La forza dell’economia circolare e della sharing economy, pur con tante differenze – Parte 1/2

Il comportamento di noi consumatori sta cambiando notevolmente. L’atteggiamento puramente consumistico, forse anche per effetto della crisi, si è evoluto, lasciando spazio a modalità diverse di utilizzo dei beni.
Sono cresciute la responsabilità verso gli oggetti e la sensibilità ecologica e, circa il potenziale impatto dei rifiuti sull’ambiente. E’ poi subentrata una consapevolezza del fatto che i beni non necessariamente devono essere acquistati e detenuti in proprietà, se possono esservi forme più razionali di utilizzo.
Il primo cambiamento spesso viene definito come “economia circolare”. Un bene che non interessa più, non necessariamente deve finire nel cassonetto. Può essere donato, venduto, trasformato. Altre persone potranno riutilizzarlo, allungandone la vita; in alcuni casi saranno delle imprese a trasformare un rifiuto in una materia prima per altri processi produttivi.
In Italia il 95% dei pannelli di legno per arredi, edilizia, ecc. provengono da legno riciclato; gli indici di riciclaggio della plastica e della carta sono fra i più alti d’Europa; le deiezioni degli allevamenti bovini e suini vengono spesso utilizzati come materia prima per produrre biogas e quindi energia; gli sfalci dell’erba vengono trasformati in alcune città in concime per piante (compost).
Secondo l’Osservatorio sulla “Second Hand Economy” il mercato dei prodotti usati ha in Italia un valore (2016) che si aggira intorno ai 19 miliardi di euro. Predominano le auto, ma da non trascurare sono i beni per la casa e la persona, i prodotti elettronici e l’area sport & hobby.
In questo mercato il canale on line incide per 7,1 miliardi, quindi per il 37,3% del totale.
Il 15% della popolazione italiana –afferma l’Osservatorio- acquista o vende online, e tale attività consente a ogni singolo cittadino di guadagnare o risparmiare mediamente 900 euro all’anno.
Se Internet è riconosciuto come un canale che permette di risparmiare tempo (lo dice il 66% degli intervistati) e di accedere a una offerta più ampia (66%), comprare offline (nei mercatini, nelle concessionarie, ecc.) permette di «toccare con mano» l’effettiva qualità e fattura del bene in cui si è interessati (59%).
Coloro che non acquistano l’usato perché preferiscono comprare oggetti nuovi (43%) sono invece in calo, se messi a confronto con i dati degli anni precedenti.
Vi è poi la nicchia del vintage, che riguarda il 10% della popolazione di chi acquista o vende on line.
Quali opportunità imprenditoriali nascono da questo sviluppo della economia circolare? Ai livelli di una microimpresa, l’apertura di mercatini dell’usato, di laboratori artigiani di restauro e reinvenzione creativa di oggetti (come le borse ricavata da vecchi jeans), di piattaforme Internet per l’incontro fra chi cerca e chi vende oggetti usati, ad esempio nelle nicchie del vintage o del collezionismo.
A un livello di investimenti più alto, le attività di raccolta, trasformazione e rivendita di materie prime quali il legno, la plastica e il vetro, pur già molto diffuse in Italia, potrebbero trovare ulteriore sviluppo in aree geografiche attualmente non servite.

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