Crescere con il Venture Capital o il Crowdfunding – Parte 2

Gli investimenti del Venture Capital si indirizzano verso attività ad elevate prospettive di sviluppo; attività che normalmente sono però anche ad elevato rischio. Il mercato delle innovazioni tecnologiche è estremamente dinamico, e quella che potrebbe sembrare una innovazione vincente potrebbe essere spiazzata di lì a poco da una innovazione ancora migliore.

Non a caso molti degli investimenti del Venture Capital si rivelano dei “buchi nell’acqua”. L’importante è però che il rendimento degli investimenti riusciti superi (“outperform”) i costi degli investimenti sbagliati. Qui sta l’abilità dei gestori del Venture Capital.

Come è possibile che una società di Venture Capital investa, ad esempio, un milione di Euro, in una piccola impresa che ha un capitale sociale molto inferiore (ad esempio 15 mila Euro)? Significherebbe che il Venture Capitalist prenderebbe il totale controllo della società?

La risposta è NO. Né i soci fondatori, né lo stesso Venture Capitalist, lo vogliono. La società deve essere guidata dai suoi fondatori: sono loro che hanno inventato il nuovo business, e che lo sanno condurre, almeno nei primi anni.

L’ingresso del Venture Capital nella Start-up avviene, normalmente, dopo che quest’ultima si è avviata, mostrando con i fatti (oltre che con un valido Business Plan) di essere ottimamente orientata verso il successo.

E’ evidente che, entrando in una società già avviata, il nuovo socio (il Venture Capitalist) dovrebbe pagare quello che in gergo commerciale viene chiamato appunto “avviamento”.

Quanto dovrebbe valere questo avviamento? E come verrebbe pagato?

Il valore dell’avviamento dovrebbe essere frutto di una trattativa, in cui la Start-up cercherà di fare pesare i risultati raggiunti e le sue prospettive di sviluppo. Sempre la Start-up cercherà di fare entrare i nuovi capitali (il milione di Euro) senza che i nuovi soci conquistino la maggioranza della società. Come ciò potrebbe avvenire?

Lo strumento tecnico è quello di un aumento di capitale riservato al nuovo socio, in cui quest’ultimo versi un “sovrapprezzo” corrispondente all’avviamento concordato.

Nel caso specifico, l’aumento di capitale potrebbe avvenire tramite l’emissione di nuove quote per un valore nominale di 14 mila Euro, e un sovrapprezzo di 986 mila Euro (totale: 1 milione di Euro).

Nel futuro capitale sociale della Start-up i vecchi soci sarebbero in maggioranza, con 15 mila Euro su 29 mila (51,7%); i nuovi soci, per entrare (con il 48,3%) in una Start-up con grandi prospettive di valorizzazione dovrebbero versare, oltre al capitale nominale (14 mila Euro), anche il sovrapprezzo, che verrebbe incamerato dalla società in una voce del patrimonio chiamata “fondo sovrapprezzo”.

La Start-up utilizzerebbe questa somma per il suo sviluppo futuro, che evidentemente riguarderebbe tutti i soci, secondo gli accordi presi. Questi ultimi, normalmente prevedono che il socio di minoranza abbia comunque un peso nelle decisioni, ad esempio tramite la nomina di un membro del consiglio di amministrazione.

Un meccanismo simile a quello del Venture Capital è proprio di un tipo di Crowdfunding: il Crowdfunding Equity.

Occorre premettere che il fenomeno del Crowdfunding, oggi in espansione anche in Italia, si basa sulla idea che il finanziamento di un’attività (“funding”) possa avvenire con la partecipazione di una folla (“crowd”) di tanti piccoli finanziatori.

Questo concetto molto interessante si traduce in tre diverse forme di finanziamento, una delle quali ci interessa in questa sede.

La prima forma è quella delle donazioni a fondo perduto quasi esclusivamente per attività “no profit”: si tratta del cosiddetto Crowdfunding “Reward” (dove il Reward è la ricompensa simbolica che viene data ai donatori.

La seconda forma di Crowdfunding è quella di finanziamenti che avvengono (“peer to peer”, cioè tra pari) da privato a privato, con pagamento di interessi inferiori a quelli che vi sarebbero su un normale finanziamento bancario.

La terza forma, quella che in questa sede ci interessa, è quella del cosiddetto Crowdfunding “Equity”. Piccoli finanziamenti che consistono nell’ingresso nell’Equity (parola inglese che significa capitale), quindi in una partecipazione nella società in cui si investe.

Un meccanismo, quindi, simile per finalità a quello del Venture Capital: chi investe lo fa perché pensa che l’investimento possa avere un rendimento molto elevato. Il suo apporto non è né una donazione a fondo perduto, né un prestito da restituire, ma un investimento nel capitale di rischio.

La differenza con il Venture Capital sta però nel fatto che mentre in quest’ultimo il soggetto che investe nella Start-up è un soggetto forte, dotato di grandi capitali, nel Crowdfunding Equity gli investitori sono tanti, anche con piccoli importi.

L’incontro tra l’investitore e la Start-up non avviene direttamente, ma attraverso piattaforme Internet (debitamente autorizzate dalla Consob, l’ente che sovraintende alle Borse). Chi vuole presentare un progetto deve essere accettato da una piattaforma, mentre i potenziali investitori dovranno registrarsi sulla medesima piattaforma, per ricevere le informazioni necessarie e decidere se investire o meno in una determinata imprese.

http://www.genesis.it

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