Giorno: 9 marzo 2018

L’Italia disperata alla prova del voto: ma la risposta sta in Europa

La tornata elettorale del 4 marzo ha fornito lo spaccato di una Italia che può ben definirsi disperata: un elettorato del Nord irritato dal carico fiscale e dalla immigrazione mal gestita, molti cittadini del Sud attirati dal reddito di cittadinanza, per sopravvivere e pagare le bollette.

Le forze di centro-destra, rappresentanti di ceti benestanti conservatori (i “moderati” di Berlusconi), o di centro sinistra (ceto medio benestante di pensionati, impiegati e operai spcializzati) si sono sgonfiate e in alcuni casi liquefatte, perché la crisi ha falcidiato gli elettorati di riferimento.

Con la crisi, anche se una timida ripresa è in atto, emergono gli enormi problemi dello sviluppo italiano, che in gran parte sono riconducibili alle politiche europee. Senza modificare queste ultime, temo, non si risolverà nessun problema.

Quando nei trattati del 1992 si stabilì l’obiettivo della circolazione libera delle persone, dei capitali e delle merci, per creare un unico grande mercato unificato, e si fissarono regole che di fatto impediscono allo Stato nazionale di intervenire nell’economia oltre un livello minimo (il 3% del PIL), si è sancì la crisi delle aree più deboli, prima di tutto il Mezzogiorno.

In un libero mercato di vasi comunicanti le risorse finiscono per dirigersi verso i paesi economicamente più forti. Quindi ad esempio non c’è da stupirsi che tanti giovani di valore, disoccupati in Italia, convergano verso il nord Europa, dove le imprese assumono, e con salari elevati. Questa cosiddetta “fuga dei cervelli” non è che un effetto voluto da chi scrisse qulle regole.

Mentre  l’Italia si è sempre cullata in un ingenuo, retorico e ipocrita europeismo (ricordate Renzi con la Merkel e Hollande sulla Nave Garibaldi a visitare in pompa magna la tomba di Altiero Spinelli?), altri paesi pianificavano l’accentramento delle risorse, una riedizione di quello che Wolfgang Schauble ebbe la faccia tosta di chiamare “Sacro Romano Impero” (quindi una sorta di Quarto Reich).

Anche la precarizzazione del lavoro, con i giovani laureati italiani che pedalano a testa bassa nelle città per consegnare le pizze (agli ordini di caporali moderni), e i disoccupati del sud che devono fingere di essere stranieri per essere accettati dai caporali antichi per raccogliere pomodori a 15 Euro al giorno, è la conseguenza di una politica europea che continua a ripetere che i salari devono adeguarsi alla produttività. Peccato che quindi essendo il divario di produttività tra le aree ricche e quelle povere sempre più ampio, in quanto mancano assolutamente politiche volte al riequilibrio tra i territori.

L’Italia sempre più periferia d’Europa, e il Mezzogiorno una periferia della periferia.

Il Jobs Act è stato l’atto estremo di una politica volta a impedire che i più deboli riuscissero a proteggersi leggi e sindacati.

Il mercato deve funzionare liberamente! Ma qualche volte il popolo si arrabbia. Fare finta di niente è come quando i parigini chiedevano pane, e la regina Antonietta (poi finita male) disse che se avevano fino il pane potevano sempre mangiare delle brioches! (“S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”).

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