L’innovazione e il ruolo dello Stato

L’economista italo-americana Mariana Mazzuccato (The entrepreneurial State, Demos, London, 2011) ha sostenuto che la crescita di un paese non è il risultato di genii individuali spuntati dal nulla, quali quelli tanto celebrati della Silicon Valley o dei venture capitalist che investono nelle imprese high tech, bensì soprattutto della forza dei Sistemi nazionali di innovazione, definiti come reti di istituzioni pubbliche e private (anche clienti, fornitori, infrastrutture, ecc.) la cui interazione determina la diffusione e la applicazione di nuove tecnologie all’interno di un paese.

Si tratta di interazioni a forte incertezza, che richiedono la presenza di uno “Stato imprenditore” non in quanto gestore diretto delle attività produttive, ma in quanto soggetto capace di individuare e selezionare le aree a più alta potenzialità, investirvi ingenti risorse con continuità (vedendo risultati solo nel medio-lungo periodo) e spingere in avanti i confini della conoscenza.

Giappone, Germania, Corea del Sud, Stati Uniti sono esempi di stati imprenditoriali. Proprio sugli USA la Mazzuccato porta i casi dei grandi investimenti pubblici della Defense Advanced Research Projects Agency nel dopoguerra, della Atomic Energy Commission and the National Aeronautics and Space Agency (NASA), della Advanced Projects Research Agency (ARPA), dello Small Business Innovation Research programme, ma più recentemente anche quelli dell’ Orphan Drug Act (ODA) del 1983 per lo sviluppo delle biotecnologie, della National Nanotechnology Initiative e deli investimenti per le Green technologies.

Questi programmi pubblici sono stati portati avanti sia da forze politiche progressiste sia da forse conservatrici e liberiste, come avvenne nel 1982 con lo Small Business Innovation Development voluto da Reagan.

Mazzuccato porta, come esempio negative antitetico a quello degli USA, quello del Regno Unito, paese che avrebbe avuto grandi potenzialità proprio nelle Green Technologies, potenzialità che non è riuscito a sfruttare sia per la scarsità delle risorse investite sia perché i governi sono stati guidati da idee sbagliate quali quella di basarsi solo su incentivi alle imprese private.

Queste ultime però sono tentate, se non sono inserite in una regia nazionale, di raccogliere le risorse pubbliche rincorrendo solo i propri ritorni commerciali, senza quindi preoccuparsi di reinvestire una parte dei profitti nella ricerca e in ulteriore innovazione.

E in Italia?

Qual è la situazione? Quanto sono attenti i politici a questi aspetti?

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