Start up: conta davvero la paura del fallimento?

Talvolta si sente affermare (per ultimo l’interessante articolo di Piero Formica e Stefano Supino su Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2013) che “ la potenza della sorgente italiana di creazione d’impresa è ridotta dalla sindrome del fallimento”.

In Italia la percentuale di popolazione che vede nel timore di un dissesto il principale motivo per non perseguire l’opportunità imprenditoriale sarebbe pari (fonte: Global Enterprise Monitor) al 58% – un valore che ci colloca appena sopra la Grecia (61%) e ci relega nella penultima posizione in una graduatoria di 69 Paesi.
Oltre alle persone, tante in Italia, che avviano una impresa ve ne sarebbero quindi molte altre che non lo farebbero per paura di fallire.

E’ un dato che mi lascia perplesso, conoscendo tante persone che si avvicinano all’idea di mettersi in proprio.

In base alla mia esperienza giocano negativamente la mancanza di esperienza, l’insufficienza dei capitali, problemi personali, la validità di validi soci, ecc. ma non certo il timore del fallimento.

Nel subconscio di ogni imprenditore c’è senz’altro anche questo timore, ma non diversamente dalla paura di morire che alberga nel profondo della mente di ogni umano, e che non gli impedisce però di vivere e di agire.

In linea di massima poi chi vuole mettersi in proprio è in una fase della vita in cui si sente pieno di energie e di progetti, cosicché anche il tema del fallimento va ancor più nel profondo, come nei giovani il pensiero della morte.

Impressioni, certo, opinabili. Un dato però è certo, e dovrebbe fare dormire tranquilli gli aspiranti imprenditori. L’Italia (purtroppo) è un paese dove è difficile farsi pagare, dove le cause si trascinano penosamente, e dove anche le sentenze di fallimento arrivano spesso dopo 10 anni di ritardo.

In altri paesi le procedure sono più rapide, per cui chi è inadempiente viene messo alle strette più in fretta. In modo che non possa nuocere agli altri operatori.

http://www.genesis.it/pubblicazioni-libri1.htm

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