Politica economica

 Cosa sa fare l’ Italia

Fa piacere leggere che l’impegno prioritario della politica economica italiana deve essere quello di premiare il coraggio e l’inventiva e fare nascere nuovi imprenditori. Specie se chi lo dice è Pierluigi Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, nel suo ultimo libro (Anna Giunta, Pierluigi Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Laterza, Roma, 2017).

A questa conclusione, gli autori arrivano dopo un’amara analisi della situazione economica italiana. Il nostro paese, affermano, ha avuto solo due periodi di grande sviluppo: la industrializzazione del periodo giolittiana (1898-1913) e il miracolo economico degli anni ’60.

Nel periodo 1898-1913 l’economia crebbe a una media annuale del 2,5%, furono fatte grandi opere pubbliche (dal traforo del Sempione nel 1906 alla costruzione del sistema idroelettrico), fu regolamentato il lavoro minorile, si innescò uno sviluppo industriale che ci rese quasi autosufficienti nella produzione di locomotive.

Nel miracolo economico la crescita media fu addirittura del 5%. In quel periodo vi fu una crescita esponenziale delle piccole e medie imprese, ci fu l’apertura del Mercato Comune Europeo, si svilupparono i distretti industriali.

Finito quel periodo, notano gli autori, l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e a impelagarsi in un groviglio di burocrazia, costi per le imprese, bassa legalità, tagli continui alla Università e alla ricerca, bassi livelli di concorrenza.

L’Italia così ha fallito una terza possibile fase di sviluppo, quella che in altri paesi è stata favorita dalle tecnologie ICT. In Italia non è nata nessuna Google o Microsoft, mentre le nuove tecnologie hanno avuto scarsa diffusione, generando una situazione di bassa produttività.

In una epoca di globalizzazione e di dispersione della produzione nelle CGV (Catene globali del valore), le piccole imprese, che erano state un fattore dinamico, diventano un freno, in quanto portatrici di tre caratteristiche negative: familismo, bassa produttività, e bassa innovazione.

Nella crisi 2008-14 si verifica il tracollo. Il PIL precipita dell’ 8,4%, mentre nonostante la crisi globale in Germania cresce del 4,1%. Il tasso di occupazione diminuisce del 5,1% (Germania +4,4%), la produttività media scende del 4,4% (Germania -0.3%).

Che fare, per risollevare le sorti di un sistema economico che continua ad avere una forte componente manifatturiera?

Semplificare l’ordinamento giuridico, migliorare il sistema della istruzione (investendo sulle scuole tecniche come le Fachhochschulen tedesche), favorire la ricerca e sviluppo, favorire la concorrenza.

Ma anche ridimensionare il peso delle banche “Le imprese nuove e innovative dovranno imparare a fare a meno del credito bancario, rivolgendosi ad altri intermediari o direttamente al mercato del risparmio” (p.203).

Affermazione singolare da parte del Direttore di Banca d’Italia, cioè di una istituzione che dovrebbe valorizzare e rendere più efficace il ruolo delle banche. Il sogno degli autori è che per le piccole imprese si spalanchino improvvise opportunità di finanziamento attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa.

Sarebbe bello che potesse andare così, ma i problemi sembrano più complessi. In quell’impietoso confronto tra le performance dell’Italia e della Germania c’è una lunga storia di errori di politica industriale, la vicenda mal gestita di una unificazione europea che ha progressivamente marginalizzato il nostro paese, l’adesione a una politica monetaria comune sulla base di regole sostanzialmente fissate a Berlino, la trasformazione del Mediterraneo da mare di scambi in mare di guerre e di profughi.

E’ irrealistico pensare che lo sviluppo delle piccole imprese del sud, ad esempio, possa avvenire attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa. Forse ci vuole qualcosa di più, purtroppo.

 

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L’Italia disperata alla prova del voto: ma la risposta sta in Europa

La tornata elettorale del 4 marzo ha fornito lo spaccato di una Italia che può ben definirsi disperata: un elettorato del Nord irritato dal carico fiscale e dalla immigrazione mal gestita, molti cittadini del Sud attirati dal reddito di cittadinanza, per sopravvivere e pagare le bollette.

Le forze di centro-destra, rappresentanti di ceti benestanti conservatori (i “moderati” di Berlusconi), o di centro sinistra (ceto medio benestante di pensionati, impiegati e operai spcializzati) si sono sgonfiate e in alcuni casi liquefatte, perché la crisi ha falcidiato gli elettorati di riferimento.

Con la crisi, anche se una timida ripresa è in atto, emergono gli enormi problemi dello sviluppo italiano, che in gran parte sono riconducibili alle politiche europee. Senza modificare queste ultime, temo, non si risolverà nessun problema.

Quando nei trattati del 1992 si stabilì l’obiettivo della circolazione libera delle persone, dei capitali e delle merci, per creare un unico grande mercato unificato, e si fissarono regole che di fatto impediscono allo Stato nazionale di intervenire nell’economia oltre un livello minimo (il 3% del PIL), si è sancì la crisi delle aree più deboli, prima di tutto il Mezzogiorno.

In un libero mercato di vasi comunicanti le risorse finiscono per dirigersi verso i paesi economicamente più forti. Quindi ad esempio non c’è da stupirsi che tanti giovani di valore, disoccupati in Italia, convergano verso il nord Europa, dove le imprese assumono, e con salari elevati. Questa cosiddetta “fuga dei cervelli” non è che un effetto voluto da chi scrisse qulle regole.

Mentre  l’Italia si è sempre cullata in un ingenuo, retorico e ipocrita europeismo (ricordate Renzi con la Merkel e Hollande sulla Nave Garibaldi a visitare in pompa magna la tomba di Altiero Spinelli?), altri paesi pianificavano l’accentramento delle risorse, una riedizione di quello che Wolfgang Schauble ebbe la faccia tosta di chiamare “Sacro Romano Impero” (quindi una sorta di Quarto Reich).

Anche la precarizzazione del lavoro, con i giovani laureati italiani che pedalano a testa bassa nelle città per consegnare le pizze (agli ordini di caporali moderni), e i disoccupati del sud che devono fingere di essere stranieri per essere accettati dai caporali antichi per raccogliere pomodori a 15 Euro al giorno, è la conseguenza di una politica europea che continua a ripetere che i salari devono adeguarsi alla produttività. Peccato che quindi essendo il divario di produttività tra le aree ricche e quelle povere sempre più ampio, in quanto mancano assolutamente politiche volte al riequilibrio tra i territori.

L’Italia sempre più periferia d’Europa, e il Mezzogiorno una periferia della periferia.

Il Jobs Act è stato l’atto estremo di una politica volta a impedire che i più deboli riuscissero a proteggersi leggi e sindacati.

Il mercato deve funzionare liberamente! Ma qualche volte il popolo si arrabbia. Fare finta di niente è come quando i parigini chiedevano pane, e la regina Antonietta (poi finita male) disse che se avevano fino il pane potevano sempre mangiare delle brioches! (“S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”).

Il buon momento della economia europea, e in parte italiana

Trainata dall’imponente volume del suo export, l’economia tedesca sta in parte trascinando anche quella italiana, almeno in quelle regioni più collegate alla Mittel-Europa (emilia-Romagna, Lombardia, Veneto).

Il rimescolamento interno al continente, e la logica della più ampia mobilità dei capitali falcidiano il panorama industriale italiano (fuga di imprese come Embraco, verso non a caso la Slovacchia, cioè il centro Europa), ma anche opportunità per le imprese che sanno esportare.

L’Italia, ha lanciato un anno fa il “Piano Impresa 4.0”, puntando sul concetto (nato in Germania) di Industria 4.0.

Grazie agli incentivi, nel 2017 le imprese che hanno investito in ricerca e sviluppo sono più che raddoppiate (+104%, rispetto al 2016); gli ordinativi interni dei beni 4.0 incentivati da super e iper ammortamento e dalla Nuova Sabatini sono cresciuti dell’11%; il Fondo di Garanzia per le Pmi ha garantito 17,5 miliardi di crediti aggiuntivi.

Il Piano Impresa 4.0 nel 2018 prevede:

  • il rifinanziamento pari a 7,8 miliardi e la proroga dei termini dell’iperammortamento con aliquota al 250% fino al 31 dicembre 2019 e dei termini del super ammortamento con aliquota al 130% al 30 giugno 2019;
  • la Nuova Legge Sabatini per 330 milioni;
  • lo stanziamento di 823 milioni per il 2018 del Fondo di Garanzia che consentirà l’accesso delle Pmi a 20 miliardi di credito aggiuntivo;
  • l’istituzione del Fondo per il Capitale Immateriale con una dotazione di 255 milioni per finanziare progetti di ricerca e innovazione;
  • le azioni per il capitale umano e le competenze: credito di imposta al 40% per le aziende che investono in formazione dei lavoratori sulle tecnologie 4.0 con una stima di 250 milioni di incentivi.

Questi risultati, indubbiamente enfatizzati dato il periodo elettorale, dimostrano a mio avviso però che, dopo una lunga fase in cui ci si è aspettati ingenuamente dall’Europa una soluzione ai problemi italiani, ricevendone in cambio cinici inviti a “fare i compiti a casa”, la strada è quella di rafforzare la competitività mediante incisive politiche industriali.

Ben venga una spesa pubblica che può produrre effetti moltiplicativi sul reddito e sulla occupazione, e che in tale modo può contribuire a ridurre anche il debito pubblico. Quest’ultimo, nei lunghi anni di continui tagli della spesa, è non a caso nettamente peggiorato.

Con il berretto in mano

Ciò che mi colpisce, in questi giorni di drammatica emergenza migranti, è l’assoluta mancanza di qualunque riflessione sulle prospettive di lavoro e di vita che eventualmente l’Italia è in grado di offrire al “popolo dei barconi”.
La riflessione più profonda, l’ha fatta il presidente dell’INPS Boeri, che ha affermato “L’Italia ha bisogno di un numero crescente di immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”.
E’ evidente che il nostro sistema di protezione sociale è in sofferenza, per il restringimento della base occupazionale e quindi dei soggetti che versano contributi che dovrebbero finanziare il numero crescente di pensionati.
La salvezza del sistema dipende certamente dalla crescita dell’occupazione, e in particolare di quella a più di fascia medio-alta, per professionalità, reddito e quindi anche contributi versati.
Speriamo forse che queste figure possano venire dal “popolo dei barconi”? La Germania in questo senso è stata esplicita: porte aperte a chi viene dai paesi in guerra e dotati di qualificazioni professionali (come i medici siriani). Per gli altri, verifica della professionalità, percorsi di formazione e inserimento al lavoro, quando richiesto dalle aziende.
Esiste in Italia uno straccio di politica di questo tipo? Certamente no: il quadro reale è quello di Centri per l’Impiego ridimensionati, centri di formazione professionali con pochissimi fondi, politiche per l’avvio di imprese asfittiche. Questo mentre il tasso di disoccupazione italiano è all’12%, e non al 5% della Germania. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha proclamato ieri: “Vollbeschäftigung ist möglich”, cioè la piena occupazione è possibile.
E i risultati in Italia, del resto si vedono. Salvo rare eccezioni, ciò che in assenza di politiche l’Italia sa offrire ai migranti è un posto davanti a un supermercato o all’angolo della strada, con il berretto in mano a chiedere l’elemosina. Di notte, pochi dormitori e molte panchine. Per i più fortunati un lavoro bracciantile a pochi Euro al giorno, gestiti dal caporalato meridionale.
Un po’ poco, mi sembra. Siamo proprio sicuri che, al di là della retorica, stiamo effettivamente aiutando queste persone?

https://www.facebook.com/genesiscreaimprese/

Costi e importanza della buona politica

Ossessionati a partire da Tangentopoli (1992) dal problema dei “costi della politica”, gli Italiani hanno sottoscritto nello stesso anno il cosiddetto Trattato di Maastricht, che di fatto trasferisce le grandi scelte del nostro paese all’Europa, cioè ai paesi più forti, in primis la Germania.
Così facendo l’Italia ha indubbiamente ridotto i costi della politica, perché non ha più dovuto pensare, informarsi, approfondire la conoscenza dei problemi. La politica italiana si è trasformata in comunicazione e propaganda, in faziosità medievale, non in soluzione dei problemi. A livello internazionale i politici italiani si sono presentati con gag, vanagloria e pacche sulle spalle, ma senza strategie precise.
Bisogna essere consapevoli che i paesi forti, i quali hanno una politica robusta e molto attenta agli interessi nazionali, e mai perderebbero tempo in quisquilie quali i rimborsi spese dei loro politici, da 25 anni stanno amministrando il potere di decisione che l’Italia gli ha incautamente regalato, nel loro esclusivo interesse economico, non nel nostro.

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

Trump e Reagan, Brexit e Thatcher

Gli strappi convulsi che sono venuti negli ultime mesi dal Regno Unito (Brexit) e dagli Stati Uniti (elezione di Trump) rappresentano l’amara constatazione del fallimento delle politiche liberiste iniziate all’inizio degli anni ’80 con i governi di Margareth Thatcher e Ronald Reagan.
Il racconto di due paesi che si sarebbero potuti liberare dei loro problemi con una ventata di liberalizzazioni, con un tuffo nella globalizzazione e con l’abbandono della industria tradizionale a favore del terziario, ha prodotto problemi così gravi da imporre una drammatica marcia indietro.
Certo i due paesi sono diversi fra loro, ma tanti elementi li accomunano. Il Regno Unito della Thatcher smantellò l’industria siderurgica, quella meccanica, la cantieristica, il tessile-abbigliamento, con lo scopo politico di colpire a morte i sindacati e il partito laburista. Per lo sviluppo si puntò tutto sul terziario, soprattutto con Londra capitale mondiale della finanza. L’obiettivo è stato raggiunto, ma a livello macroeconomico la finanza può rendere ricchi paesi piccoli come il Lussemburgo o Singapore, ma è assolutamente insufficiente a farlo in un paese da 60 milioni di abitanti.
Chi ha votato per la Brexit non sono stati i finanzieri della City, la “il popolo dei pub”: i milioni di cittadini di regioni impoverite dalla deindustrializzazione, dalla mancanza di servizi, dalla disoccupazione di massa. L’Unione Europea è diventata il capro espiatorio di una profonda insoddisfazione verso governi che hanno lasciato morire l’economia reale e fatto prosperare soltanto la finanza globalizzata.
Per molti versi simile la parabola degli Stati Uniti, un paese però più grande, autosufficiente, aggressivo del Regno Unito. Anche qui alcuni obiettivi sono stati raggiunti: primato nell’informatica, nella finanza di Wall Street, nell’aerospazio, ma tutto ciò non basta a un paese di oltre 300 milioni di abitanti. Intere aree industrializzate (si pensi a Detroit), aree rurali impoverite, problemi sociali esplosivi in diverse metropoli hanno prodotto un rigetto verso la esponente dell’establishment ricco e legato alla finanza newyorchese: Hillary Clinton.
Il grezzo Trump, miliardario dell’edilizia (old economy), esprime la rabbia di milioni di americani prima appartenenti al ceto medio del “sogno americano” e ora impoveriti dalla crisi. Essi sperano che il protezionismo, cioè la negazione del libero mercato, possa proteggerli dalla concorrenza troppo forte degli asiatici e degli europei.
Regno Unito e Stati Uniti: due paesi che hanno creduto di trainare una rivoluzione liberista, e di rafforzarsi strategicamente con ripetute aggressioni militari, trovandosi invece, quasi quarant’anni dopo, ad accorgersi che i veri vincitori di questo lungo periodo sono stati solo due: la Cina e la Germania. Paesi, questi ultimi, diversissimi tra loro, che hanno però entrambi conservato e potenziato poderosi apparati industriali basati su politiche pubbliche dell’innovazione, della ricerca e della istruzione.

Euro sì Euro no

Anche se la politica parla d’altro, il dibattito sul futuro dell’Euro continua. Due recenti contributi portano nella discussione due visioni tanto interessanti, quanto distanti nei contenuti.
Il primo è quello dei due economisti greci Costas Lapavitsas eTheodore Mariolis (“Eurozone failure. German policies and a new path for Greece”, Rosa-Luxemburg-Stiftung, on-line, 2016).
La premessa dei due autori greci è che l’Unione Monetaria Europea è completamente fallita. Anziché produrre stabilità e convergenza tra gli stati europei, essa ha introdotto politiche di austerità ispirate dalla Germania, che ha saputo imporsi grazie a una competitività favorita dal blocco dei salari.
L’Unione Monetaria è diventata una trappola per grandi paesi come Italia e Francia, e ha trasformato paesi come la Grecia e la Spagna in paesi periferici (p.10).
Data questa situazione, un paese come la Grecia deve abbandonare unilateralmente l’Euro e adottare una Nuova Dracma, annunciando immediatamente: la sospensione della partecipazione della Grecia alla Unione Monetaria; la sospensione di tutti i pagamenti al di fuori della Grecia; il blocco dei mercati finanziari e di tutte le operazioni bancarie; il controllo governativo della Banca Centrale Greca (p.46); il controllo statale delle banche; la ridenominazione di tutti i conti e i debiti con l’estero dall’Euro alla Nuova Dracma in un rapporto 1:1.
Queste misure drastiche provocherebbero immediatamente una svalutazione della Nuova Dracma rispetto all’Euro: inizialmente essa sarebbe violenta (fino al 50%), per poi assestarsi tra il 30 e il 50%.
Questo provocherebbe un aumento dell’inflazione del 6-10% nel primo anno, e del 4-6% nel secondo anno, con incrementi particolarmente forti per i beni importati, quali gli autoveicoli e i carburanti.
Tuttavia, la competitività dei prodotti greci aumenterebbe grazie alla svalutazione, con un impulso particolare per l’agricoltura e i servizi (25-40%). L’attuale deficit commerciale greco si trasformerebbe in un surplus.
Contemporaneamente, lo Stato dovrebbe mettere in atto una politica aggressiva di spesa pubblica, finanziata con la creazione di nuova base monetaria, anche se ciò contribuirebbe ulteriormente all’inflazione. L’aumento della spesa pubblica porterebbe alla creazione i 420 mila nuovi posti di lavoro, all’incremento del PIL e a una riduzione del deficit statale, grazie all’aumento del gettito fiscale (p.58).
Per ridurre la dipendenza commerciale dall’estero, servirebbe poi una politica industriale volta ad aumentare la produzione interna di prodotti ad alta intensità di lavoro e tecnologia (prodotti elettronici, chimico-farmaceutici, mezzi di trasporto), sostituendo le attuali importazioni (particolarmente forti nei prodotti elettronici e nei servizi informatici) (p.59).
Occorrerebbe anche restringere la mobilità internazionale dei capitali, che costituisce una fonte di instabilità per i sistemi economici.
Occorrerebbe inoltre rifondare le relazioni di lavoro, eliminando la recente legislazione che ha abbassato i salari minimi, ridotto l’importanza dei contratti collettivi di lavoro, ridotto la protezione di disoccupati, aumentato i lavori precari (p.59).
Solo con queste misure sarà possibile sfuggire alla trappola dell’Euro (“escaping the Trap”), concludono Lapavitsas e Mariolis.
Una critica alla Unione Europea e all’Euro non meno tenera di quella dei due economisti greci, che porta tuttavia a conclusioni assai diverse, è quella di Salvatore Biasco, economista e docente della Luiss ( “Regole, Stato, uguaglianza”, Luiss University Press, Roma, 2016).
L’ Austerità della UE è semplicemente irresponsabile, afferma Biasco (p.167), così come le idee che non vi sia alternativa al mercato, che l’intervento pubblico vada sempre evitato e che obiettivo debba essere non la piena occupazione di tutti i cittadini, ma la flessibilità del mercato del lavoro (pp. 118-131).
In questa deriva europea, l’Italia si è distinta come membro particolarmente zelante, innamorata del mercato e convinta della fine delle ideologie, quando in realtà il liberismo della UE altro non era che una dogmatica e coriacea ideologia (p.124).
Si pensi, dice Biasco, alle “lenzuolate” liberalizzatrici di Bersani, o (aggiungo io) alle critiche di eccessiva timidezza mosse a Bersani dal successore Renzi, autore del Jobs Act.
Questa Italia ha accettato il mercato come unico modello di efficienza, e ha quindi smesso di pensare all’equità sociale, alle condizioni dei lavoratori e alla partecipazione dei cittadini (p.119-120).
E’ una Italia ha perso ogni visione industriale, smantellando quelle aziende che prima davano solidità al sistema (p.134), e (aggiungo ancora io) è arrivata a pensare con Renzi che il paese potesse risollevarsi attirando a tutti i costi (come facevano i paesi poveri dell’America Latina nei decenni passati) investimenti delle multinazionali (che non si sono mai visti).
Anche l’infrastruttura statale è stata disgregata, con l’autonomia di enti locali non governati da un efficiente governo centrale (p.135), oppure aggiungerei io, dall’opposto ipercentralismo di Renzi (abolizione delle province, appalti alla Consip, controlli su tutto affidati all’ANAC di Cantone, ecc.) che ha portato alla disgregazione del tessuto locale.
Eppure, pur con queste critiche, l’uscita dall’Euro sarebbe controproducente. E’ indubbio, dice Biasco, in accordo con Lapavitsas e Mariolis, che la nuova valuta (ad esempio una rinata Lira) si svaluterebbe rispetto all’Euro e quindi le esportazioni crescerebbero.
Però, si innescherebbero dinamiche pericolosissime. In primo luogo le banche nazionali subirebbero perdite notevoli (con una parte dei debiti in Euro e gran parte delle attività in Lire); di fronte all’alternativa tra il farle fallire e il salvarle evitando il panico, lo Stato e la Banca d’Italia dovrebbero intervenire con costosissimi salvataggi, determinando una transizione che durerebbe molti anni (pp.178-192).
Nell’economia reale molte aziende si troverebbero di fronte a crolli del loro patrimonio, con conseguenze sugli investimenti e sull’occupazione. In una situazione di estrema incertezza anche i consumi non crescerebbero, e diversi gruppi stranieri presenti in Italia sposterebbero i loro stabilimenti all’estero (pp.178-180).
Conseguenze non meno nefaste si determinerebbero nella finanza statale. La fama faticosamente conquistata dall’Italia di essere un buon debitore svanirebbe improvvisamente; nessuno comprerebbe titoli di Stato italiani, e ciò anche se si mettessero limiti ai movimenti di capitali, misura su cui confidano molto Lapavitsas e Mariolis.
L’era dei tassi di interesse bassi finirebbe, mentre si creerebbero aspettative inflazionistiche e tra paesi si scatenerebbe una guerra valutaria, con fughe di capitali nei paesi sicuri (pp.174-180).
La conclusione di Biasco è chiara: l’unica opzione reale è rimanere nell’Euro; il ritorno alla piccole patrie sarebbe perdente. Solo grandi stati di dimensione continentale possono oggi permettersi di essere autonomi (pp.168-182).

L’importanza del lavoro autonomo per la integrazione sociale

Il programma del governo tedesco per la integrazione dei profughi, denominato “Ankommen in Deutschland” (“Arrivare in Germania”) è giunto al primo anno di attuazione. Ha lo scopo di offrire percorsi concreti di inserimento professionale e lavorativo a una parte del gran numero di profughi che raggiunto la Germania negli ultimi anni (oltre un milione, e 227 mila nel solo ultimo anno).
Il programma coinvolge oltre 800 enti e 14 mila imprese, e in ogni territorio si basa su strategie specifiche (analiticamente descritte nella pubblicazione di Genesis “I profughi come risorsa Progetti e attività in Germania per la integrazione, la formazione e l’inserimento lavorativo dei migranti”).
Il bilancio del primo anno di attività presenta alcuni dati interessanti:
• il 71% dei profughi ha usufruito dei servizi dei Centri per l’impiego (Agenturen für Arbeit);
• il 91% è passato attraverso scuole di formazione professionali (Berufsschulen);
• il 58% ha frequentato corsi di lingua;
• i Comuni hanno collaborato nel 95% dei casi;
• le associazioni degli stranieri nel 92%;
• i sindacati nel 48%.
(*)
Nell’ambito dei progetti i profughi hanno usufruito di molteplici servizi:
• il 92% di servizi di orientamento professionale;
• stessa percentuale per percorsi di formazione professionale in azienda;
• il 58% è stato aiutato a costruire un progetto di lavoro autonomo (Existenzgründung). Questa percentuale molto elevata è dipesa dall’elevato numero di profughi che già nel loro paese (ad esempio in Siria) svolgevano attività autonome, e di quelli che pur non avendo esperienze, si orientano verso il lavoro autonomo per trovare un’occupazione.

(*) Da notare che diversi di questi soggetti, considerati in Germani fondamentali per la soluzione dei problemi di occupazione, sono stati negli ultimi anni indeboliti e privati di risorse in Italia (vedi Centri per l’Impiego).

La crisi bancaria e l’impatto sulle piccole imprese

Quanto l’attuale crisi bancaria impatterà sul mondo delle piccole e delle nuove imprese?
I casi del Monte dei Paschi, delle popolari venete, di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, per citare quelli più importanti, mostrano la fragilità del sistema bancario italiano. Nonostante questa fragilità fosse stata tenacemente negata dai governi, e anzi, si fosse provocatoriamente alluso alla debolezza di banche di altri paesi (la Germania), alla fine chi ha dovuto stanziare 20 miliardi di Euro per salvare banche e risparmiatori è stata l’Italia, non la Germania. 20 miliardi ovviamente sottratti ad altri impieghi, ad esempio scuole, ricerca e infrastrutture.
Le banche tedesche da alcuni anni lamentano il fatto che con dei tassi così bassi non riescono ad avere adeguati margini, le italiane invece, che come le tedesche beneficiano dei tassi bassissimi della BCE, hanno sperperato risorse enormi. Ma come hanno potuto farlo?
Qui vale la pena di notare che la crisi bancaria italiana è molto diversa da quella scoppiata nel 2007-2008, con fallimenti come quello di Lehman Brothers.
Nel mondo anglosassone la crisi scoppiò a causa di spericolate operazioni speculative, e alla invenzione di prodotti finanziari “bidone” rifilati a livello globale. Un eccesso di “innovazione” finanziaria, in uno scenario di globalizzazione, insomma.
In Italia, non a caso qualche anno dopo, è andato in pezzi un sistema bancario colpito alla base dalla crisi del sistema di imprese fiaccato proprio dalla crisi iniziata nel 2007 e aggravata dalle politiche di stagnazione messe in atto a livello europeo. Un problema grave delle banche italiano sono i prestiti “non performanti”, cioè in parole povere prestiti non restituiti, da parte di clienti (soprattutto imprese) che avevano dato in garanzia il classico “collaterale” italiano: un immobile. Di qui banche piene di immobili pignorati ma invendibili, con conseguente crisi di liquidità.
Questo sistema cambierà? Probabilmente no. Se dovesse cambiare, però, una evoluzione favorevole sarebbe quella per cui le banche iniziassero a dare finalmente più importanza, di fronte a una richiesta di finanziamento da parte di una nuova impresa, ad esempio, alla qualità del progetto aziendale e non al valore (teorico) degli immobili dati in garanzia.