La stupidaggine della settimana: “Il lavoro fisso non esiste più!”

In attesa di essere governati da geniali intrattenitori come Fiorello, Crozza o Bisio, capaci di ballare, cantare e inventare simpatiche gag, gli italiani continuano da 20 anni ad essere governati da intrattenitori di serie B.
Nel buio di idee della stazione Leopolda di Firenze (intitolata all’ultimo principe dittatore del Granducato di Toscana, cacciato dal popolo nel 1859), le battute sibilano veloci e pungenti come nei film di Pieraccioni, ma anziché stimolare il pensiero creativo risultano spesso rozze e vagamente stupide. L’ultima, a cui vogliamo dedicare questo articolo, è “il lavoro fisso non esiste più”.
Colossale stupidaggine, visto che in Italia su 22,89 milioni circa di occupati; 14,8 sono dipendenti fissi; 2,37 milioni dipendenti a termine; 0,43 milioni sono collaboratori e 5,25 milioni sono imprenditori.
Quindi i dipendenti fissi sono l’86,2% dell’occupazione dipendente e il 64,8% dell’occupazione complessiva.
Non c’è da stupirsi. Nessuna economia occidentale, nessun settore, nessuna impresa può basarsi su un lavoro precario e instabile. Come potrebbe funzionare un ospedale senza medici e infermieri fissi, che non si conoscono e non sono abituati a lavorare insieme da molto tempo?
Lo stesso vale per una industria (dalla Ferrari a una grande industria chimica), una grande banca, una scuola. Senza una base forte di lavoratori fissi, ben qualificati e organizzati, non è possibile produrre in modo efficiente e con una elevata qualità.
A volte chi racconta il contrario cita la statistica secondo cui i nuovi contratti sono per il 90% precari. E’ vero, ma qui risalta l’ignoranza di chi usa questi numeri. Nel conteggio dei nuovi contratti entrano anche quelli che durano pochi giorni, settimane o mesi. E’ evidente allora che se su 10 nuovi contratti 1 è a tempo indeterminato, questo contratto in termini lavoro futuro conta più di tutti gli altri 9 contratti messi insieme. Un’assunzione a tempo indeterminato può infatti valere 30 anni, i 9 contratti precari sommati fra loro possono valere molto di meno, ad esempio 3 anni.
Rispetto agli altri paesi europei di punta l’Italia ha troppo poco lavoro stabile e invece troppo lavoro precario. L’Italia, può sembrare strano, ha pochi dipendenti pubblici rispetto a Francia e Germania In Italia (Eurostat 2013) il valore aggiunto del settore pubblico è pari solo al 16,8%, in Germania del 18,4%, in Gran Bretagna del 19,4% e in Francia addirittura del 22,9%.
Questo perché la nostra pubblica amministrazione non assume da tempo e si affida a contratti precari o appalti da fame affidati a ditte esterne.
Questo non toglie che il moderno lavoro dipendente richieda flessibilità e intraprendenza (lavoro fisso non significa lavoro fossilizzato), né che una quota importante e crescente dell’economia debba essere svolta da piccole e nuove imprese.
Il lavoro autonomo deve però essere svolto da chi ha maturato un adeguato percorso professionale, spesso come dipendente, e sceglie di mettersi in proprio, per realizzare le sue idee, e non perché mandato allo sbaraglio in quanto costretto dalla mancanza di ogni altra possibilità di impiego.
L’Italia ha una quota di lavoro precario troppo elevata e il problema oggi non è quello di estendere quest’area, ma di riassorbirla, sostenendo come si deve chi vuole mettersi in proprio in modo convinto, e avviando a un lavoro dipendente qualificato e tutelato chi non è pronto o non è interessato a questo passo, molto impegnativo.

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