il sistema delle grandi imprese tedesche per rafforzarsi e innovare”, ricostruisce gli investimenti di 15 grandi società di Venture Capital tedesche, legate a grandi imprese dell’industria (BMW, Siemens, ecc,) e dei servizi (Allianz, Commerzbank, ecc.).
Ebbene, quando si vanno a esaminare le destinazioni geografiche di 227 investimenti in start up effettuati nel 2016, l’Italia è assente.
I Venture Capital tedeschi investono soprattutto in start up con sede in Germania (54,2%), Stati Uniti (22,5%), paesi nordici (4,8%), Austria-Svizzera (2,6%), Israele (2,6%).
L’Italia non compare neppure nell’aggregato “Altri paesi”, dove ci sono Singapore, Cipro, Brasile, ecc., ed è superata dalla Spagna (0,9%).
La cosa mi sembra preoccupante, dati gli intensi legami economici che ci sono sempre stati tra Italia e Germania. Evidentemente questi legami riguardano le aziende già consolidate, non le start up.
Ci si può forse consolare pensando che l’Italia è in buona compagnia, in quanto anche la Francia è assente dagli investimenti tedeschi.
C’è però da dire che in Francia c’è un vivace mercato nazionale del Venture Capital, cosa che in Italia manca.
Insomma, la strada da fare è veramente tanta.

L’agricoltura e la spinta dei giovani italiani al Self-employment

Una recente indagine della Coldiretti ha mostrato che l’Italia è il paese europeo per numero di imprese condotte da giovani con meno di 35 anni.
La situazione di alta disoccupazione giovanile non impedisce, e anzi probabilmente induce una spinta verso il “self-employment”.
D’altra parte, sembrano infondate le polemiche che spesso vengono mosse contro le presunte difficoltà ad aprire una impresa.
In Italia non è affatto difficile aprire una impresa; è difficile trovare un mercato che offra prospettive promettenti. E indubbiamente, anche perché spinti dalla necessità, molte persone affrontano la scelta imprenditoriale senza la dovuta preparazione.
La ricerca Coldiretti è interessante anche per indicare i settori preferiti dai giovani: in primis l’ampio contenitore del commercio (11 mila nuove aperture nei primi 9 mesi del 2016), l’agricoltura, le costruzioni specializzate, la ristorazione, i servizi alle persone.
La Coldiretti ha una particolare autorevolezza in ambito agricolo. La sua indagine mostra che molti dei giovani agricoltori sono di prima generazione e si indirizzano spesso verso colture innovative. Il 50% è dotato di laurea, il 57% ha fatto innovazione nell’ultimo anno, il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% è soddisfatto di essere entrato in agricoltura.

Finanziare i propri progetti attraverso il Crowdfunding

Il CROWDFUNDING è un fenomeno molto recente e si basa su una idea semplice: che una “folla” (crowd) di piccoli finanziatori possa sostenere i nuovi progetti, evitando il ricorso alle banche.
Il laboratorio serve a individuare i possibili canali e a mettere a fuoco le modalità per accedere concretamente ai fondi di Crowdfunding disponibili.
Esistono varie forme di Crowdfunding. In Italia, alcune si stanno diffondendo molto velocemente. Altre muovono ancora i primi passi. Esiste poi, in alcuni casi, la possibilità di raccogliere fondi attraverso piattaforme operanti in altri paesi.
Di questo parleremo venerdì nel LABORATORIO DI IMPRENDITORIALITA’ di Genesis.

PER SAPERNE DI PIU:
http://bit.ly/crowdfundingeventbrite

Investire su nuovi progetti d’impresa

Puntualmente dal 2002 il Center for Venture Research della New Hampshire University ha pubblicato il suo rapporto annuale (2015) sui Business Angels negli USA (The Angel Investor Market in 2015: a Buyers’ Market).
Nel 2015 i Business Angels statunitensi sono stati 304.930 individui, che hanno finanziato 71.110 progetti, relativi a imprese in fase di start o di primo sviluppo (early stage).
I dati sono stati di assoluto rilievo, con un valore dei progetti pari a 24,6 miliardi. Il valore medio dei progetti è stato di 337.505 Dollari, mentre l’investimento di ogni Angel è stato mediamente di 78.707 Dollari.
I progetti hanno riguardato soprattutto alcuni settori: i dispositivi e i servizi medici (16%), le Biotecnologie (13%), l’industria/energia (11%), la vendita al dettaglio (10.6%), e i Media (9%).
I progetti selezionati per il finanziamento sono stati il 18% di quelli presentati; questo significa che questi ultimi sono stati 395 mila, cioè 1 ogni 810 abitanti.
Non male!

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Ryanair: un affare solo per la Boeing?

Chi analizza l’economia alla ricerca di informazioni che segnalino tendenze espansive in settori e nicchie di mercato, è stato senz’altro colpito dall’annuncio delle nuove rotte della Ryanair annunciate nei giorni scorsi niente meno che in una conferenza con il ministro dei trasporti Del Rio.
La scelta di basare in Italia 44 nuove rotte è conseguente alla decisione del governo italiano di cancellare il previsto aumento delle tasse aeroportuali (2,5 euro a passeggero). Poiché Ryanair movimenta annualmente 35 milioni di passeggeri in Italia, il risparmio annuale per lei (e il minor gettito per il fisco italiano) è di 87,5 milioni di Euro ogni anno.
L’investimento annunciato per attivare le nuove rotte è di 1 miliardo di Euro (dal 2017): questo sarebbe l’esempio di come l’economia italiana, oggi ferma, potrebbe ripartire.
Qualche dubbio viene però ricostruendo il modo in cui questo miliardo verrà probabilmente speso: soprattutto per acquistare i 10 nuovi aerei, stimabile in 850 milioni di Euro.
Ryanair usa solamente aeromobili 737 dell’americana Boeing. Ciò a differenza delle concorrenti low cost europee (Easyjet, Vueling ed Eurowings) che invece impiegano esclusivamente o prevalentemente aerei dell’europea Airbus, che vengono costruiti tra Tolosa e Amburgo, con propaggini di subfornitura anche in Italia.
Anche la ex compagnia di bandiera Alitalia (ora Etihad) utilizza in larga misura aerei della europea Airbus.
L’affare Ryanair sembrerebbe quindi soprattutto un affare per la Boeing, un po’ meno per i contribuenti italiani e anche per le altre compagnie concorrenti (quelle che utilizzano Airbus), che probabilmente perderanno quote di mercato.
Ciò non toglie che 10 aerei in più significhino anche manutenzione e servizi a terra in più, pagati alle tariffe Ryanair. Non possiamo lamentarci.

Opportunità Brexit

E se la Brexit, tanto temuta, fosse una opportunità per l’Italia? Che il primo ministro David Cameron non fosse un politico particolarmente perspicace lo si era capito da tempo, ma che potesse testardamente volere un referendum sull’Europa per vincerlo, e poi finisse per perderlo, direi che è il degno coronamento della sua carriera.
Già a caldo molti britannici si sono accorti di avere fatto un autogol. L’Unione Europea aveva dato molto al Regno unito, in termini di finanziamenti, prodotti, manodopera a buon mercato. Ricordiamo che dopo la disastrosa “cura Thatcher” il Regno Unito è diventato un paese che ha affossato interi settori industriali, ha poche imprese competitive e intere zone deindustrializzate.
I servizi che avevano in parte compensato il crollo dell’industria, dai servizi finanziari alle assicurazioni, dalla consulenza ai corsi di lingue, prosperavano in gran parte grazie alla clientela della UE. Alzando barriere doganali e introducendo permessi di soggiorno quanti di questi servizi subiranno delle conseguenze negative?
Quanto a lungo resisterà l’inglese come lingua internazionale, una volta che probabilmente non rientrerà fra le lingue ufficiali della UE?
Quest’ultima perdendo il Regno Unito perderà certamente un mercato importante, ma finalmente non dovrà fare più i conti con un paese che ha sempre cercato di ostacolare l’Unione, prima non aderendo (fino al 1973 tentò di dare via all’EFTA, una organizzazione alternativa), poi facendolo ma intralciando le decisioni comuni, spesso su mandato degli USA. Ogni proposta in senso federalista è stata osteggiata da Londra, mentre costante è stata la spinta a intraprendere nuove guerre, da fare però con esercizi nazionali, senza che mai potesse progredire l’idea di una difesa comune europea.
Tra le abili operazioni opportunistiche del Regno Unito vi è senz’altro anche quella di attrarre con la bassa tassazione imprese europee (fra queste Fiat), quindi sottraendo gettito importante agli altri paese. Ora localizzarsi nel Regno Unito potrà anche essere conveniente, ma significherà isolarsi commercialmente dall’Europa che conta.
Ha ragione chi nel Regno Unito confida (come i sindacati) che il nuovo isolamento possa stimolare la rinascita di imprese e di occupazione in settori deindustrializzati, dall’abbigliamento alla meccanica all’alimentare.
Nella nostra parte di mondo potrebbero ricevere un impulso attività imprenditoriali capaci di sostituire iniziative britanniche: dalle compagnie aeree low cost ai siti di e-commerce, dalle start up tecnologiche ai fondi di crowdfunding e venture capital.

Avanti, oltre Google Glass

Il progetto dei Google Glass, come noto, si è concluso con un fiasco. Il mercato dei consumatori disposti a spendere cifre significative per montare occhiali capaci di integrare la visione di oggetti reali, con elementi virtuali si è rivelato così ristretto da non ripagare, non solo gli enormi costi di ricerca, quanto persino i costi di distribuzione.
Il sasso tecnologico però era lanciato, e con maggiore sagacia commerciale, altre imprese hanno capito le potenzialità di uno strumento come gli occhiali a realtà aumentata, questa volta però non rivolti al mercato di massa, ma a mercati iper-specializzati.
In fondo Google, come tanti player americani (come Microsoft e Facebook), è fortissima nei mercati di massa, ma molto più debole nei mercati specializzati su nicchie settoriali, dove speso imprese europee e giapponesi sono nettamente superiori.
Così ad esempio la tedesca Siemens ha sviluppato degli Smartglass da fare indossare ai tecnici della manutenzione di linee elettriche e delle cabine ad alta tensione: nell’occhiale scorrono informazioni sulle operazioni tecniche da compiere passo dopo passo, per non correre rischi ed essere precisi ed efficienti.
Le giapponesi Epson, Toshiba, Sony e Fujitsu, ma anche la francese Schneider Electric sono impegnate su sentieri analoghi.
L’occhiale intelligente può contenere anche montare sistemi di geolocalizzazione e anche software per la decodificazione di immagini.
Quindi l’occhiale intelligente non è più strumento di svago, ma potrebbe diventare un mezzo di lavoro altamente specializzato, nella fabbrica del futuro (la cosiddetta “Fabbrica 4.0): un progresso salutare.

Le visioni di Zuckerberg

Mark Zuckerberg, il giovane imprenditore di Facebook, ha rilasciato una interessante intervista (La Repubblica, 29 febbraio) in cui delinea una nuova possibile rivoluzione informatica.
“Se pensiamo a come era Internet 10 anni fa, la gente condivideva e utilizzava per lo più testi. Attualmente moltissime foto. Io credo che il prossimo passo saranno i video (…) Si vorrà trasmettere dal vivo, in streaming, quello che sta facendo, si faranno interagire le persone in questo modo. Credo che quello dei video sia un megatrend, quasi come la telefonia mobile”.
Questo grazie anche all’aumento di potenza dei computer, sempre più piccoli e performanti. Ci vorrà qualche anno di tempo, come fu per gli smartphone, passati dal primo Blackberry del 2003 al miliardo di dispositivi del 2013”.
Grandi applicazioni ci saranno nella formazione, con simulazioni in realtà virtuale che sostituiranno la tradizionale modalità di approccio.
Se queste intuizioni di Zuckerberg sono fondate, quante opportunità di saranno per nuove imprese?