Il culto del dilettantismo: impensabile per chi fa impresa

Sintomo e causa della crisi italiana è il fatto che nell’opinione pubblica si è fatta strada un’idea assolutamente allo stesso tempo nociva e bizzarra, sconosciuta nei paesi più avanzati: che la risoluzione dei problemi della nazione possa essere affidata a dei dilettanti.

Persone prive di qualunque cultura istituzionale lanciate allo sbaraglio in incarichi parlamentari, che ovviamente non sono in grado di assolvere degnamente.

Basta che una persona sia giovane e onesta per renderla all’altezza di compiti complessi? Ahimè no. Non esiste alcun ambito professionale (dall’imbianchino al medico) in cui non serva un severo iter di apprendimento. In tutti i campi il livello tecnico è ormai molto elevato, le conoscenze non improvvisano, le competenze devono essere abbinate a prove ripetute di affidabilità e serietà. Questo soprattutto se si gestisce un’impresa.

A cosa fare risalire questo culto italiano del dilettantismo? Forse a quel retroterra “magico” e pre-moderno che a suo tempo fu studiato dal sociologo Ernesto De Martino e che in Italia in fondo non è mai morto. Esso sopravvive in tante forme: dalla fede superstiziosa in Padre Pio alla illusione di una vincita al superenalotto, fino all’idea che un dilettante (immaginiamone uno nella sala operatoria di un ospedale!) possa risolvere i problemi di un paese.

http://www.genesis.it/pubblicazioni-libri1.htm

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