Vita (breve) e morte di Restart Italia

 

Lanciato con slancio dal ministro Passera nel settembre 2012, il programma Restart Italia doveva rappresentare la gamba della “crescita” per il governo Monti, un governo molto sbilanciato sul versante della tassazione e del risanamento finanziario.

In fondo, l’idea di sostenere la nascita di imprese innovative è una delle poche su cui un governo può puntare per la ripresa e la creazione di nuova occupazione, dopo che l’Europa si è legata le mani con una politica (unica nel mondo) di pareggio del bilancio pubblico e dopo che alcune idee (abbastanza bislacche) come quella di aumentare la concorrenza allungando gli orari dei negozi, di liberalizzare le licenze dei taxi o di introdurre forme giuridiche quali la s.r.l. da un Euro non hanno dato, come era facile prevedere, alcun effetto positivo.

Restart Italia partiva affermando che “l’Italia deve diventare più ospitale per le nuove imprese innovative”.

Premessa sacrosanta, ma di difficile attuazione.

A tale fine Restart individuava il soggetto su cui fare convergere degli aiuti: le “startup” definite come tutte quelle società di capitali, non quotate in borsa, detenute direttamente e almeno al 51% da persone fisiche, attive da non più di 48 mesi, con un fatturato fino ai 5 milioni di euro e un oggetto sociale incentrato sullo sviluppo di prodotti o servizi innovativi, ad alto valore tecnologico.

A queste imprese si sarebbero dovuti riservare una serie di sostegni, in primo luogo semplificazioni amministrative (quali la costituzione della società online, la eliminazione di oneri quali la tassa annuale sui libri sociali e soprattutto la possibilità di usare la contabilità semplificata, oggi non consentita alle società di capitali ma alle società dove vi è una responsabilità personale dei soci).

Secondo sostegno: la possibilità di usare lavoro flessibile per i primi 48 mesi, grazie a un contratto tipico per lavorare in start up che possa essere usato nei primi 48 mesi di vita. Sulla base di questo contratto, il team viene assunto a tempo determinato concedendo alla start up la possibilità di aumentare o ridurre il numero di persone che fanno parte del team sulla base delle esigenze che incontra in una fase in cui ha estremo bisogno di adattarsi ai risultati della sua stessa ricerca, alla capacità di trovare finanziatori, di riuscire a posizionarsi sul mercato.

Altro sostegno: la possibilità di remunerare il team mediante stock option, quindimediante quote della società, coinvolgendo i dipendenti nel capitale sociale.

Inoltre, secondo Restart, occorrerebbe sgravare totalmente dall’IRAP il costo del personale; ciò aiuterebbe le start up ad investire in know how e capitale umano, in moltissimi casi giovani preparati e competenti tentati, in mancanza di opportunità in Italia, dalla scommessa sull’estero.

Altra forma di sostegno: la possibilità di pagare i fornitori con quote sociali (Work for equity), coinvolgendoli quindi nel finanziamento del loro cliente. A questi fornitori verrebbe consentita una sorta di esenzione fiscale in quanto sul bene o servizio fornito non si pagherebbero tasse.

Incentivi fiscali verrebbero inoltre previste per quelle Società di Gestione del Risparmio (SGR), oltre 300 in Italia, che gestiscono fondi di investimento e che scegliessero di investire nel capitale delle start up.

Queste SGR potrebbero nascere secondo una procedura semplificata, con capitale di costituzione ridotto, e costi di gestione limitati.

Secondo Restart è necessario anche che il governo agisca su due fronti: da un lato, rafforzando il venture capital in generale; dall’altro, con un sostegno specifico per favorire gli investimenti di capitale di rischio che intervengono nella primissima fase (seed capital) di avvio di una start up.

Riguardo al venture capital, la proposta di Restart è quella di  costituire, anche con risorse pubbliche, un Fondo dei Fondi dedicato al co-investimento in fondi di venture capital, che intervenga nel capitale delle start up, in collaborazione con una rete di business angel, società private di consulenza, professionisti con esperienza in start up tecnologiche, opportunamente accreditati.

Restart propone anche di favorire il crowdfunding, cioè l’investimento in nuove imprese da parte dei singoli cittadini, anche concedendo un incentivo fiscale (detassazione degli investimenti) affinché i privati che hanno a disposizione risparmi significativi investano in start up.

Poi, per favorire l’’accesso al credito da parte delle start up, Restart propone la creazione di un Fondo (del tutto simile ai già esistenti consorzi fidi) che serva a co-garantire i finanziamenti alle start up.

Restart afferma poi che “Per poter crescere, le start up non hanno bisogno solo di capitali o di accesso al mercato. Hanno anche bisogno di un luogo adatto”.

Gli incubatori e acceleratori d’impresa rappresentano a questo proposito le strutture più idonee ad accompagnare questo processo – nella fase che va dal concepimento dell’idea imprenditoriale fino ai primi anni di vita dell’azienda.

Lo spazio e la struttura fisici diventano gli elementi di partenza indispensabili per poter attivare una rete di servizi efficaci. Dai servizi strutturali, come ad esempio locali attrezzati, cablaggio a fibre ottiche, copertura wireless, portale di visibilità comune, o sale riunioni e auditorium; ai servizi qualificati condivisi tra le start up insediate, come ad esempio formazione avanzata per sviluppare nel tempo una nuova classe di imprenditori con competenze manageriali, azioni coordinate di promozione e marketing, studio e gestione di progetti integrati, banche dati condivise, accordi con il sistema creditizio, opportunità di utilizzo di laboratori di ricerca e piattaforme tecnologiche.

La proposta di Restart  è quella di estendere alcune delle agevolazioni previste per le start up anche

agli incubatori e acceleratori.

Con la formula dell’host for equity vi sarebbe la possibilità anche per l’incubatore o acceleratore di ricevere quote di partecipazione al capitale della start up in cambio dei servizi di incubazione offerti, senza avere tale forma di pagamento gravata da tassazione.

Fra le agevolazioni fiscali previste vi è anche la defiscalizzazione delle acquisizioni di start up da parte di aziende, per le quali sarebbe escluso dall’imposizione sul reddito d’impresa il 50% del valore degli investimenti effettuati come acquisizione del 100% del capitale di una start up.

Altra proposta di Restart è quella di favorire la nascita d’impresa alleggerendo le conseguenze per chi fallisce, eliminando tutte le conseguenze in capo alle persone fisiche dichiarate fallite e/o membri dell’organo amministrativo di start up dichiarate fallite e che non abbiano commesso reati. In questo modo, queste persone potrebbero ritornare immediatamente all’attività imprenditoriale, senza le interdizioni oggi esistenti.

Inoltre lo startupper stesso diventebbe il curatore fallimentare della propria impresa, rendendo più veloce la procedura.

Infine, le proposte per diffondere la cultura d’impresa.

La prima proposta riguarda la realizzazione di attività, programmi e iniziative volte a favorire la diffusione di una cultura dell’innovazione e dell’imprenditorialità nelle scuole italiane: ad esempio le business plan competition e le science fair internazionali.

La seconda proposta riguarda la introduzione nelle scuole e università di modelli innovativi di apprendimento e contenuti che stimolino la predisposizione alla tecnologia per creare, lanciare e gestire imprese innovative.

Vi è poi l’idea di creare dei Contamination Lab, luoghi per lo sviluppo creativo di progetti imprenditoriali.

Importanti poi, secondo Restart, anche iniziative più generali di diffusione della cultura imprenditoriale, quali una campagna nazionale “Startup: ti dice niente?” e addirittura un reality televisivo, che ho già commentato in precedente articolo di questo blog, sul tema dell’avvio d’impresa, ritagliato sul format di “The Apprentice” della BBC britannica.

Quale giudizio complessivo su Restart? Senz’altro una iniziativa originale e coraggiosa, che è giustamente partita dal presupposto che per creare reddito e occupazione è indispensabile oggi puntare sulle nuove imprese.

A questo il ministro Passera ha portato la sua esperienza di manager finanziario, esperto di complessi meccanismo di investimento e di remunerazione degli investitori e dei manager mediante incentivi quali le stock option.

A Restart è mancato però un sufficiente grado di realismo, così da condannarlo probabilmente a diventare un “libro dei sogni”: da un lato è mancata probabilmente la conoscenza reale del mondo delle nuove imprese e dei loro problemi. Ingenuo pensare ad esempio che la natalità possa aumentare ad esempio eliminando le conseguenze negative di un eventuale fallimento; nessun nuovo imprenditore avvia una impresa pensando di fallire, mentre non è neppure corretto incentivare forme di deresponsabilizzazione (e il discorso vale anche per la srl da 1 Euro, su cui abbiamo detto in un precedente articolo), che mettano completamente al riparo da rischi chi avviando una impresa finisce, anche in buona fede, per fare dei disastri e danneggiando altri operatori, non pagando fornitori, dipendenti, fisco, ecc. Anche se non commette reati, chi in automobile commette infrazioni gravi viene sanzionato e deve ripetere l’esame per la patente.

Ma la mancanza di realismo principale di Restart è stata l’idea di potere proporre incentivi alla innovazione e alla creazione d’impresa stando all’interno di un governo tutto dedito a fare l’esatto contrario, un governo impegnato ad aumentare gli oneri sulle imprese (la tassazione, i contributi previdenziali, ecc.) e a creare non hnbun ambiente economico in espansione, ma un clima recessivo indotto da pesantissimi tagli di spesa e da drastiche contrazioni della spesa dei consumatori, flagellati da un insostenibile carico fiscale.

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