I nuovi imprenditori nell’economia italiana. Breve storia del dopoguerra (Parte 1/5)

1. I nuovi imprenditori protagonisti del boom economico
di Massimo D’Angelillo

I nuovi imprenditori furono protagonisti della ripresa economica del dopoguerra e del dopoguerra, contribuendo a creare attività completamente nuove rispetto a quelle esistenti fino agli anni Quaranta.
Molti dei fondatori delle odierne grandi imprese italiane erano giovani “start-upper” negli anni del boom economico: Luciano Benetton (nato nel 1935 crea l’impresa a 30 anni), Leonardo del Vecchio (1935, crea la prima occhialeria a 23 anni), Steno Marcegaglia (1930, a 29 anni inizia la prima produzione siderurgica), Giorgio Armani (1934, a 30 anni crea il marchio personale), Francesco Amadori (1932, a 37 anni crea l’Amadori), Giorgio Squinzi (1943, a 27 anni fonda la Mapei), solo per fare alcuni nomi.
Il boom fu tale perché con una società molto cambiata dall’anteguerra, l’economia cresceva trainata da nuovi consumi e nuovi investimenti, pubblici e privati.
Negli anni ’50 il PIL crebbe mediamente, ogni anno, del 6,1%, e nel decennio successivo solo di poco meno: + 5,6%. Un ritmo che oggi definiremmo “cinese” .
La diffusione di auto e moto creava una domanda di veicoli (allora quasi tutti prodotti in Italia, dalle Fiat alla Lambretta), ma anche di pezzi di ricambio e servizi di manutenzione; gli stili di vita cambiati alimentavano una domanda continua di prodotti di abbigliamento, alimentari, di arredamento.
Non solo di prodotti si trattava: nei servizi il boom economico scatenava le potenzialità del turismo, con centinaia di migliaia di piccole attività (alberghi, ristoranti, bagni, ecc.) che sorgevano sulla costa romagnola come in Toscana, sulle Alpi come nelle isole.
Certamente, la crescita dei servizi era limitata dal fatto che gran parte dei bisogni delle persone erano soddisfatti all’interno delle famiglie, allora molto più numerose di oggi.
In agricoltura, spezzato il latifondo con la riforma agraria, si formavano milioni di piccole aziende agricole.
I giovani imprenditori di allora crearono una nuova struttura produttiva, che si andò a sovrapporre alle industrie già esistenti, private a statali: Fiat, Olivetti, ENI, Montecatini, Edison, Ansaldo, Breda, Marzotto, Barilla.
Fu una crescita caotica, che portò anche a parte dei problemi che l’Italia avrebbe dovuto affrontare in seguito: danni ambientali, speculazione edilizia, sprechi evasione fiscale, sfruttamento del lavoro.
La nuova imprenditoria del boom dimostrò però che, pur disordinatamente e senza un’adeguata regìa nazionale, l’Italia era in grado di svilupparsi senza dipendere eccessivamente dagli investimenti stranieri. L’Italia si confermava un paese con propri stili di vita, una forte cultura del lavoro, e una propria imprenditoria.
Aprire una impresa negli anni del boom era complessivamente più facile che oggi. Mancavano i capitali, la società era povera, ma la domanda di beni e servizi cresceva rapidamente, anche perché l’Italia era uscita dall’isolamento ed era entrata a fare parte del Mercato Europeo Comune: esportare (mobili, piastrelle, capi di abbigliamento, elettrodomestici, prodotti alimentari, ecc.) in Francia, Germania, Olanda, era diventato facile.
Organizzare la produzione, per persone che non avevano una specifica formazione ma erano degli autodidatti (e non a caso molti ebbero successo, ma altrettanti fallirono lungo il percorso), non era facile: in compenso i terreni e gli immobili costavano poco, le tasse erano basse, la burocrazia limitata, la manodopera abbondante e poco costosa, anche perché molti lavoratori venivano dal Mezzogiorno e preferivano indirizzarsi al centro-nord piuttosto che emigrare all’estero.
L’apertura dei mercati esteri ovviamente era in entrambe le direzioni e per le imprese italiane iniziò la difficile partita della competizione con concorrenti esteri, soprattutto europei, molto agguerriti.

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