Strumenti tecnici

Riceverò mai una pensione?

Spesso chi è interessato a mettersi in proprio, quando nei corsi o nelle consulenze si parla degli obblighi di legge che impongono versamenti pensionistici minimi, reagisce quasi con fastidio, convinto che con i tempi che corrono una pensione non la si riceverà mai.
Che dire? Tre fondamentali cose.
La prima è che si può stare tranquilli: l’INPS (fondato nel 1898) è sopravvissuto a due guerre mondiali e a cambi completi di regime politico, e le pensioni le ha sempre pagate, e continuerà penso a pagarle anche in futuro.
La seconda cosa di cui si può essere certi è che queste pensioni saranno pagate in condizioni sempre peggiori, cioè spostando in avanti l’età pensionistica, alzando le aliquote dei versamenti e abbassando gli assegni.
La tendenza è chiarissima, a partire dalla Riforma Dini del 1995; ogni nuova riforma (e altre ne arriveranno) non fa che peggiorare le cose. Ciò per vari motivi: una economia che non cresce, l’allungamento della speranza di vita, il fatto che sull’INPS si scaricano problemi di assistenza sociali che spetterebbe allo Stato risolvere e non ai soli lavoratori, infine una gestione INPS (a esempio l’investimento in immobili) non al massimo della efficienza.
Ogni progetto d’impresa, e di vita, deve tenere conto di questo contesto. Quindi: pensioni integrative e in generale altre forme di investimento, se si vuole passare una vecchiaia tranquilla. Di ciò dovrebbe tenere conto anche il Business Plan della propria impresa.
La terza cosa da dire è che l’INPS (sulla base di leggi dello Stato) non garantisce tutte le categoria allo stesso modo. Un conto sono le gestioni degli Artigiani e dei Commercianti, già consolidate e affidabili, e un altro è la cosiddetta “Gestione Separata”, che riguarda i liberi professionisti non iscritti ad Albi: contributi alti, incertezze sui criteri di pensionamento, difficoltà nella ricongiunzione dei periodi in Gestione Separata con quelli in cui si sono svolti altri lavori (dipendenti, Artigiani, ecc.). Un vero scandalo.

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Dieci modi per rovinare il tuo Business Plan

Una pubblicazione della Georgia State University (Small Business Development Center Georgia State University, “Writing a Business Plan”, 2015) contiene un gustoso capitolo intitolato “Dieci modi per rovinare il tuo Business Plan” (Ten Ways to Ruin Your Business Plan), che vale la pena di leggere insieme.
Si tratta di errori nella preparazione e nella presentazione del Business Plan, che possono minarne la credibilità e ostacolare le possibilità di ricevere finanziamenti.
1. Trasmettere una copia del Business Plan contenente errori di battitura o macchie di caffè: fa capire che la persona che ha scritto il Business Plan non prende seriamente il processo di programmazione aziendale.
2. Informazioni economiche non aggiornate o irrealistiche lasciano seri dubbi sulle capacità di pianificazione dell’imprenditore.
3. Affermazioni non dimostrate sono dannose; bisogna essere preparati a spiegare il “perché di ogni punto del piano.
4. Scenari troppo rosei, che non considerano anche i pericoli del business, spingono il lettore a concludere che l’idea non è realistica.
5. Anche se i dati economici sono stati preparati da un consulente, l’imprenditore deve essere in grado di spiegarli con precisione.
6. Mancanza di strategie dettagliate. Un piano che include solo enunciazioni strategiche generiche (tipo “prodotti ottimi al più basso prezzo possibile”) sarà respinto come superficiale.
7. Soprattutto quando il Business Plan è preparato per un finanziatore, è importante mostrare che l’imprenditore sta rischiando qualcosa, e non sta solo chiedendo fondi ad altri soggetti.
8. Dal Business Plan deve emergere la volontà di garantire personalmente i crediti ricevuti. Se l’imprenditore non se la sente di rischiare, perché dovrebbe farlo la banca?
9. Le previsioni relative ai prestiti ricevuti devono essere realistiche, e non avere importi gonfiati o condizioni troppo favorevoli.
10. E’ imortante dimostrare che gli utili e il cash flow generati dal progetto saranno in grado di ripagare i prestiti ricevuti.

Perché mai Johan Cruijff era un genio?

Le celebrazioni della morte del grande campione olandese Johan Cruijff, avvenuta nei giorni scorsi, sono state unanimi nel definirlo “genio”, senza che però nessuno spiegasse il perché di tale prestigioso titolo, al di là dei tanti successi della sua carriera, da quelli diretti con l’Ajax e l’Olanda, fino a quelli indiretti come allenatore prima e ispiratore poi del meraviglioso Barcellona di oggi.
In Italia abbiamo sempre considerato come supercampioni del calcio da un lato il brasiliano Pelè, e dall’altro l’argentino Maradona: solisti impareggiabili, individualisti, fino al limite dell’anarchia e della bizzarria (soprattutto Maradona).
Né Pelè né Maradona hanno però cambiato il modo di giocare al calcio; sono stati talenti eccezionali, che non hanno cambiato il gioco di chi è venuto dopo di loro.
Crujiff sì. Con l’Olanda degli anni Settanta compare infatti un modo di giocare che prima di allora non si era mai visto, e che fu chiamato addirittura “calcio totale”.
1) I giocatori si muovono organizzati (si pensi alla tattica del fuori gioco, con avanzamenti improvvisi di tutto il gruppo dei difensori per spiazzare l’attaccante avversario) e non più per iniziativa individuale.
2) Anziché spolmonarsi per correre dietro alla palla (si pensi ai nostri Furino, Gattuso, ecc.), la squadra fa girare la palla stessa, che sempre correrà più veloce di un uomo.
3) Palla e giocatori devono essere continuamente in movimento, per non dare mai punti di riferimento fissi agli avversari.
4) Intercambiabilità dei giocatori, facendo rientrare in difesa anche gli attaccanti, facendo attaccare i difensori, e abituando anche il portiere a partecipare all’azione con i piedi.
5) Gioco a zona: il difensore non deve seguire come un ombra l’avversario diretto, ma se innocuo lasciarlo a se stesso, spostandosi invece a dare manforte ai compagni, anche in un’altra zona del campo, creando una superiorità numerica.
6) Il modo migliore per difendersi è attaccare, non fare barricate in difesa, per risparmiare energie e poi colpire di sorpresa con il contropiede.
7) L’aggressività individuale non va usata nel massacrare di botte l’avversario, ma nel metterlo in condizione di non nuocere, con un pressing asfissiante.
8) Anche il rapporto con l’avversario e con l’arbitro può essere estremamente corretto, e non basato su sotterfugi più o meno geniali (il più geniale di tutti: la “mano de Dios” di Maradona, il goal con la mano contro l’odiata Inghilterra).
9) La disciplina interna va tenuta con il coinvolgimento e lasciando il giusto spazio a ciascuno, non con le tecniche autoritarie degli allenatori dispotici (famosa la questione, mai digerita in Italia, dei calciatori olandesi, capelli lunghi, che andavano in ritiro con mogli e fidanzate, e teorizzavano che dopo avere fatto l’amore, anche in campo il rendimento diventava migliore).
10) Dietro ogni prestazione agonistica deve stare non la pura improvvisazione (Maradona che spesso non si allenava), ma un’accurata preparazione, soprattutto fisica, per garantire alla squadra una efficienza continua per tutta la partita.
11) Infine: quando nella partita si va in vantaggio, non si comincia a giochicchiare per addormentare il gioco, e cercare di difendere il vantaggio minimo, che rimarrebbe comunque a rischio di un episodio sfortunato, ma si continua a impegnarsi fino in fondo per incrementare il vantaggio e renderlo incolmabile, mantenendo vivace e divertente il gioco per gli spettatori.
Concetti, se si guarda bene, fondamentalmente validi per molte organizzazioni, non solo calcistiche. Validi ad esempio per molte aziende.
Concetti però completamente diversi da quelli individualistici all’italiana, che infatti qui nel calcio devono ancora essere digeriti. Lo furono per qualche anno nel grande Milan di Sacchi, anche perché quella squadra era piena di olandesi…Poi Berlusconi ha ripreso in mano la squadra e continua ancora a raccomandare, di fronte a grandi campioni avversari (come Lionel Messi), che per neutralizzarli bisogna “marcarli a uomo”…
In Spagna, o meglio in Catalogna, invece…
Innestando su questi concetti di fondo una maestria tecnica superiore (palleggio, precisione, dribbling, ecc.), il gioco efficace ma ancora un pò rozzo dei ragazzoni olandesi di allora si è trasformato via via in uno splendido spettacolo corale, in cui i pregi del talento individuale sanno fondersi con quelli della organizzazione collettiva.

Finanziarsi col Social Lending

Se funziona lo scambio di alloggi tra privati (Airbnb) o l’autostop modernizzato tipo Bla Bla Car, perché non potrebbe funzionare un rapporto diretto tra privati, per quanto riguarda i finanziamenti? Che bisogno c’è di passare attraverso un intermediario costoso come la banca?
Il Social Lending, detto anche Peer to Peer (da pari a pari) Lending, potrebbe soddisfare questa esigenza di modalità finanziarie alternative.
La chiave ancora una volta potrebbe essere Internet, con piattaforme capaci di mettere in contatto utenti che hanno esigenze complementari (in questo caso prestatori e debitori).
I prestatori offrono il denaro, al tasso e alla durata stabilita dall’intermediario, oppure partecipando a un’asta dove competono con altri finanziatori.
Il prestatore può eventualmente scegliere il tipo di progetto da finanziare (avvio di start up, prestito per sviluppo aziendale, prestito immobiliare, ecc.).
Il debitore viene sostenuto spesso da più finanziatori, che in questo modo frazionano il rischio. Il debitore e i finanziatori non si conoscono mai, se non attraverso l’intermediario.
Il Social Lending è già una realtà in alcuni paesi, soprattutto quelli anglosassoni, USA e Regno Unito in testa.
Secondo il portale P2P-banking.com negli USA i prestiti in essere superano il miliardo di Euro e nel Regno Unito hanno un valore di circa di 300 milioni.
Piccole cifre rispetto ai volumi delle banche, ma comunque in rapida crescita. Nell’ Europa continentale la tendenza è positiva, ma la dimensione del fenomeno è minore, anche se ad esempio in Germania operano già importanti soggetti come Lendico, che fa capo al colosso dell’ e-commerce Zalando.
L’Europa continentale non è più arretrata, semplicemente ha controlli bancari più forti a tutela dei depositanti, come ha dimostrato la crisi bancaria del 2008-2009 dove non sono fallite così tante banche come è avvenuto nei paesi anglo-sassoni.
In Italia, ad esempio, per ridurre al massimo i rischi di truffe (sarebbe facile ingannare degli ingenui risparmiatori, sparendo poi con i loro soldi) chi vuole svolgere questo tipo di attività deve ottenere una impegnativa autorizzazione della Banca d’Italia (ai sensi dell’art. 114 del Testo Unico Bancario), che poi eserciterà attenti controlli sulla solidità finanziaria del soggetto, potendogli ritirare la licenza e commissariarlo (come avviene per le banche gestite in modo scorretto).
Una piattaforma di social lending deve svolgere infatti compiti molto delicati:
• registrare tutti i clienti, rispettando le normative antiriciclaggio;
• raccogliere e amministrare i denari dei prestatori, su appositi conti;
• controllare i clienti finanziatori (per evitare da parte loro l’esercizio del credito in forma professionale);
• valutare il livello di rischio dei clienti richiedenti, escludendo quelli con merito creditizio insufficiente e attribuendo loro un tasso di interesse coerente con il livello di rischio. Ad ogni richiedente viene assegnato un rating, cioè un livello di affidabilità, interrogando le centrali rischi private. Più il livello è scadente e più i tassi di interesse per i prestatori sono alti per compensare il rischio.
• Proporre diverse opzioni di finanziamento;
• trasferire i fondi dai finanziatori ai finanziati contabilizzando tutti i flussi;
• recuperare le somme eventualmente dovute e non pagate dai clienti finanziati.

D’altra parte, la società di peer to peer (P2P) Lending non sopporterà alcun rischio di credito. Il prestito erogato dal prestatore non è protetto da garanzie nel caso di default del richiedente. L’eventuale insolvenza del debitore ricadrà sul cliente finanziatore, che potrà rivalersi sul debitore con i normali strumenti del recupero crediti.
Il guadagno dell’azienda di social lending viene generato dalle commissioni percepite dai clienti, in percentuale sugli importi del prestito iniziale (es. 1-3%) e sugli interessi percepiti nel corso del tempo (es. 0,3%).
Riuscirà il P2P lending a diffondersi anche in Italia? In Italia stanno sorgendo le prime piattaforme e la prospettive sembrano incoraggianti. La domanda di finanziamenti certo non manca, anche a causa dei problemi che il sistema bancario spesso frappone.
Non è detto però, ed è questo il punto interrogativo maggiore, che si concretizzino finanziatori disposti a correre dei rischi che sono certamente maggiori di quelli che si potrebbero avere con forme di investimento più tradizionali.

Governare i flussi finanziari

cover3_start-up-package_Il-punto-di-massimo-indebitamentoMolte nuove imprese hanno difficoltà a gestire la situazione della liquidità e per questo motivo rischiano di entrare ben presto in affanno finanziario, se non addirittura in una situazione di serio pericolo di fallimento.
Senza liquidità, cioè senza risorse immediatamente impiegabili per pagare fornitori, collaboratori, tasse, ecc. una impresa cessa di funzionare. Nella sua tipica mentalità, lo Start Upper tende a sottovalutare i temi finanziari, in quanto spesso pensa che una buona o eccellente innovazione tecnologica non possa non generare altro che abbondanti cash-flow. La stampa ha una parte di colpa nel formarsi di questa erronea concezione, in quanto celebrando i successi straordinari di poche eccezionali aziende (da Google a Facebook) mette del tutto in ombra la concreta realtà di milioni di Start Up che nel mondo sono pure partite con ottime idee, ma non hanno avuto il successo a cui potevano aspirare, in molti casi proprio perché non erano suppor-tate da un’adeguata strategia finanziaria. La speranza inconscia di chi avvia una impresa è che questo aspetto non esista, e che le vendite dei propri prodotti e servizi siano sufficienti a generare tutta la liquidità necessaria.

Purtroppo non è così scontato. Il ritardo in un incasso, una spesa straordinaria, la mancata previsione di uscite fiscali possono complicare la scena e portare a seri squilibri, che inizialmente verranno gestiti ritardando finché possi-bile i pagamenti ai fornitori (con conseguenze comunque negative sulla qualità delle collaborazioni in corso) e poi cercando affannosamente e disordinatamente fonti di finanziamento, con esiti non sempre soddisfacenti.

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Raggiungere un reddito soddisfacente

cover1_start-up-package_Reddito-soddisfacente

L’avvio di una Start Up avviene sulla base di una idea innovativa, le cui prospettive sono ovviamente incerte, data anche la novità dei beni e servizi proposti.
Le reazioni della potenziale clientela possono anche essere state sondate con un’apposita indagine, e la concorrenza può essere stata studiata attentamente.
Tuttavia il grado di incertezza resterà elevato per tutta la fase iniziale, e potrà ridursi in parte soltanto quando l’impresa si sarà inserita stabilmente nel mercato.
Per “navigare” in un contesto così ricco di incognite la start up deve possedere una struttura flessibile, capace di adattarsi agli imprevisti e di cogliere rapidamente le opportunità che si presenteranno.
Dovrà essere un veicolo leggero e veloce, ma queste doti dipenderanno in ultima istanza dalla struttura dei suoi costi.
Conoscere il proprio Punto di Pareggio è fondamentale, ma ancora più importante è governare questa variabile, costruendo una impresa la cui struttura dei costi consenta un elevato grado di flessibilità e quindi faciliti il raggiungimento di un reddito soddisfacente per i soci.
Spesso però, quando iniziano l’attività, le nuove imprese non hanno una chiara visione dei costi a cui andranno incontro.
Primo compito del consulente è quello di fare loro un quadro completo, ricordando anche aspetti che non sempre sono considerati.
Altra funzione utile del consulente è quella di mostrare la pluralità dei modi con cui un problema operativo può essere affrontato. Una soluzione organizzativa diversa può infatti portare a una riduzione o alla eliminazione di un costo.
Non sempre, poi, è assolutamente prioritario ridurre un determinato costo. Un costo può essere più elevato, ma servire a migliorare la produttività dell’azienda e ad aumentarne la redditività.
Ultimo errore frequente dell’imprenditore senza esperienza è quello di non vedere l’azienda come un organismo destinato ad evolversi e a cambiare nel tempo. La struttura organizzativa, e dei costi, con cui l’impresa inizia l’attività è solo la base di una evoluzione futura che è possibile prevedere almeno in un orizzonte di medio periodo.

Il ritorno dell’Anatocismo, il trucco amato dalle banche italiane

Con il termine Anatocismo si intende la capitalizzazione degli interessi su un prestito, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi). Nella prassi bancaria, tali interessi vengono definiti “composti”.

Il calcolo degli interessi con l’anatocismo, anziché con un calcolo a capitalizzazione semplice, determina una crescita esponenziale del debito, di conseguenza per periodi inferiori all’anno l’importo calcolato con la capitalizzazione composta sarà inferiore a quello che si determina nella capitalizzazione semplice.

Una serie di sentenze della Corte di Cassazione. dopo anni di lotte delle associazioni dei consumatori, aveva costretto le banche a rinunciare all’anatocismo.

Il governo Renzi, con il “Decreto competitività e crescita”, (25 giugno) ha riabilitato l’anatocismo, affidando al Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio a determinare modalità e criteri per la produzione degli interessi sugli interessi.

Probabilmente le associazioni presenteranno nuovi ricorsi in Cassazione.

Per il momento si è avuto la conferma di quanto continuino ad essere dominanti, come ai tempi dei governi precedenti (Monti in testa) gli interessi delle banche su quelli delle imprese.

Ovviamente l’IRAP resterà

Nel post del 20 febbraio 2014 ci eravamo chiesti “Ma davvero l’IRAP verrà abolita?”. E avevamo avanzato un ragionamento molto semplice: lo Stato italiano, e soprattutto le Regioni, per il finanziamento della sanità, non possono fare a meno di questa imposta.

Tant’è che nonostante i proclami iniziali del governo Renzi-Padoan l’IRAP è rimasta tranquillamente al suo posto, subendo soltanto una limatina dal 3,90% al 3,50%, del tutto simile a quella che già si era già avuta ai tempi del governo Prodi (dal 4,25 al 3,90%).

L’IRAP è una imposta iniqua, certo (sugli aspetti tecnici vedi il precedente post), ma è ormai indispensabile per la tenuta dei conti pubblici italiani.

Si pensi che se non ci fosse l’IRAP il trasferimento della sede della Fiat a Londra lo Stato italiano non avrebbe incassato nulla sugli utili fatti dall’azienda in Italia; grazie all’IRAP, che si basa anche sul costo della manodopera, tutte le regioni italiane in cui vi sono insediamenti Fiat (dal Piemonte al Molise) incasseranno una parte del gettito, non lasciandolo quindi tutto ai cari amici inglesi.

https://dangelilloimpresa.wordpress.com/2014/02/20/ma-davvero-lirap-verra-abolita/

Il punto di massimo indebitamento nelle start up

Molte nuove imprese rischiano di entrare ben presto in affanno finanziario, se non addirittura in una situazione di serio pericolo di fallimento, in quanto non sono in grado di gestire la situazione della liquidità.

Il ritardo in un incasso, una spesa straordinaria, la mancata previsione di uscite fiscali  possono portare a seri squilibri che inizialmente vengono gestiti ritardando finché possibile i pagamenti ai fornitori (con conseguenze comunque negative sulla qualità delle collaborazioni in corso) e poi cercando affannosamente e disordinatamente fonti di finanziamento, con esiti non sempre soddisfacenti.

Particolarmente esposte sono le start up che hanno un mercato costituito da altre imprese o enti pubblici, soggetti cioè che fisiologicamente pagano in ritardo e in periodi di crisi a volte (le imprese) rischiano di non pagare neppure.

Nella tipica mentalità dello start upper i temi finanziario sono sottovalutati, in quanto è tenace la presunzione che una buona o eccellente innovazione tecnologica non possa non generare abbondanti cash-flow.

La stampa ha una parte di colpa nel formarsi di questa erronea concezione, in quanto celebrando i successi straordinari di poche eccezionali aziende (da Google a Facebook) mette del tutto in ombra la concreta realtà di milioni di start up che nel mondo sono pure partite con ottime idee ma non hanno avuto il successo dei grandi, in molti casi proprio perché non supportate da un’adeguata strategia finanziaria.

L’esperienza di consulente mi dice che mettere in sicurezza le finanze di una start up non è facile, ma che comunque alcuni strumenti tecnici di sicura utilità ci sono.

Particolarmente importante è quello che GENESIS definisce “PUNTO MASSIMO DI INDEBITAMENTO”, cioè il livello peggiore di squilibrio finanziario che nel corso di un anno, e particolarmente dell’assai delicato primo anno di attività, la start up si troverà ad affrontare.

Quasi sempre una impresa nasce con un capitale sociale insufficiente ad affrontare gli investimenti necessari. In questo non c’è nulla di drammatico, a condizione che l’entità dei capitali esterni da reperire sia quantificata con esattezza.

Il “PUNTO MASSIMO DI INDEBITAMENTO” è un dato che si può ricavare non solo quantificando gli investimenti iniziali (in capitale fisso e circolante) e mettendoli a rapporto con il capitale sociale, ma anche calcolando molti altri fattori finanziari che nel corso dell’anno incideranno e non poco sulla liquidità della start up:

  1. tempi di incasso dai clienti;
  2. stagionalità delle vendite;
  3. tempi di pagamento ai fornitori;
  4. versamenti e crediti IVA;
  5. costituzione di scorte;
  6. versamento di cauzioni;
  7. anticipi nel versamento degli utili ai soci;
  8. pagamenti di imposte sul reddito e di contributi previdenziali;
  9. pagamento di mensilità aggiuntive ad eventuali dipendenti.

In una situazione come quella descritta dal grafico successivo si vede che per quanto, qualora si facesse la media delle situazioni mensili, l’impresa riuscirebbe avere una situazione della liquidità abbastanza in equilibrio, un’analisi mensile evidenzia che nei mesi di marzo-aprile l’ indebitamento potenziale della start up si avvicinerebbe ai 35 mila Euro, per poi migliorare nei mesi successivi.

Sapendolo in anticipo la start up potrebbe  mettere anticipatamente in atto tutte le strategie più efficaci e fattibili per abbassare  il “PUNTO MASSIMO DI INDEBITAMENTO”, ad esempio combinano piccoli slittamenti nei pagamenti con riduzioni nelle scorte di capitale circolante.

Inoltre l’impresa sarebbe in condizione di predisporre le necessarie coperture, anche muovendosi adeguatamente nei riguardi del sistema bancario e facendo richiesta degli strumenti finanziari più convenienti.

Non sono manovre particolarmente sofisticate, ma interventi relativamente semplici che però presuppongono l’impiego di corretti strumenti di previsione, che spesso in una start up sono assenti talvolta per ignoranza e in altri casi per la sottovalutazione di problemi ritenuti meno importanti di quelli strettamente produttivi.

Verso il tramonto di Facebook?

Secondo una ricerca del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale dell’università di Princeton, l’80% degli utenti di Facebook abbandonerà il social network tra il 2015 e il 2017.

Lo studio, ripreso dalla rivista “Time”, sostiene che per comprendere il fenomeno Facebook sia necessario paragonarlo a un virus: che si diffonde rapidamente, ottiene un picco significativo di “infetti” e altrettanto velocemente si ritira, lasciando il social network con l’80% di utenti in meno alla fine del 2017.

Se così fosse, al di la delle sorti finora molto felici dell’azienda di Mark Zuckerberg, cambierebbero le prospettive di molte imprese (e nuove imprese) che oggi puntano sulle potenzialità di contatto che Facebook teoricamente con il suo miliardo di utenti dichiarati (in tutto il mondo).

Da luogo di incontro obbligato, Facebook finirebbe per rivelarsi (come molti sospettano da tempo) una fiera delle vanità e di egocentrismo di un numero calante di persone, che tramite il profilo comunicano che il loro gattino è nato o che hanno cambiato il fidanzato, postando foto dei propri tatuaggi o dei propri idoli musicali. Questo a un mondo disattento e a reti di amicizie dove gli amici reali sono veramente pochi.

http://www.genesis.it/pubblicazioni-libri1.htm