Politica economica

Un dibattito con Cottarelli

Carlo Cottarelli è uno dei personaggi del momento. Il suo recente libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018) è un testo stimolante, che si presta a diversi piani di lettura.

Ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale, quindi di casa nel mondo dei cosiddetti “poteri forti”,  per alcuni giorni presidente del Consiglio “in pectore”, Cottarelli individua i 7 “peccati capitali” della economia italiana. Lo fa partendo da quattro temi che ha avuto modo di conoscere molto da vicino in quanto Commissario alla revisione della spesa: evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia, lentezza della giustizia.

Ognuno dei capitoli dedicati a questi primi “peccati” è ricco di dati e di spunti, che è sempre utile ripassare. Sul fisco alcuni dati sono noti  (1 Euro su 4 sono evasi; Italia fra i primi paesi europei  per evasione), ma incerte le strategie possibili. L’autore sembra puntare sulla fatturazione elettronica, sulla riduzione dell’uso del contante, sulla tassazione della prima casa, dove l’evasione sarebbe molto difficile.

Sulla corruzione Cottarelli rimarca gli effetti distorsivi di questo fenomeno sulla economia, ma ammette anche la difficoltà di quantificare il fenomeno, smentendo certe stime giornalistiche e politiche. Riporta anche alcuni tentativi di contrastare il fenomeno, dalla rotazione degli incarichi del ministro Madia, all’ANAC di Cantone, su cui riporta il giudizio autorevole di Sabino Cassese come un ulteriore livello di burocrazia e di appesantimento (anche nei costi) del processo amministrativo.

Sul terzo “peccato”, l’eccesso di burocrazia, Cottarelli denuncia l’eccesso di regole, adempimenti, contenziosi, che contribuiscono anche a tenere lontani gli investitori esteri dal nostro paese. Non è chiaro se in questo eccesso di regole vi siano anche quelle partorire dall’ANAC.

Sul quarto “peccato”, la giustizia troppo lenta, Cottarelli evidenzia le differenze nord-sud, ed elogia alcuni provvedimenti recenti (governo Monti), quale la eliminazione dei piccoli tribunali.

Terminato il suo viaggio nei peccati della nostra Pubblica Amministrazione, Cottarelli affronta tre grandi temi di scenario: il crollo demografico, il rapporto nord-sud e il rapporto con l’Euro.

Sulla demografia, che minaccia il futuro del paese (mi è sembrato però eccessivo il riferimento dell’autore all’Impero romano, imploso secondo alcuni studiosi proprio per il crollo demografico, e quindi travolto e schiacciato dalle invasioni germaniche), Cottarelli sostiene giustamente che le soluzioni opportune sarebbero le politiche di conciliazione tra lavoro e figli (come quelle messe in atto con successo in Svezia) e non i “bonus bebè” estemporanei, oppure su un altro piano, i flussi disordinati di immigrazione dall’Africa, che l’autore ritiene debbano essere assolutamente interrotti.

Sul divario Nord-Sud, Cottarelli ricostruisce le grandi differenze di reddito e di produttività createsi nel tempo, e la diversità nel “capitale sociale” tra le due parti del paese, cui non si potrebbe rispondere semplicemente con un aumento degli investimenti pubblici, come sostiene da tempo l’istituto per lo sviluppo del Mezzogiorno (Svimez).

Infine l’Euro. A giudizio di Cottarelli è inutile pensare a una Italexit (concetto che sempre più circola nella stampa internazionale), che sarebbe dolorosissimo, con inflazione, svalutazione dei salari e rischio di fallimento dello Stato. Per beneficiare dell’Euro e “vivere bene”, l’Italia deve cambiare. Stando dentro l’Euro è inutile illudersi di rilanciare la crescita mediante i consumi, mediante investimenti pubblici o con iniziazioni di liquidità: l’unico modello possibile è quello di una crescita trainata dall’export.

Fin qui il libro. La sua presentazione, come quella che mi è stata affidata nei giorni scorsi dalla Libreria Feltrinelli di Ravenna, è solitamente  l’occasione per dialogare con l’autore, conoscerlo da vicino, discuterne le tesi, coinvolgendo anche il pubblico, accorso abbastanza numeroso (quasi 100 persone). E’ una bella occasione di crescita anche per l’autore, almeno così mi sembra quando mi capita di presentare un mio libro.

A tale proposito mi sono sentito di proporre alla discussione del pubblico tre tesi critiche.

La prima riguarda proprio le esportazioni: realisticamente (come invece sostiene Cottarelli), l’Italia può pensare di rilanciare l’economia puntando soltanto sulle esportazioni, con una domanda interna per consumi e investimenti stagnante o in regresso?

Esiste un solo paese europeo, che ha un surplus commerciale (esportazioni meno importazioni) tale da trainare l’intera economia: la Germania, che nel solo 2017 ha avuto un surplus pari al 9% del PIL. Grazie a questo avanzo è possibile fare a meno della spinta della spesa pubblica, dei consumi e degli investimenti.

E’ molto difficile che l’Italia possa fare come la Germania. L’Italia, che è pure un paese con un importante surplus commerciale, è ben lontana dai tedeschi. La Germania con un PIL doppio dell’Italia ha un surplus commerciale 6 volte superiore. Rispetto al PIL l’Italia è al 2,6%. Un dato importante, ma non tale da trainare l’intera economia, che soffre di tagli di spesa pubblica, e della stagnazione di consumi e investimenti. Peraltro, a causa delle nuove politiche protezionistiche di Trump, anche il surplus tedesco è destinato probabilmente a ridursi (Chi di troppo export ferisce…).

La tesi di Cottarelli è palesemente contraddittoria. Per esportare di più occorre una economia molto dinamica, e come fa ad esserlo un paese che perde ogni giorni aziende di punta, non investe sulla ricerca, abbassa continuamente i salari, non investe sulle infrastrutture, non ha politiche industriali, ha una produttività stagnante?

Né nel libro di Cottarelli vi sono indicazioni su possibili politiche in tal senso, in quanto l’ottica è tutta sulla pubblica amministrazione e non sul sistema produttivo. E’ qui, invece, che andrebbero fondamentali “peccati” dell’economia italiana.

La ripresa italiana deve puntare in gran parte sulla domanda interna, su una crescita dei consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, con una modifica di quei parametri di Maastricht che costituiscono un vincolo insostenibile. Parametri invece “sacri” (per usare un altro termine morale, dopo quello di “peccato”) e inviolabili per l’autore.

La seconda critica riguardava l’origine politica di quelle regole. Come si fa a non vedere, che le regole che di fatto impediscono l’uso della spesa pubblica sono state costruite a beneficio del solo paese, la Germania, che può basare la crescita sulle sole esportazioni?

Il passaggio sulla Germania (parola quasi assente nel libro) era stato da me sollecitato, in quanto ho sostenuto la mia (solita) tesi secondo cui l’ordine geopolitico dell’Eurozona prevede una serie di regole (tra cui i famigerati parametri di Maastricht) che sono state costruite per creare un rapporto centro-periferia in cui i “Peripherielaender”, dove il simpatico Wolfgang Schauble aveva l’onestà intellettuale di relegarci, devono svolgere la duplice funzione di fornitore di manufatti a basso costo per la Germania, da un lato, e di filtro per le risorse umane, incanalando verso Berlino quelle ad alto valore (medici siriani, ingegneri italiani, ecc.) e trattenendo invece presso di sé gli altri, in primo luogo la massa dei profughi africani, giovani ma spesso assolutamente privi di competenze tecniche.

Tema complesso, certo non  esauribile nella piccata risposta dell’autore  “Dobbiamo smetterla di dare tutte le colpe alla Germania!”, completata da un beneaugurante  giudizio morale:“I tedeschi non sono cattivi!”.

La terza critica che ho mosso riguardava un punto che ritengo molto importante del libro di Cottarelli, quello relativo al cosiddetto “capitale sociale”, cioè quell’insieme di legami che tengono insieme una comunità e che stimolano i cittadini a comportamenti corretti.

E’ giusto sostenere come fa Cottarelli che il capitale sociale è importante per lo sviluppo, e la letteratura sociologica ne parla fin dagli anni ’70, però qui siamo di fronte a una palese contraddizione come nel caso delle esportazioni.

Sarebbe bello trainare l’economia con le esportazioni, ma ciò è possibile? Allo stesso tempo sarebbe bello avere un capitale sociale in crescita, ma come è possibile se le politiche di austerità perorate da Cottarelli (come in precedenza da Monti o da Giavazzi, il teorico della mitica “austerità espansiva”) sono una causa fondamentale di distruzione del capitale sociale?

Qui non ho potuto fare a meno di citare l’esperienza di studio della economia e della società locale, anche in un microcosmo (però non così diverso da altri) come quello di Ravenna.

A causa delle politiche di austerità negli ultimi 20 anni il capitale sociale si è vistosamente degradato. Tali politiche hanno portato a continui tagli di spesa, inasprimenti fiscali, visioni di breve e brevissimo periodo (si ha l’impressione spesso che gli amministratori non conoscano più la realtà sociale), salari sempre più bassi, appalti al massimo ribasso, frustrazione del personale, deterioramento delle infrastrutture, microcriminalità molto intraprendente in negozi e appartamenti, sanità al collasso, scuola abbandonata a se stesse, e persino comportamenti “canaglia” delle amministrazioni locali (con autovelox piazzati appositamente per taglieggiare il cittadino più che per prevenire gli incidenti, per fare un esempio noto ai più).

Un cittadino intervenuto nel dibattito ha gustosamente fatto notare (con una splendida espressione dialettale, che evito di citare) che anche la burocrazia è conseguenza dell’economia, perché più c’è burocrazia e “più si lavora” (uffici, professionisti, avvocati, ecc.). Un modo diverso, e più spiritoso del mio, di dire che un contesto economico stagnante è molto difficile e astratto auspicare una diminuzione dei “moduli” da compilare, come ama dire Cottarelli nel libro.

Che fiducia può avere oggi un cittadino nella pubblica amministrazione, e quindi anche nella politica locale? Può sentire ancora le amministrazioni come dei soggetti “amici”? C’è da stupirsi se nelle urne i cittadini mandano il messaggio di essere molto molto arrabbiati?

Lo stesso modo in cui si guarda, e lo stesso Cottarelli guarda alla PA segnala una visione arretrata e punitiva delle risorse umane, fondamentale capitale sociale di ogni economia. Mi riferisco all’ex ministro Marianna Madia che pensava di migliorare l’efficienza della PA con la rotazione degli incarichi dei dirigenti e con la figura del dipendente-delatore che denunciava i colleghi inadempienti, (come spesso accade, quando si vuole nobilitare un concetto si ricorre alla lingua inglese, in questo caso parlando di “whistleblowing”; un cittadino presente ha ironicamente chiosato: “Se tutti sono impegnati a soffiare in un fischietto, chi lavora?”), misura ovviamente rivelatasi inefficace.

Chi pensa di affrontare le crisi col solo strumento dei tagli ignora che qualunque azienda funziona bene se il personale è motivato e specializzato (altro che rotazione degli incarichi spostando un dirigente dall’urbanistica ai servizi sociali, ad esempio, quindi generando e moltiplicando l’ incompetenza), e non quando è represso, guardato con sospetto o umiliato (indimenticabili furono i tornelli dell’ex ministro Brunetta).

La politica dell’austerità, che  da anni ci costringe a sforzi che altro non fanno che aumentare il debito, ci ha completamente fatto dimenticare le prospettive della crescita e della piena occupazione. Un paese cresce non tagliando le spese, e debilitandosi nelle sue capacità produttive, ma investendo. Una Italia tenacemente aggrappata ai risparmi, che dimentica gli obiettivi di sviluppo, non può costruire il futuro e alla fine neppure ripagare i debiti alle grandi banche internazionali.

In conclusione: quella di Ravenna è stata una discussione molto utile, per mettere a fuoco temi e dilemmi che continueranno a tormentarci anche nei prossimi anni. Conoscere e dialogare con gli interlocutori è molto importante, specie se si tratta di persone come Carlo Cottarelli che pur avendo un background tecnico nutrono evidenti e legittime ambizioni politiche (come fu per Mario Monti) e potrebbero essere nuovamente chiamate a ricoprire dei ruoli istituzionali di primo piano.

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L’approccio patrimonialista del discorso di Mattarella

L’importante e grave discorso del Presidente Mattarella agli italiani, subito dopo il fallimento della ipotesi di un governo guidato dal prof. Conte è sintomatico del pensiero economico e politico che guida i piani alti delle istituzioni italiani.

Il rifiuto di nominare ministro dell’economia il prof.Savona, a causa dei problemi che questi avrebbe potuto sollevare nella Eurozona e negli equilibri con la Germania, è stato mosso dalla unica preoccupazione di non “allarmare gli investitori e i risparmiatori investitori italiani e stranieri che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende”.

Un aumento dello spread, ha detto Mattarella, potrebbe infatti ridurre lo spazio “per interventi sociali”.

E ha con forza ricordato che la sua presa posizione deriva dalle prerogative che la Costituzione conferisce al Presidente.

In verità, la nostra Costituzione pone all’art.1, come priorità e indicazione primaria anche per i Presidenti della Repubblica, quella del Lavoro (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”), concetto però completamente assente nel discorso di Mattarella.

L’Italia oggi è un paese fermo, che ha bisogno assoluto di Lavoro, cioè di creazione di nuova ricchezza. La difesa del risparmio e degli investimenti finanziari degli operatori stranieri è certo importante, ma non prioritaria. Questa difesa interessa i ceti più benestanti, e i grandi investitori, cioè chi possiede grandi dotazioni finanziarie, non la grande massa dei cittadini.

Anche questi cittadini hanno diritto ad accumulare risparmi, ma ciò può avvenire solo risolvendo i loro problemi di lavoro. Il risparmio nasce dal lavoro, non viceversa.

Abbiamo assistito quindi a un discorso di strenua difesa della ricchezza già accumulata, e non delle opportunità di creazione di nuova occupazione.

Peraltro (forse è una sensazione solo mia), con il forte sospetto che l’interlocutore più importante del discorso fosse costituito dai grandi investitori internazionali, che detengono circa un terzo del nostro debito (i 2/3 sono in mani italiane) e sono molto abili, come dimostrato in passato, nel tessere trame speculative contro i paesi in difficoltà.

Lasciamo tutto così com’è, anche un Euro che non funziona (per l’Italia), per difendere i grandi investitori. Evitiamo di pensare, dice implicitamente Mattarella, a una riforma dell’Euro, che solo con una “rottamazione” dei parametri di Maastricht potrebbe invece tirare fuori l’Italia (e altri paesi) da una stagnazione in cui diventa impossibile qualunque politica di sano rilancio keynesiano dei consumi e degli investimenti.

Ho l’impressione che l’approccio patrimonialista del Presidente (una volta la destra conservatrice difendeva i latifondisti agrari, oggi i grandi patrimoni finanziari) non piacerà molto a una popolazione che con il voto ha mandato segnali chiari di essere molto arrabbiata, soprattutto per le condizioni in cui versa da alcuni anni il mondo del lavoro.

Italia Argentina un confronto ingiusto

L’avvicinarsi di un governo meno allineato alla finanza internazionale, ha sollevato un fuoco di sbarramento mediatico in cui è riemerso spesso il raffronto tra Italia e Argentina. Ha iniziato l’opinionista del Corriere della Sera Federico Fubini: «L’Argentina è in difficoltà, meno male che noi siamo nell’Euro altrimenti lo saremmo anche noi».

Hanno risposto a muso duro gli economisti della Lega Borghi e Bagnai, sostenendo che proprio l’Euro è invece la causa della crisi italiana.  “Argentina e Italia sono Paesi profondamente diversi. In Argentina il settore agricolo pesa il quadruplo rispetto all’Italia, e questo incide sulla composizione dell’export, che in Italia è composto per l’84% da prodotti manifatturieri, mentre in Argentina solo per il 31%.”

In agricoltura, affermano i due leghisti, la domanda di materie prime (quelle che l’Argentina esporta) è rigida (se il prezzo la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli), mentre nel manifatturiero (settore in cui l’Italia esporta), la domanda dei prodotti è elastica al prezzo, e a questo punto quale valuta si adotti e come la si gestisca diventa rilevante. Un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero.

Fin qui la schermaglia politica, tra i due esponenti del nuovo corso leghista e un esponente dell’establishment. Ricordiamo che Fubini ha affermato qualche giorno fa che una democrazia non deve rispondere soli ai cittadini-elettori, ma anche ad altri, ovviamente non a chi crea ricchezza, cioè lavoratori e imprese, ma ai “risparmiatori”, includendo nella categoria anche i grandi fondi speculativi che detengono parte del nostro debito di Stato.

Ma Italia e Argentina sono paesi veramente simili?

Indubbiamente, tra i due paesi ci sono affinità culturali, a partire dal fatto che gran parte degli argentini odierni sono di origini italiane (a partire dal campionissimo di calcio Lionel Messi, origini marchigiane), e che lo sono stati tanti uomini politici, primo fra tutti il più grande leader populista di tutti i tempi Juan Domingo Peron (origini venete). Il Tango, ballo tipico della zona portuale di Buenos Aires, era nato in un ambiente malavitoso fortemente segnato dalla presenza italiana, e ancora oggi in Italia la parola “tanghero” ha una forte connotazione negativa.

La miscela culturale argentina ricorda per molti versi quella della nostra Italia meridionale, con una religiosità superstiziosa, una vita “slow”, tanta inclinazione alla retorica e al romanticismo musicale e non (si pensi a Diego Armando Maradona, che solo a Napoli sarebbe potuto diventare un personaggio mitico, semi-divino). In fondo sia l’Argentina che il nostro Sud sono stati plasmati entrambi, nella storia, dalla dominazione spagnola: province periferiche e subalterne di un impero coloniale.

I cicli economici e politici argentini sono stati cicli brutali di arricchimento e dissipazione. Dall’Argentina paese fra i più ricchi al mondo a fine ‘800 a ripetuti default (1949, 1976)  fino all’ultimo drammatico del 2001 , dopo che l’Argentina si era ritenuta capace di agganciarsi al Dollaro (abolendo il Peso), fino al glorioso ciclo di ripresa post-svalutazione gestito dal leader neo-peronista Nestor Kirchner (morto prematuramente nel 2007) e poi più blandamente dalla consorte Cristina.

Individualismo, familismo (Evita, Isabelita, Cristina), razzie dei beni pubblici (il ministro Domingo Cavallo che scappa in elicottero), fiumi di esportazioni di capitali negli USA o nel vicino Uruguay (la “Svizzera” del Sud America), corruzione, personaggi pittoreschi che eccitano gli animi (pensiamo ancora a Maradona), ribellismo anarchico (spesso sfociante in terrorismo), inflazione, bestiali dittature che per qualche anno mantengono il consenso con la promessa di portare “ordine”, poi a loro volta depredano il paese, infilandolo in guerre disastrose come quella delle Malvinas/Falkland.

Questo paese perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, e del default finanziario, ricorda indubbiamente l’Italia, ma con tono amplificati, da quadro espressionista degli anni ’20.

Eppure l’Italia è ormai profondamente diversa, anche perché è in Europa e perché è un paese industriale. Legami con l’Europa e industrializzazione sono due aspetti profondamente legati. L’Italia è un paese industriale perché fin dall’800 ha potuto interagire da vicino con l’economia tedesca (si pensi alla chimica e alla meccanica), francese, in parte britannica e americana. L’Argentina è rimasta isolata in un territorio immenso, dominato economicamente dall’imperialismo “yanqui”, a tutto interessato fuorché allo sviluppo industriale dell’America Latina. Potenzialmente più democratica, perché fondata da masse di immigrati che fuggivano dalla miseria e dal feudalesimo delle campagne italiane, l’Argentina ha sviluppato invece con difficoltà una base democratica e dal punto di vista economico non ha mai visto nascere un ceto medio esteso e dinamico come quello italiano.

Nel dopoguerra l’Italia ha gestito sapientemente una riforma agraria (che il fascismo aveva soffocato, alleato com’era ai latifondisti), creando la base per consumi di massa, ma anche per atteggiamenti micro-imprenditoriali che si sarebbero ben presto trasferiti nell’artigianato e nel piccolo commercio. La robusta infrastrutturazione degli anni ’50 e ’60 (anche con l’aiuto del piano Marshall) ha creato squilibri e anche brutture ambientali, ma ha gettato anche le basi per una enorme crescita economica e culturale (alti tassi di scolarizzazione), che ebbe i suoi sbocchi politici nei movimenti di emancipazione del ’68 e seguenti.

Il ruolo dell’Europa, del Mercato Comune, e successivamente della CEE, è stato fondamentale, per farci partecipare (anche se spesso in modo subalterno) a un club di pochi paesi avanzati, che hanno abolito le barriere doganali, condiviso politiche, normative, mercati.

Regioni come l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, già culturalmente abbastanza omogenee al nord-Europa per la lunga storia di dominazioni e liberazioni da popoli gallici e germanici (Vandali, Ostrogoti, Longobardi e via andare) sono diventati pezzi pregiati di una Europa dinamica e pacificata, in presa diretta con l’Europa tramite l’asse del Brennero.

Però l’Italia non è solo Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, non ha solo 20 milioni di abitanti ma 60, è molto diversificata e complessa, non è addossata tutta alle Alpi, ma si prolunga per mille chilometri nel mare Mediterraneo.

Questo però è stato ignorato da chi ha deciso l’ulteriore salto di qualità della integrazione europea rappresentato dall’Euro, e poi da chi ha gestito le politiche della moneta comune.

 Cosa sa fare l’ Italia

Fa piacere leggere che l’impegno prioritario della politica economica italiana deve essere quello di premiare il coraggio e l’inventiva e fare nascere nuovi imprenditori. Specie se chi lo dice è Pierluigi Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, nel suo ultimo libro (Anna Giunta, Pierluigi Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Laterza, Roma, 2017).

A questa conclusione, gli autori arrivano dopo un’amara analisi della situazione economica italiana. Il nostro paese, affermano, ha avuto solo due periodi di grande sviluppo: la industrializzazione del periodo giolittiana (1898-1913) e il miracolo economico degli anni ’60.

Nel periodo 1898-1913 l’economia crebbe a una media annuale del 2,5%, furono fatte grandi opere pubbliche (dal traforo del Sempione nel 1906 alla costruzione del sistema idroelettrico), fu regolamentato il lavoro minorile, si innescò uno sviluppo industriale che ci rese quasi autosufficienti nella produzione di locomotive.

Nel miracolo economico la crescita media fu addirittura del 5%. In quel periodo vi fu una crescita esponenziale delle piccole e medie imprese, ci fu l’apertura del Mercato Comune Europeo, si svilupparono i distretti industriali.

Finito quel periodo, notano gli autori, l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e a impelagarsi in un groviglio di burocrazia, costi per le imprese, bassa legalità, tagli continui alla Università e alla ricerca, bassi livelli di concorrenza.

L’Italia così ha fallito una terza possibile fase di sviluppo, quella che in altri paesi è stata favorita dalle tecnologie ICT. In Italia non è nata nessuna Google o Microsoft, mentre le nuove tecnologie hanno avuto scarsa diffusione, generando una situazione di bassa produttività.

In una epoca di globalizzazione e di dispersione della produzione nelle CGV (Catene globali del valore), le piccole imprese, che erano state un fattore dinamico, diventano un freno, in quanto portatrici di tre caratteristiche negative: familismo, bassa produttività, e bassa innovazione.

Nella crisi 2008-14 si verifica il tracollo. Il PIL precipita dell’ 8,4%, mentre nonostante la crisi globale in Germania cresce del 4,1%. Il tasso di occupazione diminuisce del 5,1% (Germania +4,4%), la produttività media scende del 4,4% (Germania -0.3%).

Che fare, per risollevare le sorti di un sistema economico che continua ad avere una forte componente manifatturiera?

Semplificare l’ordinamento giuridico, migliorare il sistema della istruzione (investendo sulle scuole tecniche come le Fachhochschulen tedesche), favorire la ricerca e sviluppo, favorire la concorrenza.

Ma anche ridimensionare il peso delle banche “Le imprese nuove e innovative dovranno imparare a fare a meno del credito bancario, rivolgendosi ad altri intermediari o direttamente al mercato del risparmio” (p.203).

Affermazione singolare da parte del Direttore di Banca d’Italia, cioè di una istituzione che dovrebbe valorizzare e rendere più efficace il ruolo delle banche. Il sogno degli autori è che per le piccole imprese si spalanchino improvvise opportunità di finanziamento attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa.

Sarebbe bello che potesse andare così, ma i problemi sembrano più complessi. In quell’impietoso confronto tra le performance dell’Italia e della Germania c’è una lunga storia di errori di politica industriale, la vicenda mal gestita di una unificazione europea che ha progressivamente marginalizzato il nostro paese, l’adesione a una politica monetaria comune sulla base di regole sostanzialmente fissate a Berlino, la trasformazione del Mediterraneo da mare di scambi in mare di guerre e di profughi.

E’ irrealistico pensare che lo sviluppo delle piccole imprese del sud, ad esempio, possa avvenire attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa. Forse ci vuole qualcosa di più, purtroppo.

 

L’Italia disperata alla prova del voto: ma la risposta sta in Europa

La tornata elettorale del 4 marzo ha fornito lo spaccato di una Italia che può ben definirsi disperata: un elettorato del Nord irritato dal carico fiscale e dalla immigrazione mal gestita, molti cittadini del Sud attirati dal reddito di cittadinanza, per sopravvivere e pagare le bollette.

Le forze di centro-destra, rappresentanti di ceti benestanti conservatori (i “moderati” di Berlusconi), o di centro sinistra (ceto medio benestante di pensionati, impiegati e operai spcializzati) si sono sgonfiate e in alcuni casi liquefatte, perché la crisi ha falcidiato gli elettorati di riferimento.

Con la crisi, anche se una timida ripresa è in atto, emergono gli enormi problemi dello sviluppo italiano, che in gran parte sono riconducibili alle politiche europee. Senza modificare queste ultime, temo, non si risolverà nessun problema.

Quando nei trattati del 1992 si stabilì l’obiettivo della circolazione libera delle persone, dei capitali e delle merci, per creare un unico grande mercato unificato, e si fissarono regole che di fatto impediscono allo Stato nazionale di intervenire nell’economia oltre un livello minimo (il 3% del PIL), si è sancì la crisi delle aree più deboli, prima di tutto il Mezzogiorno.

In un libero mercato di vasi comunicanti le risorse finiscono per dirigersi verso i paesi economicamente più forti. Quindi ad esempio non c’è da stupirsi che tanti giovani di valore, disoccupati in Italia, convergano verso il nord Europa, dove le imprese assumono, e con salari elevati. Questa cosiddetta “fuga dei cervelli” non è che un effetto voluto da chi scrisse qulle regole.

Mentre  l’Italia si è sempre cullata in un ingenuo, retorico e ipocrita europeismo (ricordate Renzi con la Merkel e Hollande sulla Nave Garibaldi a visitare in pompa magna la tomba di Altiero Spinelli?), altri paesi pianificavano l’accentramento delle risorse, una riedizione di quello che Wolfgang Schauble ebbe la faccia tosta di chiamare “Sacro Romano Impero” (quindi una sorta di Quarto Reich).

Anche la precarizzazione del lavoro, con i giovani laureati italiani che pedalano a testa bassa nelle città per consegnare le pizze (agli ordini di caporali moderni), e i disoccupati del sud che devono fingere di essere stranieri per essere accettati dai caporali antichi per raccogliere pomodori a 15 Euro al giorno, è la conseguenza di una politica europea che continua a ripetere che i salari devono adeguarsi alla produttività. Peccato che quindi essendo il divario di produttività tra le aree ricche e quelle povere sempre più ampio, in quanto mancano assolutamente politiche volte al riequilibrio tra i territori.

L’Italia sempre più periferia d’Europa, e il Mezzogiorno una periferia della periferia.

Il Jobs Act è stato l’atto estremo di una politica volta a impedire che i più deboli riuscissero a proteggersi leggi e sindacati.

Il mercato deve funzionare liberamente! Ma qualche volte il popolo si arrabbia. Fare finta di niente è come quando i parigini chiedevano pane, e la regina Antonietta (poi finita male) disse che se avevano fino il pane potevano sempre mangiare delle brioches! (“S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”).

Il buon momento della economia europea, e in parte italiana

Trainata dall’imponente volume del suo export, l’economia tedesca sta in parte trascinando anche quella italiana, almeno in quelle regioni più collegate alla Mittel-Europa (emilia-Romagna, Lombardia, Veneto).

Il rimescolamento interno al continente, e la logica della più ampia mobilità dei capitali falcidiano il panorama industriale italiano (fuga di imprese come Embraco, verso non a caso la Slovacchia, cioè il centro Europa), ma anche opportunità per le imprese che sanno esportare.

L’Italia, ha lanciato un anno fa il “Piano Impresa 4.0”, puntando sul concetto (nato in Germania) di Industria 4.0.

Grazie agli incentivi, nel 2017 le imprese che hanno investito in ricerca e sviluppo sono più che raddoppiate (+104%, rispetto al 2016); gli ordinativi interni dei beni 4.0 incentivati da super e iper ammortamento e dalla Nuova Sabatini sono cresciuti dell’11%; il Fondo di Garanzia per le Pmi ha garantito 17,5 miliardi di crediti aggiuntivi.

Il Piano Impresa 4.0 nel 2018 prevede:

  • il rifinanziamento pari a 7,8 miliardi e la proroga dei termini dell’iperammortamento con aliquota al 250% fino al 31 dicembre 2019 e dei termini del super ammortamento con aliquota al 130% al 30 giugno 2019;
  • la Nuova Legge Sabatini per 330 milioni;
  • lo stanziamento di 823 milioni per il 2018 del Fondo di Garanzia che consentirà l’accesso delle Pmi a 20 miliardi di credito aggiuntivo;
  • l’istituzione del Fondo per il Capitale Immateriale con una dotazione di 255 milioni per finanziare progetti di ricerca e innovazione;
  • le azioni per il capitale umano e le competenze: credito di imposta al 40% per le aziende che investono in formazione dei lavoratori sulle tecnologie 4.0 con una stima di 250 milioni di incentivi.

Questi risultati, indubbiamente enfatizzati dato il periodo elettorale, dimostrano a mio avviso però che, dopo una lunga fase in cui ci si è aspettati ingenuamente dall’Europa una soluzione ai problemi italiani, ricevendone in cambio cinici inviti a “fare i compiti a casa”, la strada è quella di rafforzare la competitività mediante incisive politiche industriali.

Ben venga una spesa pubblica che può produrre effetti moltiplicativi sul reddito e sulla occupazione, e che in tale modo può contribuire a ridurre anche il debito pubblico. Quest’ultimo, nei lunghi anni di continui tagli della spesa, è non a caso nettamente peggiorato.

Con il berretto in mano

Ciò che mi colpisce, in questi giorni di drammatica emergenza migranti, è l’assoluta mancanza di qualunque riflessione sulle prospettive di lavoro e di vita che eventualmente l’Italia è in grado di offrire al “popolo dei barconi”.
La riflessione più profonda, l’ha fatta il presidente dell’INPS Boeri, che ha affermato “L’Italia ha bisogno di un numero crescente di immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”.
E’ evidente che il nostro sistema di protezione sociale è in sofferenza, per il restringimento della base occupazionale e quindi dei soggetti che versano contributi che dovrebbero finanziare il numero crescente di pensionati.
La salvezza del sistema dipende certamente dalla crescita dell’occupazione, e in particolare di quella a più di fascia medio-alta, per professionalità, reddito e quindi anche contributi versati.
Speriamo forse che queste figure possano venire dal “popolo dei barconi”? La Germania in questo senso è stata esplicita: porte aperte a chi viene dai paesi in guerra e dotati di qualificazioni professionali (come i medici siriani). Per gli altri, verifica della professionalità, percorsi di formazione e inserimento al lavoro, quando richiesto dalle aziende.
Esiste in Italia uno straccio di politica di questo tipo? Certamente no: il quadro reale è quello di Centri per l’Impiego ridimensionati, centri di formazione professionali con pochissimi fondi, politiche per l’avvio di imprese asfittiche. Questo mentre il tasso di disoccupazione italiano è all’12%, e non al 5% della Germania. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha proclamato ieri: “Vollbeschäftigung ist möglich”, cioè la piena occupazione è possibile.
E i risultati in Italia, del resto si vedono. Salvo rare eccezioni, ciò che in assenza di politiche l’Italia sa offrire ai migranti è un posto davanti a un supermercato o all’angolo della strada, con il berretto in mano a chiedere l’elemosina. Di notte, pochi dormitori e molte panchine. Per i più fortunati un lavoro bracciantile a pochi Euro al giorno, gestiti dal caporalato meridionale.
Un po’ poco, mi sembra. Siamo proprio sicuri che, al di là della retorica, stiamo effettivamente aiutando queste persone?

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Costi e importanza della buona politica

Ossessionati a partire da Tangentopoli (1992) dal problema dei “costi della politica”, gli Italiani hanno sottoscritto nello stesso anno il cosiddetto Trattato di Maastricht, che di fatto trasferisce le grandi scelte del nostro paese all’Europa, cioè ai paesi più forti, in primis la Germania.
Così facendo l’Italia ha indubbiamente ridotto i costi della politica, perché non ha più dovuto pensare, informarsi, approfondire la conoscenza dei problemi. La politica italiana si è trasformata in comunicazione e propaganda, in faziosità medievale, non in soluzione dei problemi. A livello internazionale i politici italiani si sono presentati con gag, vanagloria e pacche sulle spalle, ma senza strategie precise.
Bisogna essere consapevoli che i paesi forti, i quali hanno una politica robusta e molto attenta agli interessi nazionali, e mai perderebbero tempo in quisquilie quali i rimborsi spese dei loro politici, da 25 anni stanno amministrando il potere di decisione che l’Italia gli ha incautamente regalato, nel loro esclusivo interesse economico, non nel nostro.

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

Trump e Reagan, Brexit e Thatcher

Gli strappi convulsi che sono venuti negli ultime mesi dal Regno Unito (Brexit) e dagli Stati Uniti (elezione di Trump) rappresentano l’amara constatazione del fallimento delle politiche liberiste iniziate all’inizio degli anni ’80 con i governi di Margareth Thatcher e Ronald Reagan.
Il racconto di due paesi che si sarebbero potuti liberare dei loro problemi con una ventata di liberalizzazioni, con un tuffo nella globalizzazione e con l’abbandono della industria tradizionale a favore del terziario, ha prodotto problemi così gravi da imporre una drammatica marcia indietro.
Certo i due paesi sono diversi fra loro, ma tanti elementi li accomunano. Il Regno Unito della Thatcher smantellò l’industria siderurgica, quella meccanica, la cantieristica, il tessile-abbigliamento, con lo scopo politico di colpire a morte i sindacati e il partito laburista. Per lo sviluppo si puntò tutto sul terziario, soprattutto con Londra capitale mondiale della finanza. L’obiettivo è stato raggiunto, ma a livello macroeconomico la finanza può rendere ricchi paesi piccoli come il Lussemburgo o Singapore, ma è assolutamente insufficiente a farlo in un paese da 60 milioni di abitanti.
Chi ha votato per la Brexit non sono stati i finanzieri della City, la “il popolo dei pub”: i milioni di cittadini di regioni impoverite dalla deindustrializzazione, dalla mancanza di servizi, dalla disoccupazione di massa. L’Unione Europea è diventata il capro espiatorio di una profonda insoddisfazione verso governi che hanno lasciato morire l’economia reale e fatto prosperare soltanto la finanza globalizzata.
Per molti versi simile la parabola degli Stati Uniti, un paese però più grande, autosufficiente, aggressivo del Regno Unito. Anche qui alcuni obiettivi sono stati raggiunti: primato nell’informatica, nella finanza di Wall Street, nell’aerospazio, ma tutto ciò non basta a un paese di oltre 300 milioni di abitanti. Intere aree industrializzate (si pensi a Detroit), aree rurali impoverite, problemi sociali esplosivi in diverse metropoli hanno prodotto un rigetto verso la esponente dell’establishment ricco e legato alla finanza newyorchese: Hillary Clinton.
Il grezzo Trump, miliardario dell’edilizia (old economy), esprime la rabbia di milioni di americani prima appartenenti al ceto medio del “sogno americano” e ora impoveriti dalla crisi. Essi sperano che il protezionismo, cioè la negazione del libero mercato, possa proteggerli dalla concorrenza troppo forte degli asiatici e degli europei.
Regno Unito e Stati Uniti: due paesi che hanno creduto di trainare una rivoluzione liberista, e di rafforzarsi strategicamente con ripetute aggressioni militari, trovandosi invece, quasi quarant’anni dopo, ad accorgersi che i veri vincitori di questo lungo periodo sono stati solo due: la Cina e la Germania. Paesi, questi ultimi, diversissimi tra loro, che hanno però entrambi conservato e potenziato poderosi apparati industriali basati su politiche pubbliche dell’innovazione, della ricerca e della istruzione.