Mese: novembre 2014

Opportunità di Job Creation ambientale

Gli Stati Generali della Green Economy, composti da 67 organizzazioni di imprese, riuniti a Rimini alla fiera Ecomondo (5-6 novembre) hanno reso noto un interessante scenario.
Sono 10 i filoni che possono fare crescere la Green Economy e le sue opportunità occupazionali.
1. Lo sviluppo di città intelligenti (Smart City), anche grazie a campagne di informazione a favore di stili vita e consumo sostenibile.
2. La gestione dei rifiuti vista non solo come una materie di igiene pubblica, ma come fonte di approvvigionamento di “materie prime seconde” e di produzione di energia.
3. Rifiuti e riciclo. Incentivi per l’avvio del riciclo e recupero energetico dei rifiuti, invece dell’avvio in discarica. Obbligo di Acquisti verdi della Pubblica amministrazione (Green Public Procurement, GPP), e obblighi di recupero, riciclo e acquisto di materiale riciclato. Adozione di strumenti di valutazione ed analisi degli aspetti ambientali per categoria di prodotti, utilizzando gli approcci tecnici (e i relativi esperti) life cycle assessment (LCA) and life cycle costing (LCC). Favorire la diffusione di etichette conformi agli standard internazionali (ad esempio le norme UNI EN ISO 14020 e 14021), con verifiche condotte da enti terzi accreditati. Questo per rendere più semplice la comparazione tra vari prodotti da parte delle stazioni appaltanti.

4. Efficienza e risparmio energetico. Lancio di un grande piano di riqualificazione degli edifici con elevate dispersioni termiche, sul modello del Green Deal britannico, che dovrebbe creare almeno 100.000 nuovi posti di lavoro. Inoltre, allargamento dell’obbligo di riqualificazione al 3% di tutta l’edilizia pubblica. Agevolazione dell’impiego di alcune elettrotecnologie per l’industria, di pompe di calore ad alta efficienza e di veicoli elettrici. Incentivi alle PMI per il finanziamento di Audit volti ad individuare sprechi energetici. Nel settore pubblico (es. scuole) promozione dell’ applicazione dei Contratti di servizio energia.

5. Promozione delle fonti energetiche rinnovabili, per farle arrivare al 30-40% del fabbisogno energetico nazionale, anche grazie a un programma per la graduale dismissione delle centrali termoelettriche più inquinanti.
6. Tutela e valorizzazione degli ecosistemi, con limitazione del consumo di suolo non urbanizzato e aumento di quello destinato alla naturalità diffusa. Adozione di misure per il risanamento, la bonifica e il recupero di aree già industrializzate e/o urbanizzate. Sviluppo delle bonifiche e recupero dei siti contaminati. Attività di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa del suolo intese come occasione mirata di sviluppo dell’occupazione, specie giovanile.

7. Mobilità sostenibile, con recepimento della Direttiva Eurovignette III, per l’introduzione di un sistema di pedaggio stradale differenziato in relazione alle emissioni specifiche dei veicoli.
Sviluppo di reti per la mobilità ciclistica, di reti ITS (Intelligent Transportation System), di reti dedicate e/o protette per sistemi di trasporto pubblico urbano.
Programma e finanziamento per la sostituzione e/o la trasformazione degli autobus di età superiore ai 15 anni con mezzi a basse emissioni.

8. Sviluppo di filiere agricole a qualità ecologica, con incentivi agli investimenti degli imprenditori in attività che favoriscano produzioni biologiche e di filiera corta, attraverso la promozione dei distretti rurali e agroalimentari.

9. Finanza e credito. Obbligo di pubblicazione di indicatori ESG (environmental, social and governance – ambientali, sociali e di governo societario) come parte dei bilanci aziendali, per promuovere l’utilizzo di tali informazioni da parte dei mercati finanziari.
Creazione di un Fondo per fornire garanzie al sistema bancario nell’ambito dei finanziamenti alla green economy. Sperimentazione di strumenti finanziari innovativi (come i project bond, i social impact bond o altri meccanismi basati sui principi di “payment by results” o di crowdfunding).

10. Tutela e valorizzazione del territorio da parte degli enti locali, con investimenti per la manutenzione, la tutela e la messa in sicurezza del territorio a partire dalla sicurezza sismica di scuole ed ospedali sino ad arrivare all’idraulica. Rigenerazione di aree urbane e aree industriali dismesse. Tutela del paesaggio, di aree naturalistiche, risorse idriche e patrimonio forestale. Impegno per un elevato riutilizzo delle acque reflue depurate, associate a tecnologie che riducono le quantità di acqua impiegata per irrigare. Adozione di soluzioni impiantistiche e di processo che nei depuratori comportano una ridotta produzione di fanghi ed incremento della produzione energetica (idrolisi termica a monte degli esistenti impianti di digestione anaerobica).
Recupero di energia termica dall’acqua depurata con ausilio di pompe di calore accoppiate con cogeneratore (teleriscaldamento o tele raffreddamento).

La stupidaggine della settimana: “Il lavoro fisso non esiste più!”

In attesa di essere governati da geniali intrattenitori come Fiorello, Crozza o Bisio, capaci di ballare, cantare e inventare simpatiche gag, gli italiani continuano da 20 anni ad essere governati da intrattenitori di serie B.
Nel buio di idee della stazione Leopolda di Firenze (intitolata all’ultimo principe dittatore del Granducato di Toscana, cacciato dal popolo nel 1859), le battute sibilano veloci e pungenti come nei film di Pieraccioni, ma anziché stimolare il pensiero creativo risultano spesso rozze e vagamente stupide. L’ultima, a cui vogliamo dedicare questo articolo, è “il lavoro fisso non esiste più”.
Colossale stupidaggine, visto che in Italia su 22,89 milioni circa di occupati; 14,8 sono dipendenti fissi; 2,37 milioni dipendenti a termine; 0,43 milioni sono collaboratori e 5,25 milioni sono imprenditori.
Quindi i dipendenti fissi sono l’86,2% dell’occupazione dipendente e il 64,8% dell’occupazione complessiva.
Non c’è da stupirsi. Nessuna economia occidentale, nessun settore, nessuna impresa può basarsi su un lavoro precario e instabile. Come potrebbe funzionare un ospedale senza medici e infermieri fissi, che non si conoscono e non sono abituati a lavorare insieme da molto tempo?
Lo stesso vale per una industria (dalla Ferrari a una grande industria chimica), una grande banca, una scuola. Senza una base forte di lavoratori fissi, ben qualificati e organizzati, non è possibile produrre in modo efficiente e con una elevata qualità.
A volte chi racconta il contrario cita la statistica secondo cui i nuovi contratti sono per il 90% precari. E’ vero, ma qui risalta l’ignoranza di chi usa questi numeri. Nel conteggio dei nuovi contratti entrano anche quelli che durano pochi giorni, settimane o mesi. E’ evidente allora che se su 10 nuovi contratti 1 è a tempo indeterminato, questo contratto in termini lavoro futuro conta più di tutti gli altri 9 contratti messi insieme. Un’assunzione a tempo indeterminato può infatti valere 30 anni, i 9 contratti precari sommati fra loro possono valere molto di meno, ad esempio 3 anni.
Rispetto agli altri paesi europei di punta l’Italia ha troppo poco lavoro stabile e invece troppo lavoro precario. L’Italia, può sembrare strano, ha pochi dipendenti pubblici rispetto a Francia e Germania In Italia (Eurostat 2013) il valore aggiunto del settore pubblico è pari solo al 16,8%, in Germania del 18,4%, in Gran Bretagna del 19,4% e in Francia addirittura del 22,9%.
Questo perché la nostra pubblica amministrazione non assume da tempo e si affida a contratti precari o appalti da fame affidati a ditte esterne.
Questo non toglie che il moderno lavoro dipendente richieda flessibilità e intraprendenza (lavoro fisso non significa lavoro fossilizzato), né che una quota importante e crescente dell’economia debba essere svolta da piccole e nuove imprese.
Il lavoro autonomo deve però essere svolto da chi ha maturato un adeguato percorso professionale, spesso come dipendente, e sceglie di mettersi in proprio, per realizzare le sue idee, e non perché mandato allo sbaraglio in quanto costretto dalla mancanza di ogni altra possibilità di impiego.
L’Italia ha una quota di lavoro precario troppo elevata e il problema oggi non è quello di estendere quest’area, ma di riassorbirla, sostenendo come si deve chi vuole mettersi in proprio in modo convinto, e avviando a un lavoro dipendente qualificato e tutelato chi non è pronto o non è interessato a questo passo, molto impegnativo.