Politica economica

La scomoda verità sul Coronavirus che forse sta venendo a galla

In una sola settimana alcuni autorevoli contributi scientifici hanno avvalorato la tesi (mai citata in Italia) di un legame tra la diffusione del Coronavirus e la qualità dell’aria delle diverse regioni.

L’Università di Halle (Germania) lo scienziato Yaron Ogen ha mostrato la correlazione tra la diffusione del virus in Europa e i dati da satellite che mostrano l’inquinamento dell’aria, in particolari regioni d’Europa, quali la Lombardia e l’area di Madrid.

Alla Università di Harvard uno studio ha analizzato 3.080 aree territoriali degli Stati Uniti, arrivando a conclusioni analoghe. Gli studiosi hanno calcolato che per ogni microgrammo in più di polveri sottili nell’aria la percentuale di morti per Coronavirus sale del 15%.

Infine, in Germania, gli esperti dell’Ufficio federale per l’ambiente (UBA- Umweltbundesamt) hanno evidenziato la correlazione, zona per zona, dei livelli di Biossido di azoto (NO₂) nell’aria, da un lato, e dall’altro non soltanto con le malattie cardiovascolari e dei polmoni, ma anche con la recente diffusione del Coronavirus.

Tutte conclusioni che suonano come ammonitrici per le future scelte di sviluppo economico, di cui si sta parlando per la famosa Fase 2.

Modesto contributo alla conoscenza del Coronavirus

Turbato dalla vicenda del Coronavirus, e dalla sua impressionante (per chi non ha conosciuto le vicende delle influenza Spagnola o di quella Asiatica) scia di morti (ogni giorno il doppio di un terremoto come quello dell’Aquila) e contagiati, ho cercato di trovare qualche spunto interpretativo con gli strumenti dell’economista, in un dibattito dominato (forse troppo) dai medici e dai virologi.
Partiamo dalle tre domande a cui giustamente l’opinione pubblica cerca risposte:
Domanda 1. Perché in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte o così poco nel centro e nel sud?
Domanda 2. Perché soprattutto uomini e molto meno donne?
Domanda 3. Perché così tanti anziani e così pochi bambini?
A questa domanda de ne potrebbe aggiungere una quarta.
Domanda 4. Perché così tanto a Bergamo (e Brescia) e in proporzione molto meno a Milano (che ha dieci volte gli abitanti di Bergamo, ma meno morti e contagiati)?

La tentazione dell’economista, ovviamente, è quella di collegare i dati sul Virus con quelli economici. In particolare la mia ipotesi è che vi sia una connessione con le attività industriali e agro-industriali, con il carico di inquinamento che queste finora hanno rovesciato sulla popolazione.
Qual è la parte del corpo che l’inquinamento colpisce di più (insieme al fumo)? Il polmone, esattamente come fa il Coronavirus.
Qual è la situazione di salute dei polmoni degli italiani? Prendiamo in proposito i dati (fonte: AIOM, AIRT, I numeri del cancro in Italia, dati 2018) sul numero di tumori al polmone rilevati nelle varie regioni italiane, e mettiamoli a confronto con i dati sui contagiati da Coronavirus.

Contagi Corona N. TUMORI POLMONE
Lombardia 17713 7350
Emilia-Romagna 4525 3500
Veneto 3214 3250
Piemonte 2341 3450
Marche 1568 1200
Toscana 1330 2900
Liguria 887 1350
Lazio 724 4150
Friuli 462 950
Campania 460 3500
Trentino-Alto A. 831 500
Puglia 383 2450
Sicilia 282 2900
Abruzzo 263 850
Umbria 243 700
VdAosta 165 100
Sardegna 134 1050
Calabria 129 1000
Molise 28 200
Basilicata 27 300
TOT 35709 41650
Correlazione           0,78

Il grafico seguente mostra una correlazione abbastanza forte il numero di contagi e il numero di tumori rilevati nelle diverse regioni.
Le linea dei contagi e dei tumori corrono su livelli molto bassi in regioni come Basilicata, Molise, Calabria e Sardegna, e all’opposto salgono ai massimi proprio nelle quattro regioni citate sopra.

In statistica esiste un indicatore che riesce ad esprimere in forma sintetica il legame tra due variabili: il coefficiente di correlazione, che va da un minimo di zero (quando il legame è nullo) e un massimo di 1 (quando il legame è massimo).
Ebbene il coefficiente di correlazione tra le nostre due variabili è molto alto, pari a 0,78.

 

 

 

 

 

 

 

I dati che abbiamo visto ora –si può obiettare- sono dati assoluti, e quindi fanno apparire peggiore la situazione delle regioni, in primo luogo la Lombardia, che hanno un numero più elevato di abitanti.
Prendiamo, per toglierci il dubbio, i dati dei contagi e dei morti per tumore al polmone ogni 1.000 abitanti.
Come si vede, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (non il Piemonte per i contagi) hanno dei valori alti, superiori alla media nazionale.
Al contrario, molte regioni del Mezzogiorno (meno industrializzate) presentano valori bassi e inferiori alla media italiana.

x 1.000 abitanti Contagi Corona N. TUMORI POLMONE
Lombardia             1,86           0,77
Emilia-Romagna             1,03           0,80
Veneto             0,70           0,71
Piemonte             0,57           0,84
Marche             1,05           0,80
Toscana             0,33           0,73
Liguria             0,59           0,90
Lazio             0,14           0,83
Friuli             0,46           0,95
Campania             0,09           0,70
Trentino-Alto A.             1,04           0,63
Puglia             0,10           0,61
Sicilia             0,05           0,56
Abruzzo             0,26           0,85
Umbria             0,27           0,78
VdAosta             0,41           0,25
Sardegna             0,07           0,53
Calabria             0,13           1,00
Molise             0,04           0,29
Basilicata             0,03           0,38
TOT             0,62           0,73

Di qui la mia ipotesi interpretativa, che aiuta a dare risposta alle nostre domande.

Domanda 1. Perché in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte o così poco nel centro e nel sud?
Risposta 1. Perché si tratta delle regioni in cui si concentra lo sviluppo industriale, con il suo carico di inquinamento e di danni all’ambiente, e alle persone.
Domanda 2. Perché soprattutto uomini e molto meno donne?
Risposta 2. Perché il tasso di occupazione degli uomini è più alto, e si concentra di più nell’industria. Le donne hanno tassi di occupazione più bassi e lavorano di più nel settore dei servizi.
Domanda 3. Perché così tanti anziani e così pochi bambini?
Risposta 3. Perché gli anziani in molti casi hanno alle spalle decenni di usura dei polmoni in attività industriali, mentre i bimbi, pur fragili, hanno polmoni “nuovi” e ancora non usurati.
Domanda 4. Perché così tanto a Bergamo (e Brescia) e in proporzione molto meno a Milano?
Risposta 4. La Milano di oggi è una città terziaria (banche, assicurazioni, moda, studi professionali, Università, ecc.), mentre le attività industriali lombarde si sono spostate progressivamente verso province come quella di Bergamo.

L’Italia vive alla Giornata, la Germania pianifica al 2030

Mentre i governi italiani, da tempo, sembrano incapaci di risolvere i problemi industriali che si presentano (ILVA, Whirlpool, ecc.) la Germania guarda al 2030!

Il Ministero dell’industria tedesco (ministro Peter Altmaier) ha pubblicato recentemente il fondamentale documento “Nationale Industriestrategie 2030”, che ha come altrettanto fondamentale sottotitolo “Linee strategiche per una politic industriale tedesca ed europea” (“Strategische Leitlinien für eine deutsche und europäische Industriepolitik”).

Nota bene: la Germania formula una politica per se stessa, ma anche per l’Europa, consapevole di plasmare con le sue scelte il futuro degli altri paesi, a maggiore ragione se questi non hanno la capacità di elaborare una propria strategia, e se l’Europa nel suo insieme sembra solo ossessionata dagli equilibri di bilancio. Chi pensa allo sviluppo?

Non a caso nella copertina del documento capeggia un grande timbro con la scritta “Made in Germany”,

Cosa dice, in sintesi, il documento tedesco?

L’affermazione più importante è senz’altro che, per mettere in sicurezza le competenze economiche e tecnologiche che la Germania e l’Europa detengono, occorre che la quota di occupazione industriale non scenda in Germania al di sotto del 25% e in Europa al di sotto del 20%.

Solo mantenendo una industria forte e avanzata si può reggere un sistema economico, in cui dal punto di vista occupazionale prevalgono i servizi (alle imprese e alle persone).

Quanta differenza con l’Italia, in cui i problemi industriali vengono ritenuti ormai marginali, proprio perché l’occupazione è prevalentemente nel terziario!

L’industria tedesca è molto forte, e il documento elenca i settori dove vi è una leadership (dall’automobile ai macchinari industriali alla chimica al settore “Greentech”).

Il Ministero però non si nasconde però le sfide da affrontare e i rischi per il futuro.

Vi sono i paesi emergenti, e vi sono gli USA, che predominano nella “Economia delle piattaforme” (“Plattformökonomie”) e in generale nel software.

Esiste poi uno svantaggio competitivo nelle telecomunicazioni e nelle biotecnologie.

La China sta seguendo il piano di sviluppo “Made in China 2025”, dove si punta a un rafforzamento in 10 settori con tecnologie chiave.

Ve ne sono alcune che cambieranno le regole del gioco, come nel caso dell’automobile. Il campo della Intelligenza Artificiale (“Künstlichen Intelligenz”) è fondamentale, se si pensa alle automobili a guida autonoma.

Cosa succederà, ci si chiede, se in una prospettiva di auto elettrica le batterie saranno costruite in Cina e il software negli USA?

Cosa rimarrà all’auto tedesca ed europea: solo la componente meccanica?

La tempistica della innovazione (“Innovationstempo”) è fondamentale e occorre accelerare, afferma il documento tedesco.

Occorre puntare sui “campioni nazionali” (espressione che una volta usavano i francesi, mai i tedeschi), perché la grande dimensione è importante per competere a livello globale.

E’ però fondamentale potere contare anche su un vasto settore di piccole e media imprese (quello che in Germania viene chiamato “Mittelstand”).

Lo Stato, secondo il Ministero tedesco, non deve gestire direttamente le attività industriali, ma garantire le condizioni di cornice che agevolano l’industria: prezzi bassi dell’energia, tassazione contenuta delle imprese, garanzie sociali per i cittadini e i lavoratori, in modo efficiente e senza costi eccessivi (quello che in Italia chiamiamo “cuneo fiscale”).

Sul piano internazionale, la scelta della Germania è chiara da tempo: multilateralismo e non barriere (vedi Trump), ma anche lotta al dumping e alla violazione delle regole internazionali.

 

Post scriptum. Si sente spesso ripetere in Italia (un paese che vive alla giornata) che “l’epoca dei Piani Quinquennali è finita”, e ci si riferisce alla pianificazione dell’Unione Sovietica. L’URSS però non esiste più da 30 anni, e oggi ci sono paesi che effettivamente non pianificano a 5 anni, ma a ben più lungo termine: la Cina al 2025 e la Germania al 2030!

Il Reddito di Cittadinanza servirà all’avvio di nuove imprese?

La partita del Reddito di Cittadinanza sarà molto importante per l’Italia. Essa potrà risolversi, come affermano i sui promotori, in uno strumento di riequilibrio sociale e di sviluppo oppure, come affermano i detrattori, in un incentivo ai “fannulloni”. O peggio un incentivo a incassare il RdC e lavorare in nero.

Dal mio punto di vista, il RdC potrebbe essere un utile strumento per preparare una crescita professionale del beneficiario, anche in forma imprenditoriale.

Il fatto che un cittadino povero debba essere aiutato dallo Stato non risale ad oggi, ma in Italia alla fondazione di un moderno Welfare a partire dagli anni ’70. Anche il Reddito di Inclusione (REI) del governo Gentiloni ha contribuito a questo scopo.

Il REI tuttavia era molto basso (530 Euro per le famiglie più numerose) e toccava “solo” 300 mila persone. Era una misura di contrasto alla povertà estrema, ma non di soluzione al problema. Una sorta di Poor Law, come quelle inglesi del ‘500.

La soluzione al problema, e credo che su questo siano d’accordo anche quelli che evocano i “fannulloni”, è invece che una persona sia messa nelle condizioni di sviluppare un progetto lavorativo, non solo di salvarsi dai morsi della fame. In fondo siamo di una Repubblica “fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione).

Il RdC, più sostanzioso del REI e non reiterabile oltre un certo periodo, potrebbe diventare anche la base per l’avvio di progetti di impresa, anche piccoli, nel commercio, nell’artigianato, nei servizi.

Chi vuole avviare un’impresa deve avere un minimo di tranquillità economica e di tempo, per preparare il suo progetto.

E’ in fondo, su un livello molto più alto, quello che fa la Germania dal 1998 con il tanto celebrato programma EXIST, che serve a coprire le “personal living expenses” di chi vuole avviare una impresa (ma solo se tecnologica), con contributi mensili che vanno dal 1.000 per gli studenti fino ai 3.000 Euro per i laureati e i ricercatori, oltre a 150 Euro mensili per ogni figlio, e al pagamento di un coach e di spese minime per l’avvio. Il tutto per un massimo di un anno.

L’Italia del Dopoguerra ha visto diverse leggi che hanno dato impulso alla microimprenditorialità. Dalla legge sulla Piccola proprietà contadina del 1961 alla Legge De Vito del 1986 sulla imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno, dalla legge sulla imprenditoria femminile del 1992 alla legge (sempre del 1992) sul reimpiego del 3% degli utili cooperativi nel capitale di nuove cooperative, fino al Decreto sulle start up innovative del 2012. Oltre a tante leggi regionali, più o meno efficaci.

Se l’Italia è oggi l’ottava potenza economica mondiale lo deve anche al suo dinamico tessuto di piccole imprese, e quindi indirettamente anche alle leggi che sono state varate nel Dopoguerra.

Il Reddito di Cittadinanza potrebbe contribuire con un ulteriore tassello. Dico “potrebbe” perché ovviamente dipenderà da come le cose saranno fatte, più o meno bene.

https://www.genesis.it/negozio/

Le sciagure annunciate e le politiche europee

Il crollo di ponti come quello di Genova e le devastazioni del territorio causate dal maltempo come in Veneto e Sicilia dipendono certo anche dal cambiamento climatico che qualcuno (Trump) continua a negare, ma ancora di più dal sistematico taglio delle spese in prevenzione e manutenzione (strade, argini, canali, ecc.) da parte dello Stato. Il taglio dei fondi alle Province è stato l’ultimo atto di questa deriva.

I tagli dipendono a loro volta dai vincoli di spesa imposti da Bruxelles, per adempiere a parametri astratti insostenibili per un paese dall’economia fragile come l’Italia.  Lo Stato non spende, e così scarica il problema sui privati che si trovano a subire le sciagure, non solo quelli che edificano abusivamente.

L’Euro ci dà senz’altro una stabilità monetaria, ma comporta anche costi drammatici che non vengono mai contabilizzati.

La lezione di Genova: investire, investire, investire

Era il novembre del 2016 quando crollò il cavalcavia di Lecco, a dimostrazione dello stato penoso di manutenzione delle nostre strade.

https://dangelilloimpresa.wordpress.com/2016/11/01/terremoto-e-sul-cavalcavia-di-lecco-quello-che-non-si-dice/

Ora, la catastrofe di Genova. Da allora ad oggi cori ininterrotti di tifosi del taglio della spesa pubblica, per adempiere ai parametri di Maastricht e al fiscal compact.

Tagliare le infrastrutture, la sanità, la scuola, ecc.; tutto per ridurre il debito, non indebolire l’Euro, essere affidabili con le banche internazionali.

Lo stiamo facendo, ma ci siamo dimenticati che senza spesa, senza nuovi investimenti, senza manutenzione, non solo un paese non va avanti, ma inevitabilmente finisce per andare indietro, a scavalcare il torrente Polcevera a dorso di muro.

Una Italia sempre più marginale, ad esempio con un porto di Genova sempre meno competitivo rispetto ad Amburgo e Rotterdam, potrebbe andare molto bene ai nostri amici del Nord Europa.

Solo investendo e spendendo, ovviamente bene, si genera sviluppo, e quindi le risorse per ripagare qualunque debito.

Il ponte Morandi negli anni Sessanta era un gioiello di ingegneria, Genova era una città moderna, l’Italia era in pieno sviluppo.

Ora siamo messi così, con un paese fermo e un governo immobile (perché teme di alimentare il mitico “magna-magna”).

Un dibattito con Cottarelli

Carlo Cottarelli è uno dei personaggi del momento. Il suo recente libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018) è un testo stimolante, che si presta a diversi piani di lettura.

Ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale, quindi di casa nel mondo dei cosiddetti “poteri forti”,  per alcuni giorni presidente del Consiglio “in pectore”, Cottarelli individua i 7 “peccati capitali” della economia italiana. Lo fa partendo da quattro temi che ha avuto modo di conoscere molto da vicino in quanto Commissario alla revisione della spesa: evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia, lentezza della giustizia.

Ognuno dei capitoli dedicati a questi primi “peccati” è ricco di dati e di spunti, che è sempre utile ripassare. Sul fisco alcuni dati sono noti  (1 Euro su 4 sono evasi; Italia fra i primi paesi europei  per evasione), ma incerte le strategie possibili. L’autore sembra puntare sulla fatturazione elettronica, sulla riduzione dell’uso del contante, sulla tassazione della prima casa, dove l’evasione sarebbe molto difficile.

Sulla corruzione Cottarelli rimarca gli effetti distorsivi di questo fenomeno sulla economia, ma ammette anche la difficoltà di quantificare il fenomeno, smentendo certe stime giornalistiche e politiche. Riporta anche alcuni tentativi di contrastare il fenomeno, dalla rotazione degli incarichi del ministro Madia, all’ANAC di Cantone, su cui riporta il giudizio autorevole di Sabino Cassese come un ulteriore livello di burocrazia e di appesantimento (anche nei costi) del processo amministrativo.

Sul terzo “peccato”, l’eccesso di burocrazia, Cottarelli denuncia l’eccesso di regole, adempimenti, contenziosi, che contribuiscono anche a tenere lontani gli investitori esteri dal nostro paese. Non è chiaro se in questo eccesso di regole vi siano anche quelle partorire dall’ANAC.

Sul quarto “peccato”, la giustizia troppo lenta, Cottarelli evidenzia le differenze nord-sud, ed elogia alcuni provvedimenti recenti (governo Monti), quale la eliminazione dei piccoli tribunali.

Terminato il suo viaggio nei peccati della nostra Pubblica Amministrazione, Cottarelli affronta tre grandi temi di scenario: il crollo demografico, il rapporto nord-sud e il rapporto con l’Euro.

Sulla demografia, che minaccia il futuro del paese (mi è sembrato però eccessivo il riferimento dell’autore all’Impero romano, imploso secondo alcuni studiosi proprio per il crollo demografico, e quindi travolto e schiacciato dalle invasioni germaniche), Cottarelli sostiene giustamente che le soluzioni opportune sarebbero le politiche di conciliazione tra lavoro e figli (come quelle messe in atto con successo in Svezia) e non i “bonus bebè” estemporanei, oppure su un altro piano, i flussi disordinati di immigrazione dall’Africa, che l’autore ritiene debbano essere assolutamente interrotti.

Sul divario Nord-Sud, Cottarelli ricostruisce le grandi differenze di reddito e di produttività createsi nel tempo, e la diversità nel “capitale sociale” tra le due parti del paese, cui non si potrebbe rispondere semplicemente con un aumento degli investimenti pubblici, come sostiene da tempo l’istituto per lo sviluppo del Mezzogiorno (Svimez).

Infine l’Euro. A giudizio di Cottarelli è inutile pensare a una Italexit (concetto che sempre più circola nella stampa internazionale), che sarebbe dolorosissimo, con inflazione, svalutazione dei salari e rischio di fallimento dello Stato. Per beneficiare dell’Euro e “vivere bene”, l’Italia deve cambiare. Stando dentro l’Euro è inutile illudersi di rilanciare la crescita mediante i consumi, mediante investimenti pubblici o con iniziazioni di liquidità: l’unico modello possibile è quello di una crescita trainata dall’export.

Fin qui il libro. La sua presentazione, come quella che mi è stata affidata nei giorni scorsi dalla Libreria Feltrinelli di Ravenna, è solitamente  l’occasione per dialogare con l’autore, conoscerlo da vicino, discuterne le tesi, coinvolgendo anche il pubblico, accorso abbastanza numeroso (quasi 100 persone). E’ una bella occasione di crescita anche per l’autore, almeno così mi sembra quando mi capita di presentare un mio libro.

A tale proposito mi sono sentito di proporre alla discussione del pubblico tre tesi critiche.

La prima riguarda proprio le esportazioni: realisticamente (come invece sostiene Cottarelli), l’Italia può pensare di rilanciare l’economia puntando soltanto sulle esportazioni, con una domanda interna per consumi e investimenti stagnante o in regresso?

Esiste un solo paese europeo, che ha un surplus commerciale (esportazioni meno importazioni) tale da trainare l’intera economia: la Germania, che nel solo 2017 ha avuto un surplus pari al 9% del PIL. Grazie a questo avanzo è possibile fare a meno della spinta della spesa pubblica, dei consumi e degli investimenti.

E’ molto difficile che l’Italia possa fare come la Germania. L’Italia, che è pure un paese con un importante surplus commerciale, è ben lontana dai tedeschi. La Germania con un PIL doppio dell’Italia ha un surplus commerciale 6 volte superiore. Rispetto al PIL l’Italia è al 2,6%. Un dato importante, ma non tale da trainare l’intera economia, che soffre di tagli di spesa pubblica, e della stagnazione di consumi e investimenti. Peraltro, a causa delle nuove politiche protezionistiche di Trump, anche il surplus tedesco è destinato probabilmente a ridursi (Chi di troppo export ferisce…).

La tesi di Cottarelli è palesemente contraddittoria. Per esportare di più occorre una economia molto dinamica, e come fa ad esserlo un paese che perde ogni giorni aziende di punta, non investe sulla ricerca, abbassa continuamente i salari, non investe sulle infrastrutture, non ha politiche industriali, ha una produttività stagnante?

Né nel libro di Cottarelli vi sono indicazioni su possibili politiche in tal senso, in quanto l’ottica è tutta sulla pubblica amministrazione e non sul sistema produttivo. E’ qui, invece, che andrebbero fondamentali “peccati” dell’economia italiana.

La ripresa italiana deve puntare in gran parte sulla domanda interna, su una crescita dei consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, con una modifica di quei parametri di Maastricht che costituiscono un vincolo insostenibile. Parametri invece “sacri” (per usare un altro termine morale, dopo quello di “peccato”) e inviolabili per l’autore.

La seconda critica riguardava l’origine politica di quelle regole. Come si fa a non vedere, che le regole che di fatto impediscono l’uso della spesa pubblica sono state costruite a beneficio del solo paese, la Germania, che può basare la crescita sulle sole esportazioni?

Il passaggio sulla Germania (parola quasi assente nel libro) era stato da me sollecitato, in quanto ho sostenuto la mia (solita) tesi secondo cui l’ordine geopolitico dell’Eurozona prevede una serie di regole (tra cui i famigerati parametri di Maastricht) che sono state costruite per creare un rapporto centro-periferia in cui i “Peripherielaender”, dove il simpatico Wolfgang Schauble aveva l’onestà intellettuale di relegarci, devono svolgere la duplice funzione di fornitore di manufatti a basso costo per la Germania, da un lato, e di filtro per le risorse umane, incanalando verso Berlino quelle ad alto valore (medici siriani, ingegneri italiani, ecc.) e trattenendo invece presso di sé gli altri, in primo luogo la massa dei profughi africani, giovani ma spesso assolutamente privi di competenze tecniche.

Tema complesso, certo non  esauribile nella piccata risposta dell’autore  “Dobbiamo smetterla di dare tutte le colpe alla Germania!”, completata da un beneaugurante  giudizio morale:“I tedeschi non sono cattivi!”.

La terza critica che ho mosso riguardava un punto che ritengo molto importante del libro di Cottarelli, quello relativo al cosiddetto “capitale sociale”, cioè quell’insieme di legami che tengono insieme una comunità e che stimolano i cittadini a comportamenti corretti.

E’ giusto sostenere come fa Cottarelli che il capitale sociale è importante per lo sviluppo, e la letteratura sociologica ne parla fin dagli anni ’70, però qui siamo di fronte a una palese contraddizione come nel caso delle esportazioni.

Sarebbe bello trainare l’economia con le esportazioni, ma ciò è possibile? Allo stesso tempo sarebbe bello avere un capitale sociale in crescita, ma come è possibile se le politiche di austerità perorate da Cottarelli (come in precedenza da Monti o da Giavazzi, il teorico della mitica “austerità espansiva”) sono una causa fondamentale di distruzione del capitale sociale?

Qui non ho potuto fare a meno di citare l’esperienza di studio della economia e della società locale, anche in un microcosmo (però non così diverso da altri) come quello di Ravenna.

A causa delle politiche di austerità negli ultimi 20 anni il capitale sociale si è vistosamente degradato. Tali politiche hanno portato a continui tagli di spesa, inasprimenti fiscali, visioni di breve e brevissimo periodo (si ha l’impressione spesso che gli amministratori non conoscano più la realtà sociale), salari sempre più bassi, appalti al massimo ribasso, frustrazione del personale, deterioramento delle infrastrutture, microcriminalità molto intraprendente in negozi e appartamenti, sanità al collasso, scuola abbandonata a se stesse, e persino comportamenti “canaglia” delle amministrazioni locali (con autovelox piazzati appositamente per taglieggiare il cittadino più che per prevenire gli incidenti, per fare un esempio noto ai più).

Un cittadino intervenuto nel dibattito ha gustosamente fatto notare (con una splendida espressione dialettale, che evito di citare) che anche la burocrazia è conseguenza dell’economia, perché più c’è burocrazia e “più si lavora” (uffici, professionisti, avvocati, ecc.). Un modo diverso, e più spiritoso del mio, di dire che un contesto economico stagnante è molto difficile e astratto auspicare una diminuzione dei “moduli” da compilare, come ama dire Cottarelli nel libro.

Che fiducia può avere oggi un cittadino nella pubblica amministrazione, e quindi anche nella politica locale? Può sentire ancora le amministrazioni come dei soggetti “amici”? C’è da stupirsi se nelle urne i cittadini mandano il messaggio di essere molto molto arrabbiati?

Lo stesso modo in cui si guarda, e lo stesso Cottarelli guarda alla PA segnala una visione arretrata e punitiva delle risorse umane, fondamentale capitale sociale di ogni economia. Mi riferisco all’ex ministro Marianna Madia che pensava di migliorare l’efficienza della PA con la rotazione degli incarichi dei dirigenti e con la figura del dipendente-delatore che denunciava i colleghi inadempienti, (come spesso accade, quando si vuole nobilitare un concetto si ricorre alla lingua inglese, in questo caso parlando di “whistleblowing”; un cittadino presente ha ironicamente chiosato: “Se tutti sono impegnati a soffiare in un fischietto, chi lavora?”), misura ovviamente rivelatasi inefficace.

Chi pensa di affrontare le crisi col solo strumento dei tagli ignora che qualunque azienda funziona bene se il personale è motivato e specializzato (altro che rotazione degli incarichi spostando un dirigente dall’urbanistica ai servizi sociali, ad esempio, quindi generando e moltiplicando l’ incompetenza), e non quando è represso, guardato con sospetto o umiliato (indimenticabili furono i tornelli dell’ex ministro Brunetta).

La politica dell’austerità, che  da anni ci costringe a sforzi che altro non fanno che aumentare il debito, ci ha completamente fatto dimenticare le prospettive della crescita e della piena occupazione. Un paese cresce non tagliando le spese, e debilitandosi nelle sue capacità produttive, ma investendo. Una Italia tenacemente aggrappata ai risparmi, che dimentica gli obiettivi di sviluppo, non può costruire il futuro e alla fine neppure ripagare i debiti alle grandi banche internazionali.

In conclusione: quella di Ravenna è stata una discussione molto utile, per mettere a fuoco temi e dilemmi che continueranno a tormentarci anche nei prossimi anni. Conoscere e dialogare con gli interlocutori è molto importante, specie se si tratta di persone come Carlo Cottarelli che pur avendo un background tecnico nutrono evidenti e legittime ambizioni politiche (come fu per Mario Monti) e potrebbero essere nuovamente chiamate a ricoprire dei ruoli istituzionali di primo piano.

https://www.facebook.com/genesiscreaimprese/

L’approccio patrimonialista del discorso di Mattarella

L’importante e grave discorso del Presidente Mattarella agli italiani, subito dopo il fallimento della ipotesi di un governo guidato dal prof. Conte è sintomatico del pensiero economico e politico che guida i piani alti delle istituzioni italiani.

Il rifiuto di nominare ministro dell’economia il prof.Savona, a causa dei problemi che questi avrebbe potuto sollevare nella Eurozona e negli equilibri con la Germania, è stato mosso dalla unica preoccupazione di non “allarmare gli investitori e i risparmiatori investitori italiani e stranieri che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende”.

Un aumento dello spread, ha detto Mattarella, potrebbe infatti ridurre lo spazio “per interventi sociali”.

E ha con forza ricordato che la sua presa posizione deriva dalle prerogative che la Costituzione conferisce al Presidente.

In verità, la nostra Costituzione pone all’art.1, come priorità e indicazione primaria anche per i Presidenti della Repubblica, quella del Lavoro (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”), concetto però completamente assente nel discorso di Mattarella.

L’Italia oggi è un paese fermo, che ha bisogno assoluto di Lavoro, cioè di creazione di nuova ricchezza. La difesa del risparmio e degli investimenti finanziari degli operatori stranieri è certo importante, ma non prioritaria. Questa difesa interessa i ceti più benestanti, e i grandi investitori, cioè chi possiede grandi dotazioni finanziarie, non la grande massa dei cittadini.

Anche questi cittadini hanno diritto ad accumulare risparmi, ma ciò può avvenire solo risolvendo i loro problemi di lavoro. Il risparmio nasce dal lavoro, non viceversa.

Abbiamo assistito quindi a un discorso di strenua difesa della ricchezza già accumulata, e non delle opportunità di creazione di nuova occupazione.

Peraltro (forse è una sensazione solo mia), con il forte sospetto che l’interlocutore più importante del discorso fosse costituito dai grandi investitori internazionali, che detengono circa un terzo del nostro debito (i 2/3 sono in mani italiane) e sono molto abili, come dimostrato in passato, nel tessere trame speculative contro i paesi in difficoltà.

Lasciamo tutto così com’è, anche un Euro che non funziona (per l’Italia), per difendere i grandi investitori. Evitiamo di pensare, dice implicitamente Mattarella, a una riforma dell’Euro, che solo con una “rottamazione” dei parametri di Maastricht potrebbe invece tirare fuori l’Italia (e altri paesi) da una stagnazione in cui diventa impossibile qualunque politica di sano rilancio keynesiano dei consumi e degli investimenti.

Ho l’impressione che l’approccio patrimonialista del Presidente (una volta la destra conservatrice difendeva i latifondisti agrari, oggi i grandi patrimoni finanziari) non piacerà molto a una popolazione che con il voto ha mandato segnali chiari di essere molto arrabbiata, soprattutto per le condizioni in cui versa da alcuni anni il mondo del lavoro.