Euro sì Euro no

Anche se la politica parla d’altro, il dibattito sul futuro dell’Euro continua. Due recenti contributi portano nella discussione due visioni tanto interessanti, quanto distanti nei contenuti.
Il primo è quello dei due economisti greci Costas Lapavitsas eTheodore Mariolis (“Eurozone failure. German policies and a new path for Greece”, Rosa-Luxemburg-Stiftung, on-line, 2016).
La premessa dei due autori greci è che l’Unione Monetaria Europea è completamente fallita. Anziché produrre stabilità e convergenza tra gli stati europei, essa ha introdotto politiche di austerità ispirate dalla Germania, che ha saputo imporsi grazie a una competitività favorita dal blocco dei salari.
L’Unione Monetaria è diventata una trappola per grandi paesi come Italia e Francia, e ha trasformato paesi come la Grecia e la Spagna in paesi periferici (p.10).
Data questa situazione, un paese come la Grecia deve abbandonare unilateralmente l’Euro e adottare una Nuova Dracma, annunciando immediatamente: la sospensione della partecipazione della Grecia alla Unione Monetaria; la sospensione di tutti i pagamenti al di fuori della Grecia; il blocco dei mercati finanziari e di tutte le operazioni bancarie; il controllo governativo della Banca Centrale Greca (p.46); il controllo statale delle banche; la ridenominazione di tutti i conti e i debiti con l’estero dall’Euro alla Nuova Dracma in un rapporto 1:1.
Queste misure drastiche provocherebbero immediatamente una svalutazione della Nuova Dracma rispetto all’Euro: inizialmente essa sarebbe violenta (fino al 50%), per poi assestarsi tra il 30 e il 50%.
Questo provocherebbe un aumento dell’inflazione del 6-10% nel primo anno, e del 4-6% nel secondo anno, con incrementi particolarmente forti per i beni importati, quali gli autoveicoli e i carburanti.
Tuttavia, la competitività dei prodotti greci aumenterebbe grazie alla svalutazione, con un impulso particolare per l’agricoltura e i servizi (25-40%). L’attuale deficit commerciale greco si trasformerebbe in un surplus.
Contemporaneamente, lo Stato dovrebbe mettere in atto una politica aggressiva di spesa pubblica, finanziata con la creazione di nuova base monetaria, anche se ciò contribuirebbe ulteriormente all’inflazione. L’aumento della spesa pubblica porterebbe alla creazione i 420 mila nuovi posti di lavoro, all’incremento del PIL e a una riduzione del deficit statale, grazie all’aumento del gettito fiscale (p.58).
Per ridurre la dipendenza commerciale dall’estero, servirebbe poi una politica industriale volta ad aumentare la produzione interna di prodotti ad alta intensità di lavoro e tecnologia (prodotti elettronici, chimico-farmaceutici, mezzi di trasporto), sostituendo le attuali importazioni (particolarmente forti nei prodotti elettronici e nei servizi informatici) (p.59).
Occorrerebbe anche restringere la mobilità internazionale dei capitali, che costituisce una fonte di instabilità per i sistemi economici.
Occorrerebbe inoltre rifondare le relazioni di lavoro, eliminando la recente legislazione che ha abbassato i salari minimi, ridotto l’importanza dei contratti collettivi di lavoro, ridotto la protezione di disoccupati, aumentato i lavori precari (p.59).
Solo con queste misure sarà possibile sfuggire alla trappola dell’Euro (“escaping the Trap”), concludono Lapavitsas e Mariolis.
Una critica alla Unione Europea e all’Euro non meno tenera di quella dei due economisti greci, che porta tuttavia a conclusioni assai diverse, è quella di Salvatore Biasco, economista e docente della Luiss ( “Regole, Stato, uguaglianza”, Luiss University Press, Roma, 2016).
L’ Austerità della UE è semplicemente irresponsabile, afferma Biasco (p.167), così come le idee che non vi sia alternativa al mercato, che l’intervento pubblico vada sempre evitato e che obiettivo debba essere non la piena occupazione di tutti i cittadini, ma la flessibilità del mercato del lavoro (pp. 118-131).
In questa deriva europea, l’Italia si è distinta come membro particolarmente zelante, innamorata del mercato e convinta della fine delle ideologie, quando in realtà il liberismo della UE altro non era che una dogmatica e coriacea ideologia (p.124).
Si pensi, dice Biasco, alle “lenzuolate” liberalizzatrici di Bersani, o (aggiungo io) alle critiche di eccessiva timidezza mosse a Bersani dal successore Renzi, autore del Jobs Act.
Questa Italia ha accettato il mercato come unico modello di efficienza, e ha quindi smesso di pensare all’equità sociale, alle condizioni dei lavoratori e alla partecipazione dei cittadini (p.119-120).
E’ una Italia ha perso ogni visione industriale, smantellando quelle aziende che prima davano solidità al sistema (p.134), e (aggiungo ancora io) è arrivata a pensare con Renzi che il paese potesse risollevarsi attirando a tutti i costi (come facevano i paesi poveri dell’America Latina nei decenni passati) investimenti delle multinazionali (che non si sono mai visti).
Anche l’infrastruttura statale è stata disgregata, con l’autonomia di enti locali non governati da un efficiente governo centrale (p.135), oppure aggiungerei io, dall’opposto ipercentralismo di Renzi (abolizione delle province, appalti alla Consip, controlli su tutto affidati all’ANAC di Cantone, ecc.) che ha portato alla disgregazione del tessuto locale.
Eppure, pur con queste critiche, l’uscita dall’Euro sarebbe controproducente. E’ indubbio, dice Biasco, in accordo con Lapavitsas e Mariolis, che la nuova valuta (ad esempio una rinata Lira) si svaluterebbe rispetto all’Euro e quindi le esportazioni crescerebbero.
Però, si innescherebbero dinamiche pericolosissime. In primo luogo le banche nazionali subirebbero perdite notevoli (con una parte dei debiti in Euro e gran parte delle attività in Lire); di fronte all’alternativa tra il farle fallire e il salvarle evitando il panico, lo Stato e la Banca d’Italia dovrebbero intervenire con costosissimi salvataggi, determinando una transizione che durerebbe molti anni (pp.178-192).
Nell’economia reale molte aziende si troverebbero di fronte a crolli del loro patrimonio, con conseguenze sugli investimenti e sull’occupazione. In una situazione di estrema incertezza anche i consumi non crescerebbero, e diversi gruppi stranieri presenti in Italia sposterebbero i loro stabilimenti all’estero (pp.178-180).
Conseguenze non meno nefaste si determinerebbero nella finanza statale. La fama faticosamente conquistata dall’Italia di essere un buon debitore svanirebbe improvvisamente; nessuno comprerebbe titoli di Stato italiani, e ciò anche se si mettessero limiti ai movimenti di capitali, misura su cui confidano molto Lapavitsas e Mariolis.
L’era dei tassi di interesse bassi finirebbe, mentre si creerebbero aspettative inflazionistiche e tra paesi si scatenerebbe una guerra valutaria, con fughe di capitali nei paesi sicuri (pp.174-180).
La conclusione di Biasco è chiara: l’unica opzione reale è rimanere nell’Euro; il ritorno alla piccole patrie sarebbe perdente. Solo grandi stati di dimensione continentale possono oggi permettersi di essere autonomi (pp.168-182).

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