E psicodramma fu

L’avventura italiana ai campionati europei di calcio si è conclusa, rivelando ancora una volta alcuni tratti pericolosi della cultura del nostro paese, che purtroppo si ritrovano spesso in tutti i campi, anche quello economico.
I dati erano chiari: calciatori mediocri (salvo poche eccezioni), guidati da un bravo allenatore capace soprattutto di motivarli, più che di farli giocare bene.
Dopo alcuni buoni risultati, e dopo la vittoria contro gli artisti spagnoli, scatta nell’opinione pubblica italiana un tipico riflesso italiano: la tendenza all’autoesaltazione. Il bravo allenatore viene già presentato come uno dei migliori del mondo, dei calciatori fioriscono i soprannomi: “Lorenzo il Magnifico” (Insigne), “Capitan Futuro” (De Rossi), “uno dei migliori terzini del mondo” (Florenzi), ecc.
Della Germania i giornali dicono che nelle partite decisive ha sempre ceduto di fronte alla furbizia italiana.
Il giorno della grande sfida si assiste alla solita discreta prestazione di una squadra più abile a fere giocare male gli avversari, più che a giocare bene. Uno dei principi italiani è infatti che “l’unica cosa che conta è vincere”. E’ questo il principio dello studente somaro (l’unica cosa è essere promossi), dell’imprenditore mediocre (fare profitto anche fregando il cliente), dello sportivo incapace. Il grande Pep Guardiola del Barcellona diceva a tale proposito: “E’ vero che quello che conta è vincere, ma noi sappiamo farlo solo giocando bene”.
Imbrigliati gli avversari nel paraggio, si va ai rigori. In Italia questa viene chiamata “la lotteria dei rigori”, ma la fortuna della lotteria in realtà c’entra poco. In quei momenti di tensione servono freddezza e concentrazione.
Entra in gioco qui un altro vizio italiano: la sbruffoneria. Di fronte al miglior portiere del mondo, Simone Zaza si esibisce in una rincorsa derisoria (che qualcuno ha definito “la danza della pipì”) e sbaglia il rigore.
Viene poi il turno di Graziano Pellè che provoca il portiere con il gesto del “cucchiaio”, una specialità italiana che non serve solo a fare goal, ma a umiliare l’avversario (bella sportività!). Neuer lo guarda gelido e Pellè tira malissimo.
Buffon platealmente non guarda mentre i compagni tirano.
L’Italia perde ed ovviamente è una grande delusione per tutti. Qui scatta un altro vizio italiano: l’autoassoluzione retorica.
Nei commenti a caldo calciatori e allenatore piangono, nessuno di loro ragiona sui motivi della sconfitta, tutti però sono d’accordo nell’autodefinirsi “un gruppo di grandi uomini”, “persone splendide”, “uomini veri”, ecc.
Così non si va da nessuna parte.

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