Inventori e idee vincenti ai tempi di Gulliver

Inghilterra inizio del 18° secolo, anni di fermento scientifico e di grandi scoperte, gli anni di Isacco Newton.
Jonathan Swift, nel suo “Gulliver” scatena la sua penna sugli ambienti scientifici del tempo. Vale la pena di rileggere alcuni dei suoi quadretti sarcastici (I viaggi di Gulliver, Parte terza), che richiamano alla mente alcune situazioni attuali, tipiche del mondo degli inventori e di quelli che oggi si chiamano “startupper”. Anche allora non era facile capire quali fossero le idee vincenti.

“Un architetto geniale aveva inventato un nuovo sistema di costruire le case cominciando dal tetto per finire con le fondamenta; e giustificava la sua trovata con l’esempio di ciò che fanno l’ape e
il ragno, due insetti di assoluta intelligenza”.
(…)

“Un accademico, cieco dalla nascita, aveva sotto di sé parecchi apprendisti
non meno ciechi di lui: essi si occupavano di mescolare i colori per i pittori; e il
maestro insegnava agli scolari a distinguere le tinte per mezzo del tatto e
dell’olfatto (by feeling and smelling)”.

(…)
“Un accademico che visitai aveva il volto magro e spaurito da far
compassione, la barba e i capelli incolti, la pelle color tabacco; gli abiti, la
camicia e la pelle erano dello stesso colore. Da 8 anni lavorava a un
progetto per estrarre dei raggi di sole dalle zucche, affinché fosse
possibile, dopo averli chiusi ermeticamente in alcuni flaconi, di servirsene
per riscaldare l’aria nelle stagioni fredde e umide. Mi disse che sperava, entro i
prossimi anni, di fornire ai giardini del governatore dei raggi solari a un
prezzo conveniente. Si lamentò però d’esser povero, e mi chiese qualche soldo a
guisa d’incoraggiamento, tanto più che le zucche erano piuttosto care
quell’anno”.

(…)
“In un’altra stanza feci la piacevole conoscenza d’un inventore, che aveva elaborato un nuovo sistema per lavorare la terra senza strumenti, risparmiando la spesa dei cavalli e dei buoi,
dell’aratro e degli operai. Bastava nascondere sotto terra diversi vegetali di cui i maiali sono ghiottissimi, come ghiande, datteri o castagne; poi sparpagliare per ogni acro di superficie circa seicento di codesti animali. In breve tempo i maiali non solo avrebbero smosso la
terra col muso e con le zampe in modo da potervi seminare, ma l’avrebbero
contemporaneamente concimata coi loro escrementi”.

(…)
“Un’altra stanza era tappezzata di tele di ragno, tanto che lo scienziato ivi
racchiuso stentava a muoversi. Costui andava deplorando l’accecamento degli uomini
che per tanto tempo si erano serviti dei bachi da seta, quando esistevano tanti
insetti domestici capaci non solo di filare, ma anche di tessere. Egli sperava di
fare risparmiare anche la spesa per la tintura dei tessuti, dando da mangiare ai
suoi ragni gran numero di mosche di diversa razza e di svariati e brillanti colori”.
(…)
“Il mio cicerone mi fece entrare nella stanza d’un illustre medico,
veramente benemerito per avere scoperto il segreto per guarire le coliche con un
semplice strumento meccanico. Si serviva di un soffietto dotato d’un lungo e sottile tubo d’avorio, che insinuava nell’ano per circa 8 pollici di profondità. Grazie a questa specie di
clistere a vento, egli era sicuro di aspirare via tutte le flatulenze
interne ripulendo le viscere e rendendole piatte come una vescica vuota. Quando il male era molto grave, egli riempiva il clistere d’aria, introduceva il tubo e scaricava tutto quel vento nel corpo dell’ammalato; poi ritirava il soffietto per riempirlo ancora badando a tenere tappato l’orifizio del
paziente col dito pollice. Quando l’operazione era stata ripetuta tre o quattro
volte, il vento introdotto e compresso prorompeva fuori con tal forza da portar
via seco tutti i vapori nocivi, come l’acqua ripulisce i condotti d’una pompa; e il
malato era bell’e guarito”.
(…)
“Visitai poi la scuola di matematica, in cui trovai un professore che
adoperava, per l’istruzione dei suoi scolari, un metodo che in Europa nessuno
sarebbe mai stato capace d’inventare. Ogni dimostrazione, proposizione o
teorema veniva scritto sopra una piccola ostia, con uno speciale inchiostro di
succo cefalico. Lo studente inghiottiva l’ostia e stava a digiuno per 3 giorni,
nutrendosi solo d’un pò di pane e acqua. Durante la digestione dell’ostia, il
succo cefalico saliva al cervello e vi recava l’esercizio o il teorema desiderato”.
(…)
“Un dottore in politica proponeva uno strano modo per assicurare la
tranquillità del paese, qualora le troppo ardenti passioni politiche la
minacciassero. La sua ricetta ora questa: prendere un centinaio di caporioni di
ciascuno dei due partiti e accoppiarli a seconda della grossezza delle loro teste;
poi far segare da un valente chirurgo i due crani di ciascuna coppia, in modo
che ogni cervello restasse diviso in due parti eguali; quindi applicare l’occipite
dell’uno, col relativo mezzo cervello, al mezzo cranio dell’altro. Naturalmente
ogni coppia doveva comporsi di uomini di opposto partito e d’eguale capacità
cranica”.
(…)
“Due accademici discutevano con calore come crescere le imposte. Il primo proponeva di tassare i vizi e
le pazzie degli uomini, ciascuno dei quali sarebbe giudicato secondo le
referenze dei suoi vicini. Ma l’altro propugnava invece che si dovesse imporre una tassa sui pregi del corpo e dell’animo che
ognuno vantava di possedere; e la tassa fosse progressiva secondo i gradi di tali
belle qualità. La tassa più forte andava imposta ai bellimbusti e
ai donnaioli, in proporzione del numero e dell’importanza delle loro conquiste,
sempre secondo le loro stesse dichiarazioni. Così pure si doveva gravare
sullo spirito, il coraggio, l’eleganza del portamento, in
proporzione dell’opinione che ciascuno aveva di possedere codesti pregi; invece
si potevano lasciare esenti da ogni tassa l’onore, la probità, la prudenza, la
modestia: sia perché troppo rare, sia perché nessuno le avrebbe riscontrate in sé
stesso né riconosciute nei vicini, in quanto non avrebbero mai fruttato nulla”.

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