La superstizione: brutta storia per chi vuole fare impresa

L’immagine più chiara della superstizione oggi in Italia non è più quella del corno portafortuna alla Totò, ma quella del calciatore che entra in campo segnandosi vistosamente sul petto e in fronte. Un allenatore della nazionale (Giovanni Trapattoni) era addirittura solito, prima della partita, innaffiare il campo con una bottiglietta di acqua santa.

Dimostrazioni di religiosità? Mah, c’è da dubitarne. Non so quanti di quei calciatori nella loro vita e nelle loro opere pratichino le virtù cristiane.

Forse stanno invocando semplicemente un “aiutino”. Secondo loro il buon Dio dovrebbe preoccuparsi di salvarli dalla retrocessione o di fargli vincere lo scudetto. Pura superstizione quindi.

Brutto messaggio per tutte le persone che stanno impegnandosi nel lavoro (e dovrebbe essere così anche per uno sportivo). E’ difficile che i risultati vengano senza impegno, applicazione, continuità, serietà.

Questo vale a maggior ragione per chi vuole fare impresa: qui non basta solo essere bravi lavoratori, ma serve qualcosa di più: avere una strategia, assumersi rischi calcolati, assumersi responsabilità verso clienti, banche, dipendenti, fornitori. Difficile affidarsi alla casualità del colpo di fortuna o a un semplice “aiutino” esterno.

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