Giorno: 2 aprile 2018

 Cosa sa fare l’ Italia

Fa piacere leggere che l’impegno prioritario della politica economica italiana deve essere quello di premiare il coraggio e l’inventiva e fare nascere nuovi imprenditori. Specie se chi lo dice è Pierluigi Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, nel suo ultimo libro (Anna Giunta, Pierluigi Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Laterza, Roma, 2017).

A questa conclusione, gli autori arrivano dopo un’amara analisi della situazione economica italiana. Il nostro paese, affermano, ha avuto solo due periodi di grande sviluppo: la industrializzazione del periodo giolittiana (1898-1913) e il miracolo economico degli anni ’60.

Nel periodo 1898-1913 l’economia crebbe a una media annuale del 2,5%, furono fatte grandi opere pubbliche (dal traforo del Sempione nel 1906 alla costruzione del sistema idroelettrico), fu regolamentato il lavoro minorile, si innescò uno sviluppo industriale che ci rese quasi autosufficienti nella produzione di locomotive.

Nel miracolo economico la crescita media fu addirittura del 5%. In quel periodo vi fu una crescita esponenziale delle piccole e medie imprese, ci fu l’apertura del Mercato Comune Europeo, si svilupparono i distretti industriali.

Finito quel periodo, notano gli autori, l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e a impelagarsi in un groviglio di burocrazia, costi per le imprese, bassa legalità, tagli continui alla Università e alla ricerca, bassi livelli di concorrenza.

L’Italia così ha fallito una terza possibile fase di sviluppo, quella che in altri paesi è stata favorita dalle tecnologie ICT. In Italia non è nata nessuna Google o Microsoft, mentre le nuove tecnologie hanno avuto scarsa diffusione, generando una situazione di bassa produttività.

In una epoca di globalizzazione e di dispersione della produzione nelle CGV (Catene globali del valore), le piccole imprese, che erano state un fattore dinamico, diventano un freno, in quanto portatrici di tre caratteristiche negative: familismo, bassa produttività, e bassa innovazione.

Nella crisi 2008-14 si verifica il tracollo. Il PIL precipita dell’ 8,4%, mentre nonostante la crisi globale in Germania cresce del 4,1%. Il tasso di occupazione diminuisce del 5,1% (Germania +4,4%), la produttività media scende del 4,4% (Germania -0.3%).

Che fare, per risollevare le sorti di un sistema economico che continua ad avere una forte componente manifatturiera?

Semplificare l’ordinamento giuridico, migliorare il sistema della istruzione (investendo sulle scuole tecniche come le Fachhochschulen tedesche), favorire la ricerca e sviluppo, favorire la concorrenza.

Ma anche ridimensionare il peso delle banche “Le imprese nuove e innovative dovranno imparare a fare a meno del credito bancario, rivolgendosi ad altri intermediari o direttamente al mercato del risparmio” (p.203).

Affermazione singolare da parte del Direttore di Banca d’Italia, cioè di una istituzione che dovrebbe valorizzare e rendere più efficace il ruolo delle banche. Il sogno degli autori è che per le piccole imprese si spalanchino improvvise opportunità di finanziamento attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa.

Sarebbe bello che potesse andare così, ma i problemi sembrano più complessi. In quell’impietoso confronto tra le performance dell’Italia e della Germania c’è una lunga storia di errori di politica industriale, la vicenda mal gestita di una unificazione europea che ha progressivamente marginalizzato il nostro paese, l’adesione a una politica monetaria comune sulla base di regole sostanzialmente fissate a Berlino, la trasformazione del Mediterraneo da mare di scambi in mare di guerre e di profughi.

E’ irrealistico pensare che lo sviluppo delle piccole imprese del sud, ad esempio, possa avvenire attraverso il Crowdfunding, il Venture Capital e la quotazione in borsa. Forse ci vuole qualcosa di più, purtroppo.

 

Annunci