Come lo fanno il francesi?

Nella cultura francese, quali sono gli aspetti che nella stesura di un Business Plan, distinguono dalla impostazione anglo-sassone, da quella italiana o da quella tedesca?
Senz’altro la grande attenzione alla persona dell’imprenditore, al soggetto che dovrà concretamente mettere in pratica il progetto, quindi alla “cohérence homme/projet”.
In Italia siamo troppo convinti che chiunque possa rivelarsi un buon imprenditore, e che l’improvvisazione possa compensare l’esistenza di carenze di preparazione, e non solo.
Trasformarsi un un buon “chef d’entreprise” non è facile. Quest’ultimo deve sapere fare il mestiere di “généraliste”. Vi mancano a tale scopo delle nozioni tecniche e gestionali (includendo in queste anche quelle fiscali, sul bilancio, ecc.), che possono essere acquisite tramite un corso di formazione? Siete capaci di sviluppare relazioni che presuppongono un “comportement ouvert”?
Avete una capacità di azione, di resistenza fisica, di solidità psicologica, di dialogo interpersonale, di intraprendenza adeguata al compito? Avete esperienze nel settore che possono rivelarsi preziose nella nuova attività? Avete costruito relazioni che potranno tornare utili anche per la nuova impresa?
E le motivazioni sono sufficientemente forti? Perché volete creare una impresa? Per risolvere dei problemi personali? Per essere più indipendenti? Per avere più potere? Per raggiungere una posizione sociale più alta? Per mettere a frutto le vostre conoscenze?
Solo con adeguate motivazioni si possono affrontare momenti difficili ed evitare errori gravi nella conduzione dell’azienda.
Qual è la disponibilità effettiva a dedicarvi all’impresa? Ad esempio, sareste disposti a rinunciare a tre week end di fila per lavorare oltre all’orario normale? Sareste disposti a rinunciare alle vacanze perché in luglio avete guadagnato poco? O perché anzi c’è troppo lavoro?
Infine, anche la salute ha una certa importanza. Siete abituati a lavorare per molte ore? E a fare sforzi fisici (anche semplicemente stando seduto davanti a un computer)? A reggere la tensione nervosa, che inevitabilmente si genera ad esempio quando aspettate di incassare una fattura, di ottenere un nuovo contratto o di ricevere un finanziamento?

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Chi crea Start Up tecnologiche?

Una indagine del tedesco Kreditanstalt fuer Wiederaufbau ha mostrato che su 100 donne che aprono una nuova impresa, il 13% offre prodotti o servizi digitali. La percentuale sale invece fra gli uomini, con in quali diventa del 23%.
Distinzioni significative, anche se non nettissime, emergono anche per le diverse fasce età.
Su 100 giovani tedeschi di 18-30 anni che prono una nuova impresa il 23% si indirizza verso prodotti e servizi digitali. La percentuale scende al 18% fra i creatori di 31-40 anni, e al 14% fra quelli di 41-50 anni, ma risale al 15% fra quelli di 51 anni e oltre.

Quanto bisogno ci sarebbe di investimenti del Venture Capital

Una recente ricerca di Genesis mostra quanta strada ci sia ancora da fare per trovare investitori per le start up italiane.
La ricerca, intitolata “Investire nelle Start Up. Il sistema delle grandi imprese tedesche per rafforzarsi e innovare”, ricostruisce gli investimenti di 15 grandi società di Venture Capital tedesche, legate a grandi imprese dell’industria (BMW, Siemens, ecc,) e dei servizi (Allianz, Commerzbank, ecc.).
Ebbene, quando si vanno a esaminare le destinazioni geografiche di 227 investimenti in start up effettuati nel 2016, l’Italia è assente.
I Venture Capital tedeschi investono soprattutto in start up con sede in Germania (54,2%), Stati Uniti (22,5%), paesi nordici (4,8%), Austria-Svizzera (2,6%), Israele (2,6%).
L’Italia non compare neppure nell’aggregato “Altri paesi”, dove ci sono Singapore, Cipro, Brasile, ecc., ed è superata dalla Spagna (0,9%).
La cosa mi sembra preoccupante, dati gli intensi legami economici che ci sono sempre stati tra Italia e Germania. Evidentemente questi legami riguardano le aziende già consolidate, non le start up.
Ci si può forse consolare pensando che l’Italia è in buona compagnia, in quanto anche la Francia è assente dagli investimenti tedeschi.
C’è però da dire che in Francia c’è un vivace mercato nazionale del Venture Capital, cosa che in Italia manca.
Insomma, la strada da fare è veramente tanta.

La crisi bancaria e l’impatto sulle piccole imprese

Quanto l’attuale crisi bancaria impatterà sul mondo delle piccole e delle nuove imprese?
I casi del Monte dei Paschi, delle popolari venete, di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, per citare quelli più importanti, mostrano la fragilità del sistema bancario italiano. Nonostante questa fragilità fosse stata tenacemente negata dai governi, e anzi, si fosse provocatoriamente alluso alla debolezza di banche di altri paesi (la Germania), alla fine chi ha dovuto stanziare 20 miliardi di Euro per salvare banche e risparmiatori è stata l’Italia, non la Germania. 20 miliardi ovviamente sottratti ad altri impieghi, ad esempio scuole, ricerca e infrastrutture.
Le banche tedesche da alcuni anni lamentano il fatto che con dei tassi così bassi non riescono ad avere adeguati margini, le italiane invece, che come le tedesche beneficiano dei tassi bassissimi della BCE, hanno sperperato risorse enormi. Ma come hanno potuto farlo?
Qui vale la pena di notare che la crisi bancaria italiana è molto diversa da quella scoppiata nel 2007-2008, con fallimenti come quello di Lehman Brothers.
Nel mondo anglosassone la crisi scoppiò a causa di spericolate operazioni speculative, e alla invenzione di prodotti finanziari “bidone” rifilati a livello globale. Un eccesso di “innovazione” finanziaria, in uno scenario di globalizzazione, insomma.
In Italia, non a caso qualche anno dopo, è andato in pezzi un sistema bancario colpito alla base dalla crisi del sistema di imprese fiaccato proprio dalla crisi iniziata nel 2007 e aggravata dalle politiche di stagnazione messe in atto a livello europeo. Un problema grave delle banche italiano sono i prestiti “non performanti”, cioè in parole povere prestiti non restituiti, da parte di clienti (soprattutto imprese) che avevano dato in garanzia il classico “collaterale” italiano: un immobile. Di qui banche piene di immobili pignorati ma invendibili, con conseguente crisi di liquidità.
Questo sistema cambierà? Probabilmente no. Se dovesse cambiare, però, una evoluzione favorevole sarebbe quella per cui le banche iniziassero a dare finalmente più importanza, di fronte a una richiesta di finanziamento da parte di una nuova impresa, ad esempio, alla qualità del progetto aziendale e non al valore (teorico) degli immobili dati in garanzia.

Toglietevi dai piedi!

Le tristi e crudeli esternazioni del ministro del lavoro Poletti riguardo ai giovani e alla loro ricerca di lavoro fanno capire non solo quanto la politica sia caduta in basso, ma quanto sia importante per tante persone (giovani e non) trovare una soluzione lavorativa mettendosi in proprio.
Se persino il ministro del lavoro non sa andare oltre ai voucher e non è in grado di promettere altro che impieghi flessibili a basso salario, bisogna allora auto-organizzarsi e fare leva sulle proprie capacità progettuali.
In fondo, le cooperative erano anticamente nate con questo scopo. Giuliano Poletti, che viene proprio dal mondo cooperativo, ha forse dimenticato quella lezione.

Il Business Plan: come si scrive nelle diverse culture

A chi per mestiere si trova a consultare e analizzare Business Plan scritti in diversi paesi può venire spontaneo chiedersi se nelle metodologie utilizzate nel mondo vi siano differenze che riflettono il diverso contesto in cui il Business Plan è stato scritto.
In fondo, si può obiettare, la metodologia da applicare è unica, non fa differenza analizzare un progetto a Bologna, Amburgo o New York.
Eppure, le differenze ci sono, non è così semplice dire quali, ma proviamo ad abbozzarle, brevemente e certo superficialmente.
I Business Plan scritti dai “maestri” (è qui che questo tipo di disciplina è nata) americani e inglesi abbondano di parti che servono a misurare il rendimento finanziario del progetto. L’ottica è quella dell’investitore che sceglie tra vari possibili progetti e che opta per uno piuttosto che per l’altro in base al rendimento atteso dell’investimento.
Di qui calcoli ad esempio sul cosiddetto “Pay back period”: in quanti anni il denaro investito “tornerà indietro”? In Italia, ad esempio, questo aspetto esiste ma è meno rilevante. Chi avvia una impresa è spesso una persona (o più persone) che fanno un investimento finanziario, ma anche e soprattutto un investimento lavorativo, creativo e di vita, per cui l’indicatore puramente finanziario è troppo limitativo.
Se si consultano i business plan e i manuali tecnici scritti in lingua tedesca si nota il peso di quella che potremmo definire la “pignoleria tedesca”.
Fare una impresa richiede precisione, ogni dettaglio va spiegato accuratamente, e per non sbagliarsi ecco uno strumento tipicamente tedesco, che ad esempio è poco utilizzato in Italia: le “ckeck list”, cioè liste di domande a cui rispondere sistematicamente per evitare che il nuovo imprenditore, preso da un eccesso di improvvisazione, rischi di dimenticarsi dei passaggi fondamentali.
Veniamo ai Business Plan italiani, in cui anche noi siamo quotidianamente coinvolti. Non vi è dubbio che i nostri elaborati siano sovraccarichi (rispetto agli omologhi stranieri) di parti che trattano di autorizzazioni e adempimenti amministrativi (in perenne evoluzione, con leggi e leggine che cambiano continuamente le regole), e di altre che riguardano la incidenza del carico fiscale e di quello contributivo (idem).
Si tratta di aspetti che evidentemente esistono anche altrove, ma che da noi assumono una importanza maggiore, facendo diventare una fondamentale abilità imprenditoriale quella di scegliere le soluzioni più snelle, ad esempio optando per una forma giuridica piuttosto che per un’altra.
Il tema di una organizzazione snella, flessibile, pronta ad adattarsi ai cambiamenti del contesto assume in Italia una importanza ancora maggiore che in altri paesi. Anche il Business Plan deve inevitabilmente tenerne conto.

Potere, potere, potere…

La riforma della Costituzione è mossa dal principale intento di accentrare i poteri politici ed economici in un gruppo ristretto di persone e di gruppi di interesse, per dominare le istituzioni senza contrappesi democratici (enti locali, regioni, magistratura, associazioni imprenditoriali e sindacali, ecc.), dominare i Media e muovere all’assalto dell’economia privata imbracciando poteri straordinari.
Si potranno quindi fare, senza obiezioni, ponti sullo Stretto di Messina, disastri ambientali, nomine di famiglia in banche e imprese, tassazioni straordinarie per ripianare gli sprechi di ministri vanagloriosi e spreconi (addirittura una passeggiata con la portaerei Garibaldi in occasione della visita della Merkel).
E’ un progetto che spaventa, e che ricorda un lontano e triste passato, ma che piace non a caso alla Germania di Wolfgang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, che ha sempre teorizzato un ruolo periferico e sottomesso dell’Italia.
La Germania ha bisogno di fedeli pro-consoli e ha potuto verificare in questi 3 anni che il nostro paese, pur guidato da rappresentanti ciarlieri, si è sempre allineato docilmente alle scelte europee, anche quando queste nuocevano ai suoi interessi. Schäuble, che a suo tempo aveva quasi sbranato la povera Grecia di Tsipras, ha espresso pieno appoggio alle “riforme” di Renzi.
La strada giusta non è però questa. L’Italia ha bisogno di ripartire mobilitando le sue energie migliori, non di rottamare chiunque non è allineato.
Ha bisogno di leader inclusivi, non di maestri medievali dell’arte dell’inganno (“stai sereno”)
L’autorevole Financial Times ricorda agli italiani che il problema del nostro paese non è quello di fare e rifare le leggi, modificare costituzioni e accentrare poteri nelle mani di autocrati presenti e futuri, ma di affrontare i problemi reali del paese.
Ad esempio il Parlamento italiano ha varato in pochi anni ben tre riforme degli appalti pubblici (l’ultima delle quali, 2015, la più confusa di tutte), complicando ulteriormente le procedure, e aumentando i costi per cittadini e imprese.
“Ciò di cui l’Italia ha bisogno non sono più leggi da approvare più rapidamente ma meno leggi e migliori”, dice il Financial Times, aggiungendo che “le riforme costituzionali faranno ben poco per migliorare la qualità del governo, della legislazione e della politica”.
L’Italia è il paese che crede di combattere la mafia con i certificati anti-mafia o la corruzione con le autorizzazioni dell’ANAC (ennesimo ente dedicato a controllare altri enti) di Raffaele Cantone.
La presunta abolizione delle Province (in realtà non avvenuta) è servita a tagliare fondi per funzioni essenziali come la manutenzione delle strade, come il drammatico crollo del cavalcavia di Lecco (di competenza della Provincia senza fondi) ha drammaticamente evidenziato.
Fare molto, in fretta e male non è mai la soluzione migliore, in nessun campo, men che meno se allo scopo serve demolire una Costituzione che è stata l’architrave del vivere civile per 70 anni.

L’agricoltura e la spinta dei giovani italiani al Self-employment

Una recente indagine della Coldiretti ha mostrato che l’Italia è il paese europeo per numero di imprese condotte da giovani con meno di 35 anni.
La situazione di alta disoccupazione giovanile non impedisce, e anzi probabilmente induce una spinta verso il “self-employment”.
D’altra parte, sembrano infondate le polemiche che spesso vengono mosse contro le presunte difficoltà ad aprire una impresa.
In Italia non è affatto difficile aprire una impresa; è difficile trovare un mercato che offra prospettive promettenti. E indubbiamente, anche perché spinti dalla necessità, molte persone affrontano la scelta imprenditoriale senza la dovuta preparazione.
La ricerca Coldiretti è interessante anche per indicare i settori preferiti dai giovani: in primis l’ampio contenitore del commercio (11 mila nuove aperture nei primi 9 mesi del 2016), l’agricoltura, le costruzioni specializzate, la ristorazione, i servizi alle persone.
La Coldiretti ha una particolare autorevolezza in ambito agricolo. La sua indagine mostra che molti dei giovani agricoltori sono di prima generazione e si indirizzano spesso verso colture innovative. Il 50% è dotato di laurea, il 57% ha fatto innovazione nell’ultimo anno, il 74% è orgoglioso del lavoro fatto e il 78% è soddisfatto di essere entrato in agricoltura.

Terremoto e cavalcavia di Lecco: quello che non si dice

L’esigenza di rientrare nei parametri di Maastricht e nel cosiddetto Patto di stabilità ha portato negli anni scorsi lo Stato italiano a tagliare drammaticamente le spese per la manutenzione del territorio.
La quasi abolizione delle Province, enti addetti alla manutenzione di strade e scuole, ha fatto il resto.
Se un territorio con supponiamo 100 cavalcavia, prima del Patto di stabilità riusciva ogni anno a fare un’adeguata manutenzione (mettendo in moto imprese e professionisti del settore) a 3-5 di queste strutture (un numero comunque basso), nel 2016 le risorse finanziarie sono state ridotte di cinque volte, per cui si riesce a malapena a fare una manutenzione all’anno.
Il crollo del cavalcavia di Lecco è stato clamoroso e sintomatico di una incuria di cui fanno le spese oggi sia i cittadini sia le imprese e i lavoratori che potrebbero mettere a disposizione utilmente la loro professionalità.
La stabilità dei conti produce la instabilità del suolo, quindi distruzione e morte: cosa è meglio?

Non basta avere per primi una buona idea

Non sempre chi ha per primo una certa idea imprenditoriale (il cosiddetto “First comer”, colui/colei che arriva per primo) riesce ad affermarsi nel mercato.
Partire per primi dà un certo vantaggio iniziale, ma poi dipende da come si sviluppa l’impresa introducendo ulteriori innovazioni, creando un gruppo affiatato e una struttura aziendale efficiente.
E’ come nello sport. Nel video che segue si vede una gara dei 100 metri in cui scattano per primi alcuni atleti (specie lo statunitense Justin Gatlin), ma dopo qualche metro c’è un certo Usain Bolt che recupera e va a vincere in scioltezza…

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