Meglio mettersi in proprio o accettare la condanna alla precarietà?

Le dichiarazioni di diversi esponenti del nuovo governo Renzi convergono su un punto: i ministri si arrendono di fronte alla precarietà del lavoro.

Si capisce da quanto dicono che di idee per creare un lavoro di qualità e ad alto reddito non ne hanno nessuna; i giovani si rassegnino.

Le leggi verranno adattate in modo da perpetuare per loro un destino di contratti di lavoro mal pagati e di breve durata, ripetutamente rinnovabili.

L’unico soggetto che può tutelare i giovani lavoratori, il sindacato, verrà indebolito perché accusato di volere “conservare” alcune importanti tutele del lavoro dipendente e addirittura di volere un tavolo per discutere di queste questioni.

In fondo, Renzi non dice granché di nuovo in quanto prosegue la strada dei suoi predecessori, come Berlusconi e Monti: solo con maggiore convinzione e presunzione. Flessibilità estrema, dequalificazione, bassi salari.

Se le cose stanno così, se quindi la generazione degli attuali quaranta-cinquantenni (e soprattutto i privilegiati che occupano le poltrone ministeriali) ha deciso che i più giovani saranno condannati alla precarietà, non diventa allora meglio, proprio per i più giovani, pensare a un futuro di piccoli imprenditori?

Mettersi in proprio comporta certo dei costi e dei rischi, ma consente anche di costruirsi una professionalità e relazioni durature con la clientela, rapporti di fiducia e di stima, una continuità di lavoro e reddito migliori di quelli che un lavoro dipendente così indebolito da chi governa il paese può e vuole offrire.

 

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