Costi e importanza della buona politica

Ossessionati a partire da Tangentopoli (1992) dal problema dei “costi della politica”, gli Italiani hanno sottoscritto nello stesso anno il cosiddetto Trattato di Maastricht, che di fatto trasferisce le grandi scelte del nostro paese all’Europa, cioè ai paesi più forti, in primis la Germania.
Così facendo l’Italia ha indubbiamente ridotto i costi della politica, perché non ha più dovuto pensare, informarsi, approfondire la conoscenza dei problemi. La politica italiana si è trasformata in comunicazione e propaganda, in faziosità medievale, non in soluzione dei problemi. A livello internazionale i politici italiani si sono presentati con gag, vanagloria e pacche sulle spalle, ma senza strategie precise.
Bisogna essere consapevoli che i paesi forti, i quali hanno una politica robusta e molto attenta agli interessi nazionali, e mai perderebbero tempo in quisquilie quali i rimborsi spese dei loro politici, da 25 anni stanno amministrando il potere di decisione che l’Italia gli ha incautamente regalato, nel loro esclusivo interesse economico, non nel nostro.

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Una piccola ripresa c’è: cosa sta cambiando?

Per quanto modesta, una ripresa ormai c’è, in molti settori. Questo è importante soprattutto perché sta cambiando l’atteggiamento e le aspettative di molte persone e molti imprenditori. La priorità è sempre meno quella di difendersi dalla crisi, e sempre più quello di sviluppare idee nuove per partecipare alla nuova fase economica, senza farsi sfuggire le opportunità che emergono.
L’incertezza ovviamente regna sovrana, perché la ripresa potrebbe rimanere asfittica, ma potrebbe anche accelerare.
Meglio quindi prestare la massima attenzione (lo stare in allerta, l’“alertness” è proprio il termine impiegato da alcuni studiosi anglo-sassoni), prepararsi adeguatamente e sviluppare atteggiamenti pro-attivi.

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LIDL sponsor della nazionale

Fino a tutto il 2018, anno dei Mondiali, lo sponsor della nazionale italiana di calcio sarà LIDL, multinazionale tedesca famosa per i suoi supermercati discount.
E’ un segno dei tempi, così come i patetici discorsi che hanno accompagnato la presentazione della collaborazione, che secondo i rappresentanti della Federazione Italiana Gioco Calcio, servirebbe a promuovere la diffusione della “italianità” nel mondo…

Riceverò mai una pensione?

Spesso chi è interessato a mettersi in proprio, quando nei corsi o nelle consulenze si parla degli obblighi di legge che impongono versamenti pensionistici minimi, reagisce quasi con fastidio, convinto che con i tempi che corrono una pensione non la si riceverà mai.
Che dire? Tre fondamentali cose.
La prima è che si può stare tranquilli: l’INPS (fondato nel 1898) è sopravvissuto a due guerre mondiali e a cambi completi di regime politico, e le pensioni le ha sempre pagate, e continuerà penso a pagarle anche in futuro.
La seconda cosa di cui si può essere certi è che queste pensioni saranno pagate in condizioni sempre peggiori, cioè spostando in avanti l’età pensionistica, alzando le aliquote dei versamenti e abbassando gli assegni.
La tendenza è chiarissima, a partire dalla Riforma Dini del 1995; ogni nuova riforma (e altre ne arriveranno) non fa che peggiorare le cose. Ciò per vari motivi: una economia che non cresce, l’allungamento della speranza di vita, il fatto che sull’INPS si scaricano problemi di assistenza sociali che spetterebbe allo Stato risolvere e non ai soli lavoratori, infine una gestione INPS (a esempio l’investimento in immobili) non al massimo della efficienza.
Ogni progetto d’impresa, e di vita, deve tenere conto di questo contesto. Quindi: pensioni integrative e in generale altre forme di investimento, se si vuole passare una vecchiaia tranquilla. Di ciò dovrebbe tenere conto anche il Business Plan della propria impresa.
La terza cosa da dire è che l’INPS (sulla base di leggi dello Stato) non garantisce tutte le categoria allo stesso modo. Un conto sono le gestioni degli Artigiani e dei Commercianti, già consolidate e affidabili, e un altro è la cosiddetta “Gestione Separata”, che riguarda i liberi professionisti non iscritti ad Albi: contributi alti, incertezze sui criteri di pensionamento, difficoltà nella ricongiunzione dei periodi in Gestione Separata con quelli in cui si sono svolti altri lavori (dipendenti, Artigiani, ecc.). Un vero scandalo.

Alitalia sarà alla fine comprata da Lufthansa?

Per chi si occupa di Business Plan quello di Alitalia è un caso di studio: come si possa sbagliare ripetutamente dei piani industriali, pur disponendo di abbondanti risorse per pagare importanti manager e consulenti.
Come si può ad esempio fare previsioni di crescita del fatturato, senza tenere conto della micidiale concorrenza indiretta dei treni ad alta velocità, che in Italia hanno fatto crollare la fonte di redditività garantita ad Alitalia dal quasi monopolio della tratta aerea Roma-Milano?
Siamo in presenza di errori non semplicemente imputabili a manchevolezze aziendali, ma a condizionamenti politici che si sono distinti per una eccezionale incapacità strategica.
Fin da quando Alitalia in crisi poteva essere assorbita da Airfrance, e non fu fatto per nazionalismo (non sia mai! e poi diciamo che i francesi sono sciovinisti), mettendo in campo (Berlusconi) i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Nulla fu risolto, finché arrivarono le grandi banche e gli arabi di Etihad, con capitali importanti ma strategie carenti, proseguendo il declino della compagnia, fino alla crisi dei nostri giorni.
Convinta delle virtù del privato e della necessità di pagare sempre meno i lavoratori, l’Italia è diventato così l’unico grande Stato europeo senza una compagnia di bandiera pubblica, che ora potrebbe essere liquidata del tutto oppure venduta per l’ennesima volta.
Ma a chi? La logica direbbe Lufthansa, visto che i tedeschi stanno accentrando su di sé tutti i principali asset della logistica europea, nella loro tenace e determinata convinzione che l’Europa debba diventare (vedi affermazioni del ministro Schäuble) la riedizione moderna del Sacro Romano Impero medievale, con al centro la nazione tedesca.
L’Italia è un paese senza strategie, la Germania no.

Il mio (con altri autori) nuovo libro:
http://www.deriveapprodi.org/2016/07/rottamare-masstricht/

Industria 4.0 e l’ulteriore primato economico della Germania

In poco tempo l’espressione “Industria 4.0” si è diffusa e generalizzata, anche nel nostro paese. Tanto che il governo italiano (che cerca come può di seguire i paesi più forti) ha varato un pacchetto di incentivi fiscali per l’innovazione tecnologica.
Il successo della espressione “Industry 4.0” (in tedesco “Industrie 4.0”)
dipende a livello internazionale dalla forza con cui essa è stata lanciata dal paese sempre più leader nelle tecnologie industriali: la Germania.
Come è noto, 4.0 significa quarta rivoluzione industriale: dopo la prima caratterizzata dalla energia a vapore e ad acqua, con le prime forme di meccanizzazione della produzione, si è
passati a fine ‘800 alla seconda rivoluzione industriale basata sulla elettricità e sulla produzione di massa con la catena di montaggio, poi si è arrivati alla terza rivoluzione basata sui computer e l’automazione.
La quarta rivoluzione si baserebbe sulla interazione tra le macchine (Internet of Things; M2M Machine to machine communication), attraverso sensori, sistemi di automazione elettronici, software e intervento umano. In questo modo sarebbe possibile personalizzare i prodotti (customization); gestire e adattare i processi in modo estremamente flessibile e rapido; eliminare i compiti pericolosi, faticosi e stressanti; minimizzare gli errori; prendere decisioni decentrate creando reti intelligenti lungo la intera catena del valore.
Questo con importanti ricadute potenziali sulla evoluzione di componenti hardware (quli sensori e memorie), sui sistemi di elaborazione e stoccaggio di dati, e sull’ adeguamento delle competenze professionali.
Non a caso, a “Industrie 4.0” si è arrivati in Germania dopo un attento lavoro iniziato nel 2012 svolto da una serie di gruppi, patrocinati dal Ministero per la Formazione e la Ricerca (Bundesministerium für Bildung und Forschung – BMBF), presieduti da Henning Kagermann (Università tecnica di Braunschweig) e da Siegfired Dais (Manager della Bosch) e partecipati da alti esponenti dell’industria elettronica, dell’informatica, della robotica, dell’industria siderurgica (Bosch, Siemens, SAP, Thyssenkrupp, Trumpf, ecc.) e dei più prestigiosi istituti di ricerca in campo industriale.
Questo salto di qualità tecnologico e organizzativo metterebbe l’industria tedesca in grado di primeggiare ancora di più sui mercati internazionali, distaccando paesi a basso costo del lavoro ma con processi produttivi ancora primitivi, ma anche importanti paesi manifatturieri come l’Italia dove la frammentazione della produzione in molte piccole imprese riduce la possibilità di gestire processi fortemente integrati.
L’impressione è che di fronte a una sfida così robusta, che coinvolge anche tutto il sistema della formazione professionale (non a caso in Germania formazione e ricerca fanno capo allo stesso Ministero), le misure italiane, di semplice incentivo fiscale (un aspetto non ritenuto importante in Germania) rischino di essere assolutamente insufficienti.

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Trump e Reagan, Brexit e Thatcher

Gli strappi convulsi che sono venuti negli ultime mesi dal Regno Unito (Brexit) e dagli Stati Uniti (elezione di Trump) rappresentano l’amara constatazione del fallimento delle politiche liberiste iniziate all’inizio degli anni ’80 con i governi di Margareth Thatcher e Ronald Reagan.
Il racconto di due paesi che si sarebbero potuti liberare dei loro problemi con una ventata di liberalizzazioni, con un tuffo nella globalizzazione e con l’abbandono della industria tradizionale a favore del terziario, ha prodotto problemi così gravi da imporre una drammatica marcia indietro.
Certo i due paesi sono diversi fra loro, ma tanti elementi li accomunano. Il Regno Unito della Thatcher smantellò l’industria siderurgica, quella meccanica, la cantieristica, il tessile-abbigliamento, con lo scopo politico di colpire a morte i sindacati e il partito laburista. Per lo sviluppo si puntò tutto sul terziario, soprattutto con Londra capitale mondiale della finanza. L’obiettivo è stato raggiunto, ma a livello macroeconomico la finanza può rendere ricchi paesi piccoli come il Lussemburgo o Singapore, ma è assolutamente insufficiente a farlo in un paese da 60 milioni di abitanti.
Chi ha votato per la Brexit non sono stati i finanzieri della City, la “il popolo dei pub”: i milioni di cittadini di regioni impoverite dalla deindustrializzazione, dalla mancanza di servizi, dalla disoccupazione di massa. L’Unione Europea è diventata il capro espiatorio di una profonda insoddisfazione verso governi che hanno lasciato morire l’economia reale e fatto prosperare soltanto la finanza globalizzata.
Per molti versi simile la parabola degli Stati Uniti, un paese però più grande, autosufficiente, aggressivo del Regno Unito. Anche qui alcuni obiettivi sono stati raggiunti: primato nell’informatica, nella finanza di Wall Street, nell’aerospazio, ma tutto ciò non basta a un paese di oltre 300 milioni di abitanti. Intere aree industrializzate (si pensi a Detroit), aree rurali impoverite, problemi sociali esplosivi in diverse metropoli hanno prodotto un rigetto verso la esponente dell’establishment ricco e legato alla finanza newyorchese: Hillary Clinton.
Il grezzo Trump, miliardario dell’edilizia (old economy), esprime la rabbia di milioni di americani prima appartenenti al ceto medio del “sogno americano” e ora impoveriti dalla crisi. Essi sperano che il protezionismo, cioè la negazione del libero mercato, possa proteggerli dalla concorrenza troppo forte degli asiatici e degli europei.
Regno Unito e Stati Uniti: due paesi che hanno creduto di trainare una rivoluzione liberista, e di rafforzarsi strategicamente con ripetute aggressioni militari, trovandosi invece, quasi quarant’anni dopo, ad accorgersi che i veri vincitori di questo lungo periodo sono stati solo due: la Cina e la Germania. Paesi, questi ultimi, diversissimi tra loro, che hanno però entrambi conservato e potenziato poderosi apparati industriali basati su politiche pubbliche dell’innovazione, della ricerca e della istruzione.

Euro sì Euro no

Anche se la politica parla d’altro, il dibattito sul futuro dell’Euro continua. Due recenti contributi portano nella discussione due visioni tanto interessanti, quanto distanti nei contenuti.
Il primo è quello dei due economisti greci Costas Lapavitsas eTheodore Mariolis (“Eurozone failure. German policies and a new path for Greece”, Rosa-Luxemburg-Stiftung, on-line, 2016).
La premessa dei due autori greci è che l’Unione Monetaria Europea è completamente fallita. Anziché produrre stabilità e convergenza tra gli stati europei, essa ha introdotto politiche di austerità ispirate dalla Germania, che ha saputo imporsi grazie a una competitività favorita dal blocco dei salari.
L’Unione Monetaria è diventata una trappola per grandi paesi come Italia e Francia, e ha trasformato paesi come la Grecia e la Spagna in paesi periferici (p.10).
Data questa situazione, un paese come la Grecia deve abbandonare unilateralmente l’Euro e adottare una Nuova Dracma, annunciando immediatamente: la sospensione della partecipazione della Grecia alla Unione Monetaria; la sospensione di tutti i pagamenti al di fuori della Grecia; il blocco dei mercati finanziari e di tutte le operazioni bancarie; il controllo governativo della Banca Centrale Greca (p.46); il controllo statale delle banche; la ridenominazione di tutti i conti e i debiti con l’estero dall’Euro alla Nuova Dracma in un rapporto 1:1.
Queste misure drastiche provocherebbero immediatamente una svalutazione della Nuova Dracma rispetto all’Euro: inizialmente essa sarebbe violenta (fino al 50%), per poi assestarsi tra il 30 e il 50%.
Questo provocherebbe un aumento dell’inflazione del 6-10% nel primo anno, e del 4-6% nel secondo anno, con incrementi particolarmente forti per i beni importati, quali gli autoveicoli e i carburanti.
Tuttavia, la competitività dei prodotti greci aumenterebbe grazie alla svalutazione, con un impulso particolare per l’agricoltura e i servizi (25-40%). L’attuale deficit commerciale greco si trasformerebbe in un surplus.
Contemporaneamente, lo Stato dovrebbe mettere in atto una politica aggressiva di spesa pubblica, finanziata con la creazione di nuova base monetaria, anche se ciò contribuirebbe ulteriormente all’inflazione. L’aumento della spesa pubblica porterebbe alla creazione i 420 mila nuovi posti di lavoro, all’incremento del PIL e a una riduzione del deficit statale, grazie all’aumento del gettito fiscale (p.58).
Per ridurre la dipendenza commerciale dall’estero, servirebbe poi una politica industriale volta ad aumentare la produzione interna di prodotti ad alta intensità di lavoro e tecnologia (prodotti elettronici, chimico-farmaceutici, mezzi di trasporto), sostituendo le attuali importazioni (particolarmente forti nei prodotti elettronici e nei servizi informatici) (p.59).
Occorrerebbe anche restringere la mobilità internazionale dei capitali, che costituisce una fonte di instabilità per i sistemi economici.
Occorrerebbe inoltre rifondare le relazioni di lavoro, eliminando la recente legislazione che ha abbassato i salari minimi, ridotto l’importanza dei contratti collettivi di lavoro, ridotto la protezione di disoccupati, aumentato i lavori precari (p.59).
Solo con queste misure sarà possibile sfuggire alla trappola dell’Euro (“escaping the Trap”), concludono Lapavitsas e Mariolis.
Una critica alla Unione Europea e all’Euro non meno tenera di quella dei due economisti greci, che porta tuttavia a conclusioni assai diverse, è quella di Salvatore Biasco, economista e docente della Luiss ( “Regole, Stato, uguaglianza”, Luiss University Press, Roma, 2016).
L’ Austerità della UE è semplicemente irresponsabile, afferma Biasco (p.167), così come le idee che non vi sia alternativa al mercato, che l’intervento pubblico vada sempre evitato e che obiettivo debba essere non la piena occupazione di tutti i cittadini, ma la flessibilità del mercato del lavoro (pp. 118-131).
In questa deriva europea, l’Italia si è distinta come membro particolarmente zelante, innamorata del mercato e convinta della fine delle ideologie, quando in realtà il liberismo della UE altro non era che una dogmatica e coriacea ideologia (p.124).
Si pensi, dice Biasco, alle “lenzuolate” liberalizzatrici di Bersani, o (aggiungo io) alle critiche di eccessiva timidezza mosse a Bersani dal successore Renzi, autore del Jobs Act.
Questa Italia ha accettato il mercato come unico modello di efficienza, e ha quindi smesso di pensare all’equità sociale, alle condizioni dei lavoratori e alla partecipazione dei cittadini (p.119-120).
E’ una Italia ha perso ogni visione industriale, smantellando quelle aziende che prima davano solidità al sistema (p.134), e (aggiungo ancora io) è arrivata a pensare con Renzi che il paese potesse risollevarsi attirando a tutti i costi (come facevano i paesi poveri dell’America Latina nei decenni passati) investimenti delle multinazionali (che non si sono mai visti).
Anche l’infrastruttura statale è stata disgregata, con l’autonomia di enti locali non governati da un efficiente governo centrale (p.135), oppure aggiungerei io, dall’opposto ipercentralismo di Renzi (abolizione delle province, appalti alla Consip, controlli su tutto affidati all’ANAC di Cantone, ecc.) che ha portato alla disgregazione del tessuto locale.
Eppure, pur con queste critiche, l’uscita dall’Euro sarebbe controproducente. E’ indubbio, dice Biasco, in accordo con Lapavitsas e Mariolis, che la nuova valuta (ad esempio una rinata Lira) si svaluterebbe rispetto all’Euro e quindi le esportazioni crescerebbero.
Però, si innescherebbero dinamiche pericolosissime. In primo luogo le banche nazionali subirebbero perdite notevoli (con una parte dei debiti in Euro e gran parte delle attività in Lire); di fronte all’alternativa tra il farle fallire e il salvarle evitando il panico, lo Stato e la Banca d’Italia dovrebbero intervenire con costosissimi salvataggi, determinando una transizione che durerebbe molti anni (pp.178-192).
Nell’economia reale molte aziende si troverebbero di fronte a crolli del loro patrimonio, con conseguenze sugli investimenti e sull’occupazione. In una situazione di estrema incertezza anche i consumi non crescerebbero, e diversi gruppi stranieri presenti in Italia sposterebbero i loro stabilimenti all’estero (pp.178-180).
Conseguenze non meno nefaste si determinerebbero nella finanza statale. La fama faticosamente conquistata dall’Italia di essere un buon debitore svanirebbe improvvisamente; nessuno comprerebbe titoli di Stato italiani, e ciò anche se si mettessero limiti ai movimenti di capitali, misura su cui confidano molto Lapavitsas e Mariolis.
L’era dei tassi di interesse bassi finirebbe, mentre si creerebbero aspettative inflazionistiche e tra paesi si scatenerebbe una guerra valutaria, con fughe di capitali nei paesi sicuri (pp.174-180).
La conclusione di Biasco è chiara: l’unica opzione reale è rimanere nell’Euro; il ritorno alla piccole patrie sarebbe perdente. Solo grandi stati di dimensione continentale possono oggi permettersi di essere autonomi (pp.168-182).

L’importanza del lavoro autonomo per la integrazione sociale

Il programma del governo tedesco per la integrazione dei profughi, denominato “Ankommen in Deutschland” (“Arrivare in Germania”) è giunto al primo anno di attuazione. Ha lo scopo di offrire percorsi concreti di inserimento professionale e lavorativo a una parte del gran numero di profughi che raggiunto la Germania negli ultimi anni (oltre un milione, e 227 mila nel solo ultimo anno).
Il programma coinvolge oltre 800 enti e 14 mila imprese, e in ogni territorio si basa su strategie specifiche (analiticamente descritte nella pubblicazione di Genesis “I profughi come risorsa Progetti e attività in Germania per la integrazione, la formazione e l’inserimento lavorativo dei migranti”).
Il bilancio del primo anno di attività presenta alcuni dati interessanti:
• il 71% dei profughi ha usufruito dei servizi dei Centri per l’impiego (Agenturen für Arbeit);
• il 91% è passato attraverso scuole di formazione professionali (Berufsschulen);
• il 58% ha frequentato corsi di lingua;
• i Comuni hanno collaborato nel 95% dei casi;
• le associazioni degli stranieri nel 92%;
• i sindacati nel 48%.
(*)
Nell’ambito dei progetti i profughi hanno usufruito di molteplici servizi:
• il 92% di servizi di orientamento professionale;
• stessa percentuale per percorsi di formazione professionale in azienda;
• il 58% è stato aiutato a costruire un progetto di lavoro autonomo (Existenzgründung). Questa percentuale molto elevata è dipesa dall’elevato numero di profughi che già nel loro paese (ad esempio in Siria) svolgevano attività autonome, e di quelli che pur non avendo esperienze, si orientano verso il lavoro autonomo per trovare un’occupazione.

(*) Da notare che diversi di questi soggetti, considerati in Germani fondamentali per la soluzione dei problemi di occupazione, sono stati negli ultimi anni indeboliti e privati di risorse in Italia (vedi Centri per l’Impiego).

L’equivoco della Scalabilità

Il termine anglosassone “Scalability”, in italiano “Scalabilità”, si è molto diffuso negli ultimi anni nel mondo delle start up.
Con esso si intende la capacità di una impresa di crescere di scala, cioè di aumentare le proprie prestazioni quantitative, replicando il proprio modello anche tramite una estensione geografica.
Il concetto di Scalabilità è nato in ambito tecnologico, e in specifico in quello dei sistemi informatici, dove è possibile aumentare le prestazioni del sistema aggiungendo processori, memoria o altri dispositivi elettronici.
E’ evidente che per potere crescere in termini quantitativi un sistema ha bisogno di risorse standardizzate e replicabili, e indubbiamente processori, memorie e altri dispositivi elettronici lo sono.
Qui però nasce un pericoloso equivoco in chi tende a considerare troppo le tecnologie e troppo poco le risorse umane.
Per una impresa crescere di dimensione, ed espandersi geograficamente, urta contro la difficoltà di replicare in modo standardizzato le competenze, le attitudini, le motivazioni del nucleo di persone che hanno fondato l’impresa. A ciò si aggiunga che espandersi in altri territori significa fare i conti con altre culture, mentalità, disponibilità di spesa.
Non a caso, se prendiamo un ambito importante come quello della ristorazione, la scalabilità dei modelli di business la troviamo nelle catene di fast food all’americana (hamburger, patatine fritte e poco altro) e non certo nella ristorazione di qualità medio-alta, dove la creatività dei cuochi, la qualità del servizio, la piacevolezza dell’ambiente fanno la differenza e non sono certo scalabili.